No Reason To Cry

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Artista: Clapton, Eric
Etichetta: Polydor Records
Uscita: 1976

Eric Clapton negli anni Settanta è stato musicalmente attivissimo, forse persino troppo per uno schiacciato da una crisi d’identità. Nonostante l’accumulo costante e autodistruttivo di problemi e altre situazioni intricate del genere, frutto dell’abuso di oppiacei di ogni tipo e calibro, la carriera del chitarrista, a parte due album più o meno (sotto) la media, è riuscita a restare agganciata al livello qualitativo dei giorni ormai dimenticati in cui a Clapton, tra le altre cose, avevano appioppato il soprannome di dio. La sua carriera, insomma, più che seguire un piano si è sviluppata d’istinto in direzioni diverse, e tra queste abbiamo beccato Eric pure a infatuarsi del reggae, influssi inaccettabili per parecchi dei suoi fedeli adoratori. Stavolta, per la prima volta, Clapton prende le distanze dagli aromi e dai sapori seducenti giamaicani, ma non dalle riletture di altri motivi “antibluesistici”, su cui, sotto la bacchetta vigile di Rob Fraboni, regna sovrana l’esecuzione fuori classe di una perla del blues.

No Reason To Cry, sul piano musicale e dei testi, si avvicina più o meno a uno strano incrocio tra la scioltezza di 461 Ocean Boulevard e la natura giocosa delle “confessioni amorose di Layla“. Eric ci accoglie con la melodicissima Beautiful Things, un navigare morbido e sognante tra i suoni inconfondibili del suo slide, che come da tradizione regala all’insieme strumentale una nota particolarmente ammaliante. Sign Language è un duetto interessante ma purtroppo anche subito dimenticabile con il grande Bob Dylan, dove troviamo gli ultimi residui di quella fastidiosa malinconia monotona che segnava soprattutto There’s One In Every Crowd. Più pacata e, soprattutto, evidentemente più sicura di sé è la fantastica All Our Past Times, che rispecchia la delicatezza della sua natura imprevedibile in Double trouble di Otis Rush, fuori classe e senza dubbio il momento più impressionante del disco. L’atmosfera piacevole la guastano Hello Old Friends e Carnival, tinte di country, con cui stavolta Eric non convince. Le semplici Innocent Times e Hungry sono due fresche rappresentanti del flirt di Eric con le voci femminili seducenti, a cui stavolta pensa di nuovo la convincente Yvonne Elliman. Il timbro di Yvonne si fonde in modo incredibile con i suoni minimalisti della chitarra nella delicata Black Summer Rain, che in coppia con il “blues da sbronza” di Last Night evoca ogni tanto momenti magici.

Nel complesso No Reason To Cry è un lavoro compatto che, sulla scia del predecessore, soffre ancora di una cronica mancanza di innovazione e freschezza. Di picchi degni di nota qui non ce n’è proprio in abbondanza. Così No Reason To Cry rappresenta, se non un ritorno in forma spettacolare, quantomeno la documentazione della graduale guarigione di un grande musicista, che resta comunque un ascolto obbligato per ogni Claptonista.

Formazione

Eric Clapton: voce, chitarra
Bob Dylan: cori
Georgie Fame: tastiere
Billy Preston: tastiere
Ron Wood: chitarra
Yvonne Elliman: voce
Chris Jagger: voce
Levon Helms: batteria
Jamie Oldaker: batteria
Carl Radle: basso

Produzione

Rob Fraboni

Tracklist

1.Beautiful Thing
2.Carnival
3.Sign Language
4.Country Jail Blues
5.All Our Past Times
6.Hello Old Firend
7.Double Trouble
8.Innocent Victims
9.Hungry
10.Black Summer Rain
11.Last Night

Durata dell’album: 45:48

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