Il volume epico ha divorato The Industrialist! (2012)
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Kino Šiška, Lubiana
Data del concerto: 30.11.2012
Numero di spettatori: 500
Mentre tutta la Slovenia protesta contro la corruzione delle élite al potere, che vivono solo per accaparrare per sé e per i propri amici il massimo possibile di benefici materiali e non, con una società che sembra a un passo dal crollo definitivo, c’è chi cerca una via di fuga dal grigiore quotidiano, anche solo apparente, nella musica. E trovare una soluzione, almeno temporanea, per dimenticarti della merda che è sempre più grossa e più puzzolente è ancora più facile a un concerto. Soprattutto se in Slovenia arrivano per la prima volta due nomi come Devin Townsend Project e Fear Factory. Con il tour The Epic Industrialist il duo ha occupato il Kino Šiška venerdì scorso, più o meno come la maggior parte dei manifestanti pacifici ha occupato Kongresni trg e Trg Republike.
Visto che la band di supporto inizialmente annunciata, gli inglesi Sylosis, ha dato forfait al tour Epic Industrialist a favore di quello americano con i Lamb of God, stavolta l’occasione di farsi vedere è toccata a una band di casa. Mossa lodevole da parte dell’organizzatore, tanto più perché la band spalla era di un genere simile a quello dei due headliner e perché finalmente abbiamo visto qualcosa di nuovo e fresco. Per primo è salito sul palco il branco di Slovenj Gradec dei ZircuS, che in una buona mezz’ora ci ha presentato la sua visione musicale di conglomerato di generi. I carinziani, che con la loro etichetta hanno già pubblicato due dischi, Epic Tribe (2010) e quest’anno Away From the Safety Zone, fanno già capire da che parte tira il vento: verso l’imprevedibilità totale, la sperimentazione coraggiosa, la fusione di generi e approcci avanguardistici. Insomma, davvero lontano dal rifugio sicuro della prevedibilità. I ZircuS ci hanno aggredito le orecchie con un bel muro di suono fatto di elettronica a go-go, elementi dubstep e seghe metalliche. Le voci ipnoticamente fatte hanno ricordato a tratti Johnny Rotten nei Public Image Ltd., e le onde sonore ci sono arrivate addosso con la giusta botta, toccando il picco in Satanic Blues, un’ottima miscela di blues, dub e metal. Interessante e diverso, ma per i miei gusti puntellato da troppi tocchi robotici e da computer, che tolgono alla musica quell’organicità che si sente soprattutto nell’ultimo disco.
Dopo una breve pausa, sul telo dietro il palco è partito un collage dei filmati audio e video più cretini che si possano trovare, il tutto condito con le sue battute »poopy« su cacche, sciacquoni e cessi da Ziltoid the Omniscient in persona. Un umorismo così fuori di testa annunciava ovviamente che mancavano pochi istanti alla prima apparizione da queste parti del genio canadese Devin Townsend. Questa fonte inesauribile di idee ha intrapreso nel 2008 un nuovo cammino con il Devin Townsend Project e oggi, appena quattro anni dopo, ha già alle spalle cinque album in studio (addirittura sei, se contiamo il disco bonus Epicloud con materiale completamente nuovo); l’ultimo, Epicloud, Devin l’ha pubblicato due mesi fa, buttandosi con quello nelle acque del pop metal e dell’hard rock formaggioso anni Ottanta. Devin Townsend è sfilato sul palco col suo outfit ormai tipico, accompagnato da un draghetto di Lubiana di peluche, che ha poggiato sul suo gigantesco »pedal board.« I primi riff taglienti hanno annunciato Supercrush! dall’ultracontagioso Addicted, mentre un suono ottimo, forte il giusto e abbastanza chiaro, prometteva che il seguito sarebbe stato ancora meglio. Townsend ha dimostrato di nuovo che nella scena metal non è facile trovare un musicista più unico di lui. La combinazione di un cantante fenomenale, un chitarrista fantastico e un compositore ancora migliore è rara quanto la poesia intellettuale di Ziltoid, ma Devin è tutto questo e anche di più. Townsend e la sua band ci hanno portato a spasso per la natura schizofrenica della sua musica, che a volte è semplicissima e pop (More!), altre volte spaventosamente epica (Kingdom) e altre ancora caotica e perversamente complessa – i dodici minuti di Planet of the Apes dall’album Deconstruction, che col suo caos ricorda il demone di Devin, gli Strapping Young Lad. Per tutto il tempo Devin ha tenuto il pubblico in pugno senza fatica, e quello gli ha mangiato in mano fino all’ultimo secondo. D’altronde non potrebbe andare diversamente: Townsend domina ogni centimetro del palco, vocalmente brilla come un cantante lirico di scuola, e nel frattempo tira fuori certe smorfie da plastilina che ti fanno venire i crampi dal ridere (hehe, ecco la battuta sulle cacche). L’umorismo unico di »The Dev« è stato confermato dall’annuncio che il brano successivo parlava di donne, e ha poi segato via Vampira, accompagnata sul telo da un videoclip ancora più fuori di testa. Con Lucky Animals siamo rimasti su acque altrettanto demenziali, e ci siamo sentiti ancora più scemi a dimenarci a braccia in aria come ai balli swing durante il ritornello, cosa che Devin ha preteso persino da »quel tizio con la maglietta dei Manowar là in fondo.