In gran forma verso la transizione! (2013)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Graz / Orpheum Teater / Austria
Data del concerto: 06.04.2013
Numero di spettatori: 700

Steve Lukather è, da qualche anno, un panino caldo e croccante da leccarsi i baffi, che si mantiene fresco all’infinito. Il tipo è operoso come un’ape. Incide i suoi album solisti in studio e li sforna a distanza di due anni, gira in tour con i fuoriclasse dell’art rock Toto e ultimamente si preoccupa, più che mai, di avere l’aria del fedele padre di famiglia. Il palco è la sua seconda casa. Anche se lui non annuirebbe, eppure. Possiamo dirlo papale papale: è la prima. Almeno per quel che riguarda il guadagnarsi la pagnotta, e i musicisti di oggi, quando coi nuovi lavori in studio si guadagna così poco o quasi niente, compensano proprio stando sempre sui palchi dei concerti.

»Luke« ha appena pubblicato il nuovo album solista in studio »Transition«, un filo più accessibile – cioè più compatto nel funzionamento – quindi più melodico e anche più »gioioso«, diciamo più ottimista del pur ottimo predecessore »All’s Well that Ends Well« Steve ha attraversato gli ultimi due anni della sua vita in una fase di grande transizione personale. Lo ha spiegato anche in una delle pause del concerto nella splendida sala dell’Orpheum Teater, in cui non mettevamo piede, parola per parola, dal 04.03.2011, quando avevamo visto qui l’ultimo concerto di Steve Lukather.

I concerti più belli sono quelli in cui suona un musicista noto da sempre per il suo linguaggio unico di predica musicale. Luke è il signore della teoria a sei corde, famoso per l’unicità esecutiva della sua brillantezza in studio e sul palco. Di solito nessuno sente la mancanza di un gruppo spalla prima di simili fenomeni musicali. E così Steve Lukather è salito sul palco subito, senza band di apertura, con la sua formazione di accompagnamento: Eric »Monsieur Chocolat« Valentine alla batteria, Steve Weingart alle tastiere e la pantera nera Renee Jones al basso, alle otto e mezza in punto di sera.

L’Orpheum Teater stavolta era ben pieno rispetto all’esperienza di due anni fa. Si vede che i Toto hanno appena chiuso due (se non addirittura tre) tour europei; l’ultima volta si sono esibiti in Austria a metà agosto 2012. I ricordi sono vivi, le emozioni pure. In sala c’erano di sicuro 700 persone. Hanno aperto pure la balconata, cosa che all’Orpheum non succede proprio spesso.

Luke in stivaletti di camoscio a punta, jeans attillati con elastan e la classica camicia troppo grande (con i primi tre bottoni provocatoriamente slacciati, che gli penzola sopra l’ombelico, pardon la cintura, e le maniche rimboccate). Il nostro buon vecchio »Candy man« dai capelli gentilmente scompigliati attacca con l’album »Transition« e la nuova Judgement Day. Il tipo non ha lesinato sul tempo, anzi già in apertura ha presentato il suo nuovo modello »signature« Music Man. Si tratta della terza derivazione della serie »Luke« chiamata »L III«. I doppi magneti »humbucker« dovrebbero avvicinare il chitarrista al suono più grasso della classica Gibson LP. Pubblico tranquillissimo. In modalità ascolto. Solo la prima fila a tratti si scalmanava un po’ emotivamente, per il resto stretta concentrazione di orecchie e occhi sui musicisti sul palco. Il quartetto però matura. Weingart negli anni si è fatto crescere un pizzetto che gli invidierebbe persino l’illustrissimo Kosobrin, amico di Kekec, mentre la metà dalla pelle scura del gruppo, nei due anni da quando avevamo visto la band l’ultima volta sul palco del Boogaloo di Zagabria, ha messo su ancora qualche »innocente chilogrammino« di troppo.

Il quartetto è affiatatissimo. Ma comunque molto attento a controllare la situazione sul palco. Continui scambi di sguardi lungo le direttrici Weingart – Valentine, o Valentine – Jones e così via. Lukather già in apertura di concerto ha mostrato un ottimo stato d’animo, quando a metà della parte strumentale della nuova Creep Motel è schizzato verso Weingart alla sua destra, per poi ripetere la scorribanda gioiosa verso la Jones all’estrema sinistra del palco. Prima di attaccare Creep Motel, Steve ha spiegato che il pezzo è nato dopo aver conosciuto, nel periodo della sua attività su Facebook, parecchi »sbandati di FB«.

Come ci aspettavamo, e in base alle esperienze di RockLine ai concerti di Steve Lukather dal 2009 in poi, abbiamo trovato il primo »Hendrixismo« molto presto in scaletta, quando Luke si è lanciato in una straordinaria cover di Freedom di Hendrix, che aveva originariamente messo su disco nell’album in studio »Candyman« (1994). Dallo stesso disco ha suonato l’immancabile Song For Jeff, dedicata al “fratello” scomparso Jeff Porcaro, eminente batterista della prima formazione dei Toto. Non sorprende più nemmeno l’omaggio alla figura e all’opera di Jeff Beck, al quale Steve è tornato integrando la sua The Pump verso la fine del concerto. Il terzo momento di questo tipo, che richiama inevitabilmente l’influenza di Jeff Beck e della sua ideologia chitarristica sulla formazione di Lukather come musicista, è stato lo strumentale conclusivo Smile di Charlie Chaplin – come secondo bis obbligato, che Steve ha eseguito solo sullo sfondo sonoro dei raggi sintetizzati e carezzevoli del collega Weingart.

