Il trionfo di Fish a Venezia (2015)

ALEŠ PODBREŽNIK
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Data: sabato, 07.02.2015
Mestre (Venezia) / Teatro Corso / Italia


Il Teatro Corso di Venezia ha ospitato il concerto del cantante scozzese Derek William Dick, ancora oggi affascinante e carismatico, noto ai più con il nome d’arte Fish. È uno dei musicisti più pittoreschi della seconda ondata del progressive rock, e la fama mondiale se l’è guadagnata all’inizio come membro dei leggendari Marillion. Si preannunciava un concerto dalle dimensioni emozionali e ambientali maestose per tutti gli amanti del progressive rock che ci mettono il cuore.

Stavolta il fuoriclasse del neo-prog, che nel tour in corso presenta il suo ultimo album in studio, »A Feast Of Consequences« (2013), si è esibito il più vicino possibile al nostro confine, così, dopo quasi otto anni dalla sua esibizione a Bologna, siamo riusciti a vederlo un po’ più da vicino del solito. Per fortuna, in questa serata, nel teatro piacevolmente curato non c’era nessuna eventuale band di supporto locale di troppo, mentre per la musica ‘stimolante’ prima di salire sul palco Fish ha scelto i primi brani dei The Who.

La sua band, dall’ultima volta che l’abbiamo incontrato, ha subito qualche cambiamento, che però non ha influito più di tanto sul suono, davvero eccellente in questa serata, nel mezzo di un concerto tecnicamente e atmosfericamente di altissimo livello. Dopo che Fish ha smesso di collaborare con lo storico chitarrista Frank Usher, il suo posto è stato preso da un collaboratore di lunga data e figliol prodigo, Robin Boult, che anche stasera, nell’esecuzione dei pezzi solisti di Fish e dei classici dei Marillion, non è stato per niente meno convincente del suo predecessore. Boult collabora con Fish dal 1991, anche se in mezzo ci sono stati un paio di album in cui non ha messo a disposizione la sua chitarra. Dei ‘vecchi amici’ nella band di Fish è rimasto lo storico bassista Steve Vantsis, mentre dietro le pelli sedeva Gavin Griffiths (ex-Karnataka). Il membro più noto della band che accompagna Fish è senza dubbio John Beck, tastierista del gruppo art rock It Bites.

Ognuno di loro si è meritato i complimenti per quanto mostrato in questa serata, in cui non c’erano molti momenti per un eventuale ‘sfoggio’ solistico. Ma ovviamente al centro della scena, dall’inizio alla fine, c’era il carismatico ‘pescione’ del microfono, che anche stavolta non ha deluso. Le corde vocali di Fish gli obbediscono ancora relativamente bene, anche se è da tempo che evita di raggiungere le tonalità vocali più alte. A parte qualche ‘incidente’ appena percettibile, quando ha dovuto prendere un po’ più fiato e fare un paio di sorsi d’acqua, ha cantato molto bene e senza passi falsi di rilievo sia i classici che i pezzi più recenti. Il tosto scozzese è cambiato anche fisicamente dall’ultima volta che ci siamo incontrati: il suo volto sempre più segnato è ora incorniciato da una folta barba grigia, che sta benissimo a questo conterraneo dell’indimenticabile attore Sean Connery e semmai accresce il suo già enorme carisma da palco.

All’inizio del concerto, quando ha eseguito con la band due brani nuovi, l’epica »Perfume River« e la title track »Feast of Consequences«, portava gli occhiali per leggere più facilmente alcuni testi dei brani dell’ultimo album solista, perché evidentemente non li sa ancora tutti a memoria, ma più tardi non gli sono più serviti. Al collo aveva poi la sua kefiah palestinese, ormai quasi un marchio di fabbrica, mentre la sua mimica sul palco resta un capitolo a parte. All’atmosfera eccezionale creata già solo dalla presenza scenica di Fish hanno contribuito, oltre alla sua band ovviamente, anche le interessanti proiezioni sul palco, che raccontavano la ‘storia’ dei singoli brani. Così, in questa serata, ci siamo sorbiti tante scene tragiche della prima guerra mondiale, perché »A Feast of Consequences« è un concept album che nei singoli pezzi richiama l’attenzione proprio su uno dei più grandi massacri della storia dell’umanità.

Dopo l’esecuzione magistrale dell’incisivo Manchmal« e del romantico »Arc of the Curve«, due brani dell’ottimo album precedente »13th Star« (2007), è arrivato il culmine epico della serata, per quanto riguarda i pezzi solisti di Fish, con l’esecuzione di una serie di brani collegati tra loro dall’ultima impresa in studio. Dalla canzone »High Wood« fino al gran finale con »The Leaving«, la band ci ha portati in un epico viaggio musicale attraverso alcuni dei capitoli più tragici della prima guerra mondiale, il che significa che l’intera epopea portava con sé anche un forte messaggio pacifista.