« Nel caos »alla SYL« ci ha trascinati di nuovo il treno impazzito di Juular, mentre il finale epico è toccato al duo Grace e alla fantastica Deep Peace, con l’assolo mozzafiato di Devin e l’atmosfera eterea che permea l’indimenticabile album Terria. Dopo un’ora e un quarto, il tempo con il Devin Townsend Project è stato (troppo, troppo, troppo, troppo, ….) breve, ma Devin sa dare in pochissimo tempo ciò che riesce solo a pochi, ai più grandi. E cioè una sensazione di appagamento, di pienezza e di calore che resta nella memoria per molto tempo dopo il concerto. Spero che Devin e compagni mantengano la promessa e tornino presto da noi, magari con una setlist più lunga. Noi, riuniti al Kino Šiška, gli abbiamo fatto capire che sono più che benvenuti, e la soddisfazione della band si poteva leggere persino in qualche sorrisetto del solitamente glaciale Dave Young. Per i Fear Factory era dura giustificare il titolo di protagonisti della serata…
Veterani, pionieri e innovatori, i Fear Factory erano senz’altro attesi fin dall’annuncio del concerto almeno quanto Devin Townsend, tanto più che anche loro calcavano per la prima volta i nostri palchi. I padri dell’industrial metal sono in giro dal 1989, si sono fatti largo tra i grandi soprattutto con gli album Soul of a New Machine (1992) e Demanufacture (1995), sono stati i primi a portare le voci pulite nel death metal, nel mezzo hanno cambiato un sacco di membri (che probabilmente si è mangiato il chitarrista Dino Cazares) e, proprio come in Slovenia, si sono fatti causa per i diritti sul nome tra i duo Bell/Cazares e Herrera/Olde Wolbers. Le acque nel campo Fear Factory per ora sono calme: al duo fisso al comando, il cantante Burton C. Bell e il chitarrista Dino Cazares, si sono uniti il bassista Matt DeVries (ex-Chimaira, ex-Six Feet Under) e il batterista Mike Heller (Malignancy, System Divide), che hanno rinforzato la sezione ritmica. La band ha pubblicato da poco il concept album The Industrialist, e con la title track i Fear Factory hanno salutato il pubblico lubianese da 500 teste. Si vedeva che erano contenti di poter suonare per la prima volta su un palco nuovo, e lo si notava soprattutto dall’ampio sorriso di Cazares, rimasto stampato in faccia più o meno per tutta la serata. Il chitarrista carismatico ha fatto volare riff apocalittici, profondissimi e pesanti come cento tonnellate dalla sua sette corde, mentre al rullare industrial hanno dato spinta DeVries, che si è inserito alla perfezione nel gruppo, e Heller, che sarà pure lontano da Gene Hoglan, ma ha fatto il suo lavoro in modo molto solido. Ma la vera pietra dello scandalo è stato ancora una volta il cantante Burton C. Bell, entrato nella band nel lontano 1989 dopo che Cazares l’aveva sentito cantare gli U2 in una stanza d’albergo… “How gay is that, hehe?”. Stavolta la sua debolezza come cantante e frontman è venuta fuori ancora di più, perché il povero Burton aveva l’ingrato compito di salire sul palco dopo il fenomenale Townsend. Bell, che nel death metal è stato tra i primi in assoluto a portare le voci pulite, stavolta si è bruciato completamente (oppure non ha più voglia di fare tour e manda al suo posto il fratello gemello, hehe). Se le parti in growl non gli hanno creato grossi problemi, le parti pulite, marchio di fabbrica dei Fear Factory, le ha steccate in modo disperato, e più volte la voce gli si è proprio spezzata (è fottuto, hehe). Vocalmente è andato così a rotoli che in sala era penoso restare, e infatti ancora più gente è andata a prendersi una birra; come frontman minimamente decente, Bell anche stavolta non ha convinto. Nella setlist i Fear Factory hanno infilato qualche bella sorpresa, soprattutto la coppia Martyr e Scapegoat dal debutto Soul of a New Machine, e poi la ghirlanda finale di classici da Demanufacture. Era davvero bello vedere finalmente i Fear Factory da noi, ma da una band che nella sua carriera ha mescolato e fuso con tanta efficacia thrash e death metal, industrial e alternative mi aspettavo comunque molto di più di una prestazione nella media.
Setlist
DEVIN TOWNSEND PROJECT:
1. Supercrush!
2. More!
3. Kingdom
4. Truth
5. Planet of the Apes
6. Where We Belong
7. War
8. Vampira
9. Lucky Animals
10. Juular
11. Grace
12. Deep Peace
FEAR FACTORY:
1. The Industrialist
2. Shock
3. Smasher/Devourer
4. Powershifter
5. Acres of Skin
6. Linchpin
7. Resurrection
8. Recharger
9. Martyr
10. Scapegoat
11. Demanufacture
12. Self Bias Resistor
13. Zero Signal
14. Replica
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