Gentle Giant

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Gentle Giant
Etichetta: Vertigo Records
Uscita: 1970
Voto: 3.5/5

I Gentle Giant nascono dalle ceneri del gruppo pop britannico Simon Dupree and the Big Sound, guidato dai tre fratelli Shulman (Derek a voce e basso, Phil ai cori e al sassofono e Ray al basso e al violino). La band aveva avuto perfino un certo successo nelle classifiche britanniche: il singolo “Kites” nel 1967 era riuscito a entrare addirittura nella top 10 inglese. Ancora più sorprendente (soprattutto pensando a quello che sarebbe venuto fuori da loro dopo) è l’immagine di legioni di ragazzine urlanti e isteriche che negli anni ’60 pendevano dalle loro labbra, come testimonia anche un documentario dell’epoca. Ma verso la fine dei ’60 le cose cambiarono radicalmente, sia nel mondo della musica sia per i membri della band, e i fratelli Shulman decisero di fare il salto verso una musica molto più seria e artisticamente impegnativa, capace di mostrare al mondo i loro straordinari talenti. Dopo aver conosciuto il tastierista Kerry Minnear, che aveva appena finito gli studi all’accademia di musica, e il chitarrista Gary Green, mentre Martin Smith diventava il loro primo batterista, sono nati i Gentle Giant, senza dubbio una delle band progressive rock più strane e sperimentali degli anni ’70, che ancora oggi, molto tempo dopo lo scioglimento, gode di uno status di culto e di grande rispetto tra gli appassionati di prog. La maggior parte della loro produzione era segnata da arrangiamenti complessi, cambi di tempo imprevedibili, strane armonie vocali, polifonie, poliritmie e una varietà di strumenti davvero fuori dal comune (tutti i membri, batterista escluso, erano polistrumentisti). Quasi tutti i pezzi li ha scritti Minnear, di formazione accademica, anche se col tempo Ray Shulman è diventato il suo allievo migliore nella scrittura musicale, tanto che i due hanno formato un duo di compositori efficacissimo. I concetti lirici della band erano spesso ispirati a una filosofia di impegno sociale, a vicende personali e alle opere letterarie di Francois Rabelais, autore francese del Cinquecento di romanzi satirici su Gargantua e Pantagruel. Lo suggerisce anche la copertina che salta all’occhio, con la faccia sbarazzina del gigante che dà il nome alla band e protagonista della maggior parte dei loro concetti lirici.

Sul loro primo album, intitolato semplicemente “Gentle Giant”, la band stava ancora cercando un suono tutto suo, riconoscibile. La maggior parte dei pezzi non ha ancora quella complessità ed eclettismo che arriveranno con le uscite successive. In sostanza, per gran parte del disco il gruppo rimbalza tra elementi folk e hard rock. Eppure in alcuni momenti sorprende già con sezioni sinfoniche e dal sapore jazz del tutto inaspettate. Tra questi metto sicuramente l’apertura di “Giant”, con i suoi cambi di tempo imprevedibili e i bei arrangiamenti sinfonici di tastiere e sassofono. Anche se alla base è una composizione hard rock, ci sono chiaramente tante finezze tipiche della musica classica e ritmi jazz di basso e batteria. Dopo una sezione strumentale jazz, dove si sente anche il mellotron, arriva un passaggio sinfonico dal sapore davvero maestoso. Poi si torna al motivo principale con un riff incisivo e una forte combinatoria ritmica. Un inizio di storia davvero riuscito. In “Funny Ways”, dove per la prima volta mostrano il loro interesse per la musica folk, medievale e da trovatori, in primo piano ci sono belle parti di violino e la voce carismatica (e ogni tanto anche eccentrica) di Derek. All’improvviso il pezzo finisce in strane acque bluesy, con arrangiamenti sinfonici sullo sfondo e un deciso riff di chitarra. Per me, insieme a “Giant”, il pezzo migliore del disco. Nella sinistra “Alucard” (Dracula al contrario; la band era furba e non voleva allontanare i possibili fan della “generazione dei fiori”, che temevano tutto ciò che sapeva anche solo vagamente di negatività) si sente una linea di basso in primo piano al sintetizzatore moog e belle parti di sassofono e chitarra. La voce passata attraverso un effetto crea di proposito un’atmosfera grottesca. Le sezioni strumentali jazz oscillano di continuo da qualche parte tra l’umorismo e la schizoidia.

