Impermanent Resonance
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: LaBrie, James
Etichetta: Century Media
Uscita: 2013
Voto: 3/5
Stavolta, uno scritto enigmatico. Pare proprio che James LaBrie, il cantante dei Dream Theater, abbia trovato una formula musicale vincente con quello che ci ha servito il suo secondo album in studio, »Static Impulse«. Nel senso che è soddisfatto dell’effetto di prendere le distanze in modo totale dallo stile dei Dream Theater. Già il titolo del disco ama suggerire che LaBrie adora la fisica: nel precedente album studiava la statica, in questo si occupa di risonanza. Il tipo si è tenuto praticamente la stessa squadra di fuoriclasse da studio e il nuovo album scava nella direzione del predecessore. Copertina simile, suono simile – al mixaggio c’è di nuovo Jens Bogren e come detto, anche i titoli dei due album si somigliano.
Si tratta quindi del disco più duro della carriera solista di LaBrie, uno di quelli che farà voltare la testa in fretta ai fan incalliti dello stile Dream Theater, così come a chi amava i due album dei Mullmuzzler. Al contrario dei precedenti, però, farà drizzare le orecchie agli amanti dei suoni moderni, belli e melodici da death metal da cartolina, di quelli che abbaiano ma non mordono troppo. Quello che ora fanno gli In Flames e i Soilwork lo ripropone, stampato negli stessi stampi, una pletora di band metalcore moderne e alla moda. I pezzi sono compatti, a miglia di distanza dalla rilassatezza progressiva di base dei Dream Theater. Qui LaBrie ottiene quello che nei brani dei Dream Theater fa fatica a mettere in risalto. La melodicità compatta dei motivi. Cioè arrangiamenti di testa e di coda, dove la sua voce domina davvero.
Di come LaBrie cambi stile da un disco all’altro ci dà un’idea chiarissima la composizione della squadra di collaboratori, che di album in album si restringe. L’unico nome che resta fisso dai tempi dei Mullmuzzler è il tastierista Matt Guillory, che, oltre a colorare e movimentare con i sintetizzatori la forma valanghiva e massiccia del muro di riff, aggiunge campioni programmati quanto mai graditi, messi in risalto soprattutto nelle parti d’apertura e di chiusura dei brani. La squadra che LaBrie si porta in studio è ottima. L’album funziona come un disco di gruppo e non come il disco solista di un singolo. Anzi, diciamolo meglio: prima di tutto funziona come un disco di gruppo, solo dopo come un album a sé di LaBrie (anche se lo classifichiamo proprio tra i suoi lavori solisti).
Stavolta LaBrie non firma nemmeno un pezzo, ma ha comunque influenzato il loro volto con le linee vocali scelte. I principali artefici del nuovo album, nelle soluzioni di fondo, sono, oltre al fedele tastierista Guillory, Patrick Wichers, famigerato ex membro dei Soilwork, che ha aggiunto riff in più in studio stando ai comandi della produzione, e l’altro, il gran maestro della batteria Peter Wildoer (Armageddon, Majestic, Pestilence, Silver Seraph, Arch Enemy, Time Requiem, Soilwork, l’elenco non è finito), che si occupa anche del growl death metal. Quest’ultimo di solito accompagna LaBrie in duetto, oppure è piazzato sotto le linee vocali melodiche principali di LaBrie e lo segue come un alter ego malvagio, nell’ombra, a dargli colore per contrasto.
L’ulteriore sfoltimento degli elementi progressivi ha portato il chitarrista Marco Sfogli a farsi notare su questo disco meno che mai. Non nei riff, ovviamente, ma negli assoli. I passaggi sono spesso decorati con semplici armonie in terzine, tipiche degli espedienti delle band moderne che »giocano a fare metal« (ereditate dagli Iron Maiden, ovviamente).
Še a questo proposito uno vorrebbe ancora che LaBrie facesse un disco dal suono organico. La sua voce è semplicemente troppo poco ruvida per quello che sta creando ultimamente. Si è sempre accesa alla grande nelle ballad, soprattutto su »Falling Into Infinity« (1995). LaBrie dovrebbe flirtare, negli arrangiamenti del suo materiale, con i principi di arrangiamento di quel disco dei Dream Theater. Il suo approccio vocale specifico e il colore della voce, anche nei nuovi approcci stilistici che sceglie con gli ultimi due album, tirano fuori tutte le loro particolarità, e i trucchi risultano comunque spesso generici, masticati e rimasticati, in fondo superflui. Perché i loro inventori li hanno fatti meglio. Per il resto, il nuovo album è suonato in modo superlativo. LaBrie offre anche la giusta varietà nelle diverse melodie portanti. Ma dà ancora il meglio quando non è accompagnato dal »growl«. Succede nei momenti più calmi del disco, come Amnesia e la power ballad Say You’re Still Mine. Il tallone d’Achille di LaBrie, poi, è sempre lo stesso. Ha sempre scritto testi deboli, che contribuiscono spesso a un senso di vuoto, a un prodotto »bucherellato«, divorato da una genericità ogni tanto e dall’uso di schemi masticati e rimasticati«, e da una sensazione di emozioni castrate.
Le sensazioni sono quindi contrastanti. Chi si accende al primo ascolto prenderà questo disco senza pensieri, perché ha una produzione moderna vorace, indemoniata e stritolante (accettabile per il genere del death metal melodico moderno »scandi-style«) e un’energia incandescente, generata dalla bravura dei musicisti che suonano a tutta forza, oltre a un’alta contagiosità melodica dei pezzi, di cui si occupa l’affidabile voce di LaBrie. Con il disco, insomma, non c’è nulla che non va, ma restano ancora grandi margini nell’esposizione delle caratteristiche vocali di LaBrie. Eppure, a quanto pare, con questo album la carriera solista di questo splendido cantante è tracciata per un bel po’. Metal! Dalla testa ai piedi!
Formazione
James LaBrie – voce
Matt Guillory – tastiere, voce di accompagnamento
Marco Sfogli – chitarra
Ray Riendeau – basso
Peter Wildoer – batteria, voce di accompagnamento (growl)
MUSICISTA OSPITE:
Peter Wichers – chitarra
Produzione
Peter Wichers & Jens Bogren
Tracklist
01. Agony
02. Undertow
03. Slight Of Hand
04. Back On The Ground
05. I Got You
06. Holding On
07. Lost In The Fire
08. Letting Go
09. Destined To Burn
10. Say You’re Still Mine
11. Amnesia
12. I Will Not Break