In Your Face

0 7

Artista: Seventh Angel
Etichetta: HQ Records
Uscita: 2007

(autore della recensione n. 2: Grega Šujica, pubblicato il 4.10.2007)

Una delle band slovene più controverse, ma anche più sconosciute e “misteriose”, si presenta finalmente come si deve con il disco In Your Face.

Già dal primo riff dell’opener Born To Rock è chiaro che abbiamo a che fare con una formazione compatta, nella cui musica si sentono tantissime influenze di generi e artisti diversi; in questo “pezzo” in particolare sento un leggero sapore di Pantera, mentre più avanti, ascoltando il disco con attenzione, trovi richiami a Rage Against The Machine e Black Label Society (in Illegal Buissnes) fino ai Bon Jovi e al classico hard rock americano in brani come Cause I’m Me e Found. Che nessuno pensi che la band copi a caso i gruppi appena citati: coi paragoni cerco solo di rendere l’atmosfera del disco, perché i pezzi sono tutti più che autonomi e al tempo stesso ben legati nel quadro generale dell’album. Anche se la voce è un filo troppo avanti nel mix, la prima cosa da sottolineare è la parte strumentale; il chitarrista Mike e il batterista Simy hanno fatto entrambi un lavoro davvero eccellente. Il primo con una valanga di riff personali e assoli di gran gusto, in cui non c’è mai traccia di “wankershred” (e le mie orecchie gliene sono molto grate), il secondo con un ritmo eccellente e fill discreti ma azzeccatissimi, con cui ha dimostrato di essere un altro dei grandi talenti della batteria (Simy non è ancora maggiorenne) della nostra scena hard n’ heavy. Il bassista Tweety nella maggior parte dei pezzi resta più in secondo piano, ma con le rare uscite in primo piano dimostra comunque di essere un musicista di talento che padroneggia il suo strumento. Anche a livello vocale gli “Angeli” sono forti. La voce di Axl è abbastanza alta e personale da marchiare subito il brano e la band, ma gli manca una pronuncia inglese davvero convincente, che purtroppo diventa indispensabile se si vuole tentare la strada dell’estero. È anche il più grosso punto debole del gruppo, e andrà sistemato il prima possibile con un po’ di esercizio. L’altro neo del disco, secondo me, è la sfuriata punk un po’ infantile di Fuck The State, che sfigura in mezzo a nove pezzi tra il buono e l’ottimo.

Dopo anni di silenzio, in cui in molti dubitavano che il gruppo esistesse ancora, i 7th Angel hanno chiuso la bocca agli scettici con questo disco. Se andranno avanti su questa strada, correggeranno i difetti minori e continueranno a promuoversi con ambizione all’estero, vista la giovane età hanno tutte le carte per diventare un attore serio sulla scena hard n’ heavy europea. Con l’ingresso nell’UE queste porte si aprono anche per le band slovene.

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(autore della recensione n. 1: Aleš Podbrežnik, pubblicato il 28.09.2007)

I 7th Angel sono hard rocker “straight in your face”, con un senso convincente per la sana sporcizia e i giochetti maliziosi! Il quartetto di Slovenska Bistrica funziona già col debutto “In Your Face” come un’unità coesa e solida. Per prima cosa colpisce la comunicazione interattiva, efficace e decisa, tra basso e batteria, che sfocia in una semina di prima classe di dinamica esplosiva ed efficace, il telaio elementare e indispensabile su cui costruiscono i riff di chitarra e a cui si aggancia la melodia, con il pilastro principale dei 7th Angel alla voce.

I ragazzi sono abbastanza aggressivi da rendere il casino per tutta la durata del disco pieno di palle, e la battuta è più che giustificata. Il suono della band è vivo, crudo e confezionato in stile garage. Immagina un pizzico della semplicità degli AC/DC, incrociato con un classico elemento di hard rock melodico. Una cosa simile mi era venuta fuori di recente parlando dei rocker lubianesi Stone Orange, solo che i 7th Angel puntano su meno eleganza in fatto di armonia, e anche di controllo e di rifinitura del suono complessivo della produzione stessa. Compensano con una dose maggiore di aggressività diretta. Si tratta di una versione molto solida e martellante del sleaze rock’n’roll, nata per salire dritta sul palco dei festival di motociclisti. Il leader del gruppo Mike Pipenbaher è un talentuoso creatore di motivi di riff di base, che accendono in modo convincente su una linea ritmica fluida e dinamica di altissima qualità. La voce unisce la dose richiesta di aggressività diretta, dinamica e pulizia, che soprattutto nei registri medi e medio-alti rappresentano l’elemento più importante nell’inserire la melodia. I ritornelli sono impostati in modo inno-like, secondo lo stampo “sing along”, rappresentano i picchi atmosferici e sono fatti per le arene, per il canto collettivo di massa. I 7th Angel ci hanno pensato, arricchendoli con qualche aggiunta puntuale di vocalizzi di gruppo registrati (gang screams). La produzione ha riempito bene il quadro sonoro dell’azione collettiva del quartetto.