Allora. Audio: un punto in meno. E la voce di Lukather, purtroppo, un altro punto in meno. Chitarra un po’ troppo alta nell’ambiente, ma questo non ha disturbato più di tanto l’umore, che è rimasto sempre sereno, positivo e divertente! La voce di Lukather però con gli anni cala di continuo. Già durante il concerto ha accennato più volte con dei gesti che la gola non è delle più fresche. In generale ha faticato parecchio durante Darkness In My World. Questo concerto ha confermato anche che Steve scarica sempre più spesso i doveri vocali sulla bassista  Renee Jones.Con il passare dei minuti la voce gli si sgretola ed è un fatto inevitabile. Altra storia sono i concerti dei Toto, dove ha due, forse tre pezzi cantati. Quelli li porta a casa sempre con sicurezza. Nei concerti solisti, invece, la voce è semplicemente molto più sotto sforzo.   

Tutto questo però si diluisce del tutto quando ci si concentra sull’avventura dell’esperienza unica che orchestra la rivelazione sul palco di Luke e della sua teoria a sei corde. Luke è prima di tutto un chitarrista. Lo è stato e lo sarà sempre. Gli appassionati della sua figura musicale vanno ai concerti prima di tutto per il linguaggio del suo modo di suonare la chitarra. Luke ha di nuovo dato fuoco all’Orpheum Teater e stregato il pubblico, che non ha lesinato l’entusiasmo, scatenando fragorose salve di ovazioni durante il concerto. Compatto. Dalla prima all’ultima fila. Luke ha di nuovo incantato con la sua universalità, flessibilità, adattabilità, emozione, perspicacia. Non gli mancano sofisticatezza e controllo assoluto – stupefacente il controllo e la calibratura superiore nel combinare il lavoro della destra con quello della sinistra. Soprattutto nei punti in cui devi essere morbido come »piuma di cigno«. Per esempio quando Luke piega la melodia appendendosi al ponte e girando la leva del tremolo. Ovviamente tutto ciò è bilanciato dalle immancabili raffiche di note vibrate, che costringono anch’esse le orecchie alla massima allerta.

Lukather non ha dimenticato di onorare i fanatici dei Toto, buttandosi su un brano dell’album »Kingdom Of Desire« (1992), intitolato Never Enough, che ha chiuso la parte regolare del concerto. Per non parlare del ricordo degli anni di apprendistato nella collaborazione con gli Steely Dan, quando Luke, nel finale di uno dei pezzi della parte regolare della scaletta, ha infilato il motivo del brano Josie.

Un’esibizione di poco meno di due ore, che passa in un lampo. È semplicemente così densa di colori e scorre minuto dopo minuto con un tocco di sviluppo spontaneo degli eventi, da portarti d’un colpo in un magico mondo parallelo, se sai ovviamente abbandonarti alla magia della musica.  A differenza dell’esperienza di due anni fa nella stessa location, quando uno spettatore incoronato di alcol ha interrotto Lukather nel bel mezzo di un discorso sentito durante un pezzo con uno »Šat ap and plej!«, cosa che ha mandato l’artista su tutte le furie al punto che durante il concerto non è più stato rilassato (da cui di conseguenza anche gli errori), stavolta a Luke è stato risparmiato questo.   Così ha irradiato, in tutta la sua maniera divertente, anche la piena accessibilità del suo carisma sul palco. »Transition« è un album stupendo – Lukather ne è orgoglioso. E il nuovo album funziona di nuovo alla grande. L’enorme gioia per il nuovo traguardo in studio Luke l’ha mostrata anche nel discorso prima della nuova Right the Wrong, dove ha indicato come coautore del brano anche suo figlio Trevor Lukather (oltre al tastierista CJ Vanston).

Si tratta infatti di un’esperienza live di cui non ti stanchi mai. È un’esperienza unica quella dell’atmosfera intima da club con un fuoriclasse come Steve Lukather, perché questo artista è uno dei chitarristi più completi e universalmente (»cross-genere«) definiti della galassia. A giugno segue prima il tour europeo con i Toto, poi, come detto. Speriamo in una replica autunnale della serata con il maestro del generoso massaggio auricolare, come lo estrae il suo celebre grattare sul celebre »giocattolo a sei corde«.

Scaletta

1. Judgement Day
2. Creep Motel
3. Freedom
4. Song For Jeff
5. Transition
6. Jammin’ With Jesus
7. Darkness In My World
8. Broken Machine
9. The Pump
10. Right The Wrong
11. Hero With a Thousand Eyes
12. Never Enough
—bis I.—
13. Flash In The Pan
—bis II.—
14. Smile

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