La tranquilla “Isn’t It Quiet And Cold” è un folk rock piuttosto semplice e melodico, tutto violino e chitarra acustica, accompagnato da una voce leggera e poetica. Qui, sotto il ritmo, si avverte anche il loro passato pop/r’n’b. A un certo punto arriva l’inevitabile xilofono, che in seguito sarebbe diventato uno dei loro marchi di fabbrica e con cui rappresentavano in modo efficace i movimenti della loro mascotte. “Nothing At All” ha un’introduzione molto bella e malinconica di voce, chitarra acustica, violino e arrangiamenti sinfonici che creano un’atmosfera celtica. All’inizio sembra una quieta ballata folk rock con motivi barocchi, ma non dura a lungo, perché poi la portano in tutt’altre acque. A un certo punto irrompe un classico riff bluesy/hard rock della chitarra di Green, a cui si aggiunge la voce arrabbiata di Derek. Segue l’immancabile assolo di chitarra e la band suona di nuovo come una hard rock band alla Deep Purple. Poi arriva una vera cacofonia tra la batteria di Smith e il pianoforte di Minnear, che porta tutto in acque completamente avanguardistiche. Alla fine chiudono comunque bene, col famoso motivo celtico romantico. In “Why Not” si cimentano di nuovo nel ruolo di hard rocker, perché dentro si sentono tantissimi elementi blues. Il principale “colpevole” è Green, con i suoi riff di chitarra e l’assolo finale, visto che da chitarrista veniva più che evidentemente dal blues. Ma non mancano nemmeno i bei motivi folk rock barocchi e melodici in primo piano e una voce romantica. Qui per la prima volta fanno intravedere anche le armonie vocali a più voci, che negli anni diventeranno il loro marchio di fabbrica. Il finale, con passaggi affilati tra chitarra e organo hammond, è puro blues. I Gentle Giant, del resto, in tutta la loro carriera ogni tanto ricorderanno che non hanno mai dimenticato come si fa a “picchiare” anche in versione (hard) rock. La conclusiva “The Queen” è una breve parodia strumentale bluesy dell’inno britannico, con qualche pausa di tempo qua e là. Un’altra dimostrazione del loro senso dell’umorismo nero. L’album vanta anche una produzione piuttosto buona per l’epoca, curata dal leggendario produttore Tony Visconti (il più noto come produttore di David Bowie e dei The Moody Blues).

“Gentle Giant” è un esordio davvero solido per una band che stava ancora scoprendo e plasmando piano piano il proprio suono, e che con l’album successivo farà in questa direzione passi avanti ben più che evidenti. Per gran parte del disco si sente forte l’influenza dell’hard rock, nel 1970 popolarissimo e ancora freschissimo. La band avrebbe sicuramente potuto trasformarsi anche in una di successo del genere, se le sue ambizioni artistiche e il suo talento musicale non fossero stati molto più grandi dei confini musicali medi e delle tendenze del momento. Negli anni seguenti i Gentle Giant si affermeranno come una delle forze guida del progressive rock di impronta eclettica e realizzeranno una caterva di album innovativi e variegatissimi. Il successo commerciale, comunque, è rimasto fuori portata, soprattutto in patria, ma la sbarazzina combriccola di trovatori non se n’è mai preoccupata più di tanto. La loro filosofia di fondo, del resto, era racchiusa in una frase scritta sul loro secondo album: “la nostra missione principale è esplorare nuovi confini della musica popolare, a rischio di diventare molto impopolari”.

Formazione

Derek Shulman – voce, cori, basso
Gary Green – chitarra, chitarra a 12 corde
Ray Shulman – basso, violino, chitarra, percussioni, cori
Kerry Minnear – tastiere, basso, violoncello, cori, percussioni
Phil Shulman – sassofono, tromba, cori
Martin Smith – batteria, percussioni

Produzione

Tony Visconti

Tracklist

1. Giant (6:22)
2. Funny Ways (4:21)
3. Alucard (6:00)
4. Isn’t It Quiet And Cold? (3:51)
5. Nothing At All (9:08)
6. Why Not (5:31)
7. The Queen (1:40)

Durata dell’album: 36:57

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