Certo, di punti deboli nel disco non è difficile trovarne, ma l’evoluzione del discorso dipenderà da dove si dirigerà il gruppo in futuro, ammesso che lo faccia, e se non si accontenterà del suono e dello stile attuali. I 7th Angel hanno un bel potenziale di crescita, soprattutto nello sviluppo degli elementi melodici e nella loro integrazione. Già in questo disco, anche se in dosi basse (per esempio il ritornello di Only Sixteen), fanno capire di avere il senso per costruire armonie a più voci, e poi gli assoli di chitarra (volutamente) con uno stampo semplice e melodico si occupano con coraggio dell’integrità della compattezza tematica del rapporto ritornello-pre-ritornello e della dinamicità dello sviluppo dei brani, cosa che Pipenbacher arricchisce anche con qualche ornamento, soprattutto nei passaggi e/o nelle intro. Questo indica il potenziale di un possibile e riuscito upgrade armonico dell’espressione del gruppo in futuro. Per il resto, però, funziona così. Se i ragazzi resteranno anche in futuro sul terreno “sporco”, serve un salto di qualità nella produzione del suono dei singoli componenti. Cioè alzare chitarra, batteria e basso al massimo in studio, perché la somiglianza da cliché con il resto del mondo rock’n’roll è troppo forte, e quindi bisogna, e ne vale la pena, impegnarsi con tutte le forze a mettere in mostra le proprie palle, cosa che i ragazzi, da quel che hanno fatto vedere finora, sanno già benissimo. Più sono grosse, più a fondo spaccano la zucca dell’ascoltatore, che così non ha tempo di mettersi a cercare i loro cliché. Oltre alla base elementare e alla prevedibilità hard rock dei brani dell’album, vale la pena segnalare Fuck The State, il pezzo con più sporcizia concentrata, di postura rock diretta, magistralmente miscelata con un pizzico di Motorhead e Sex Pistols. Il brano è riuscitissimo e merita il tentativo del gruppo di spingerlo sul mercato come “singolo”. Il titolo è provocatorio e la postura rock aggressiva del suo latrato velenoso, ovvero della sua esecuzione, ti afferra saldamente per le palle e ringhia in modo arrogantissimo!

Metà della band si occupa già con successo dell’atteggiamento generale da cattivi ragazzi. Sarebbe bello estenderlo a tutto il gruppo! A favore della monelleria, poi, riporta in vita con grande successo quella dissolutezza che il rock’n’roll richiede il libretto dell’album, farcito di fotografie edoniste. Donne, sesso, quantità incommensurabili di ettolitri di Jack Daniel’s versati, vere bombe di spinelli di skunk arrotolati,…. I Guns N’ Roses non ci sono più, ma il ricordo di loro è ben lontano dall’essere morto. Al cantante consiglio un breve “corso accelerato” di come prendere i versi inglesi durante l’esecuzione delle linee vocali scelte, che aiuterebbe anche a far crescere la dinamicità dei prodotti futuri, in termini di atmosfera, impatto generale e scorrevolezza dei pezzi. La voce è esplosiva e potente abbastanza, ma potenziando questo elemento sarà in grado di portare ancora più aggressività, voltaggio d’urto e, naturalmente, sviluppo della melodia! Ai ragazzi consiglio anche di frugare un po’ di più nel tesoro della propria fantasia, perché titoli come Born To Rock, Free, Heat Of The Moment, pardon Heat Of The Night, Sweet Sixteeen, oh pardon, ancora una volta… quello giusto è Only Sixteen, Fuck The State, sono talmente stra-battuti nella storia del rock che al sentirli ti fa male il centro del cervelletto.

I ragazzi sono ancora giovani e stanno facendo esperienza, e io invece mi diverto un sacco a cercare il pelo nell’uovo. Ma i ragazzi hanno anche potenziale, il ghiaccio è rotto col debutto “In Your Face” e questo è l’essenziale. I 7th Angel, insieme a gruppi come Stone Orange o Lady’s First, che tra l’altro sono molto diversi dai 7th Angel, formano la giovane nuova ondata e contribuiscono in modo importante a creare una scena sana di hard n’ heavy rock su suolo sloveno. Non dimentichiamo che la Slovenia non ha mai avuto una continuità rock. Ci sono state eruzioni sporadiche e di breve vita (Pomaranča, Martin Krpan, Spin), e in generale gli anni Novanta hanno ammazzato del tutto la sua dignità sul nostro territorio, per quel poco che ne era rimasto. Ecco, adesso abbiamo questi giovani laboriosi, pieni di slancio creativo, più gli ottimi album freschi dei veterani dell’hard rock Mary Rose e Šank Rock, e non c’è verso che stavolta la Slovenia non si becchi la piattaforma di base di una continuità rock generazionale con limite all’infinito. I 7th Angel sono un gruppo con un futuro brillante, ma bisognerà ancora sputarsi bene nelle mani! Soprattutto se guardi alla differenza di qualità rispetto ai loro coetanei hard rocker con tanto di codice fiscale negli USA, in Australia, in Canada o in Europa.

Formazione

Axl – voce
Mike – chitarra
Tweety – basso
Simmy – batteria

Produzione

Tomaž Maras & 7th Angel

Tracklist

1. Born To Rock
2. Live For Love
3. Free
4. Illegal Business
5. Cause I’m Me
6. Found
7. Fuck The State
8. NWO
9. Only Sixteen
10. Heat Of The Night

Durata dell’album: 36.29

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