Fish ha dunque eseguito in questa serata quasi tutto »A Feast of Consequences«, e non è stata certo una passeggiata, guadagnandosi le ovazioni calorose di un pubblico di casa un po’ troppo rilassato e silenzioso. In una delle pause ha chiesto un po’ più di luci per vedere i volti in ombra del pubblico e assicurarsi che si stesse godendo il concerto, ma, accidenti, alla maggior parte degli italiani l’inglese è ancora ‘arabo’, così solo dopo i primi quattro pezzi al tecnico di palco si è finalmente accesa ‘la lampadina’ e la luce si è infine riversata sul pubblico, tra cui c’erano anche cinque fanatici prog sloveni.

Nella seconda parte del concerto è arrivato il momento anche di qualche vecchio cavallo di battaglia, sia del primo periodo solista che dei tempi gloriosi con i Marillion. Per prima cosa la compagnia di Fish ci ha sorpresi con l’esecuzione del classico »Slainte Mhath« da »Clutching At Straws« (1987), con cui Fish ha ricordato il periodo probabilmente più turbolento della sua carriera musicale professionale, quando l’abuso di sostanze e la pressione dell’inaspettata celebrità lo avevano quasi distrutto. Durante questo standard dei Marillion Fish ha scosso più volte la testa, come se qualcosa non andasse, ma probabilmente va attribuito alla sua mimica da palco legata al testo del brano, più che a un’insoddisfazione per l’esecuzione stessa.

Poi è arrivata l’ottima esecuzione dell’epico evergreen »Vigil In a Wilderness of Mirrors« dall’omonimo esordio solista, dove il ‘pescione’ se l’è cavata piuttosto bene proprio dove nella versione originale servivano le tonalità vocali più alte. Durante »Big Wedge«, parodia scherzosa del ‘sogno americano’, nel ritornello a più voci, che nella versione originale vede ospiti le cantanti Carol Kenyon e Tessa Niles, è venuto in suo aiuto il bassista Vantsis. In quel momento il gigante scozzese ha mostrato anche il suo lato comico, che esprime di rado ma sempre con grande efficacia. Per chiudere la parte regolare Fish ha pescato dal ricco forziere dei Marillion l’indimenticabile »Heart of Lothian«, cioè un classico di »Misplaced Childhood« (1985), che per molti versi definisce questo patriota scozzese come persona e come musicista. Proprio quando Fish aveva mandato il pubblico in un grande delirio, è arrivato il momento dei saluti, ma dopo le ovazioni calorose la band è tornata sul palco ed ha eseguito un’altra prelibatezza dalla ‘preistoria’.

La maggior parte si aspettava che Fish chiudesse il concerto con uno degli standard più amati dei Marillion, per esempio il mega hit »Kayleigh«, l’hit minore »Lavender«, l’allegro e burlesco »Incomunicado« o il battagliero »Market Square Heroes«. Niente di tutto questo. Il montanaro scozzese ci ha riservato la sorpresa della serata ed ha eseguito la fantasmagorica »Incubus«, brano meno noto ma eccellente dall’album »Fugazi« (1984), durante il quale abbiamo visto anche degli spezzoni del cult horror vampiresco in bianco e nero Nosferatu. Come il conte Orlok si dissolve in polvere quando dalla finestra entra il sole, così all’improvviso il concerto di Fish è finito, e non è servito a niente che il pubblico lo richiamasse sul palco ancora a lungo.

Anche dal vivo Fish resta indistruttibile e solido come una roccia nel trasmettere messaggi toccanti, ma è sempre un intrattenitore di prima classe, tanto che non ci ha dato alcun fastidio che la scaletta di questa serata si basasse per lo più sulle cose più recenti. Un plauso speciale va anche alla sua compagnia di musicisti, che per tutto il concerto è stata incredibilmente affiatata, come se suonassero nella stessa band da anni. L’unica ‘critica’ sul trionfo di Fish al Teatro Corso è che è finito troppo presto. Soprattutto perché è rimasto ‘in magazzino’ un sacco di materiale solista e dei Marillion che stavolta non abbiamo avuto l’occasione di sentire ‘dal vivo’. Visto che quest’anno ricorrono i 30 anni dall’uscita di »Misplaced Childhood«, sarebbe bellissimo se Fish, nel proseguimento del tour in corso, tornasse a eseguire per intero questo capolavoro concettuale dei Marillion; merita comunque un riconoscimento tutto particolare per la salda fiducia nella qualità del materiale più recente, visto che la maggior parte dei musicisti al suo posto si affiderebbe molto più volentieri agli allori del passato, perché è ovviamente molto più facile quando vuoi che il pubblico ti ‘mangi in mano’.

autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta:
1. Perfume River
2. Feast of Consequences
3. Manchmal
4. Arc of the Curve
5. High Wood
6. Crucifix Corner
7. The Gathering
8. Thistle Alley
9. The Leaving
10. Slàinte Mhath
11. Vigil
12. Big Wedge
13. Windswept Thumb / Heart of Lothian
—bis—
14. Incubus


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