Incantations
Artista: Oldfield, Mike
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1978
Voto: 4.5/5
Dopo tre anni di silenzio, passati a comporre nuovi brani, a frequentare corsi di auto-miglioramento e a rifiatare da un periodo della sua vita pesantissimo, in cui Mike Oldfield era diventato una delle più grandi star del pianeta, è tornato sulla scena con un doppio LP, uscito poi in un solo CD. Chissà cosa ha spinto Oldfield a iscriversi ai corsi di auto-miglioramento Exegesis. Forse, dopo un album monumentale come Ommadawn, semplicemente non sapeva più cosa gli restasse da fare. Era all’apice delle sue forze e qualunque cosa fosse arrivata dopo sarebbe stata una delusione. Secondo altre teorie, invece, frequentava quei corsi per superare la timidezza e la paura dei concerti dal vivo. Questa spiegazione mi sembra più plausibile, soprattutto se penso che nemmeno dopo i dischi precedenti era andato in tour, nemmeno dopo lo strepitoso successo di Tubular Bells. I corsi, a quanto pare, lo hanno aiutato a sistemare alcune cose che doveva risolvere. E le ha risolte eccome, perché Incantations è una vera delizia artistica.
Già la prima parte ci fa capire che Oldfield non ha perso un briciolo del suo vecchio fascino. Si parte con un canto vocale che forse ricorda un po’ l’apertura di Tarkus degli Emerson, Lake and Palmer. Più avanti archi e flauti si fondono in una bella melodia. Ti sembra di ascoltare la colonna sonora di una fiaba da brividi. Quando entrano anche le tastiere, alla melodia si aggiunge un’ulteriore dimensione e tutto diventa ancora più mistico e mitico di prima. E quando Mike ci mette sopra i suoi celebri suoni di chitarra, sembra di ascoltare qualcosa di perfetto. Ma Oldfield non è tipo da adagiarsi sugli allori, quindi ben presto ci porta su un’altra strada – quella delle danze tribali dei nativi americani. La batteria costruisce un ritmo spettacolare, mentre le tastiere aggiungono un suono moderno. Poi arrivano anche i fiati che, insieme agli archi, ci riportano nel mondo delle fiabe. Tastiere, chitarra e basso non coprono mai archi e fiati, tutti gli strumenti sono incastrati alla perfezione e insieme creano una specie di horror new age (un mix tra King e Poe). Poco dopo parte una nuova sezione di batteria e sintetizzatore. Si uniscono il coro, la chitarra e il basso. Ne esce un suono più ricco, in cui tradizione e modernità si combinano. Verso la fine della prima parte ritorna una delle melodie precedenti, su cui flauti e archi sullo sfondo creano un’atmosfera sognante.
La seconda parte si apre con una lunga intro sognante di tastiere, che stilisticamente ricorda il successivo periodo new age di Oldfield. Quando entra l’orchestra, siamo di nuovo davanti a un mix di nuovo e vecchio. La chitarra fa una breve comparsa, presentando prima le malinconiche magie del sintetizzatore, poi quelle di archi, flauto e infine voci. Gli altri strumenti si infilano presto nel lamento e creano un altro momento magico. Per un po’ la chitarra prende l’iniziativa e ci trascina in un’esplosione sonora, dove con un’improvvisa ondata di gioia in un mare di tristezza scarica la tensione accumulata. Poi tamburi africani, sintetizzatore e vibrafono annunciano l’inizio del brano Hiawatha, scritto dal poeta americano Henry Wadsworth Longfellow. Batteria, sintetizzatore e vibrafono evocano un’atmosfera da nativi americani che resta per tutta la parte vocale, forse un filo troppo lunga (sette minuti). Nella parte cantata c’è poca varietà, ogni tanto la chitarra acustica ripete le linee vocali, ma finisce lì. Sembra davvero che la parte vocale sia troppo lunga, ma forse è proprio questo lo scopo. Con il suo ritmo ipnotico e monotono e il canto ammaliante (Maddy Prior), questa sezione è pensata come un’invocazione (incantation).
La parte successiva ci spiazza subito. L’inizio è energetico a livelli assurdi, come se la musica arrivasse da un banchetto medievale. È una festa, una celebrazione della vita. Poco dopo lascia il posto a un’altra tranquilla danza tribale dei nativi americani, suonata con batteria, sintetizzatore e vibrafono. Subito dopo Oldfield, con un’altra melodia “europea”, dimostra come sappia saltare da uno stile all’altro, ma prima ancora di fare davvero conoscenza con questa sezione parte una nuova melodia, stavolta più moderna e ballabile (un termine che con i primi lavori di Oldfield non userei spesso). Questa parte prosegue senza tregua a colpi di cambi di stile, temi nuovi e tempi diversi. Lo scambio tra chitarra, vibrafono e tastiere ci porta avanti e ci lascia riprendere fiato dopo tutto quel delirio. Ma dura poco, perché un altro passaggio potente continua a ritmo serrato e chiude la sezione. Non pensavo fosse possibile, ma questa parte è ancora meglio delle due precedenti, e la migliore in assoluto, soprattutto per i continui cambi di tempo, i vari stili e i ritmi interessanti. Probabilmente è uno dei brani più vari che ti capiterà di ascoltare. Un altro punto a favore: nessuno strumento domina, nemmeno la chitarra, marchio di fabbrica.
All’inizio dell’ultima parte ci può tornare in mente Ommadawn, con l’arpa e le tastiere che risuonano allegre. Segue un lungo passaggio di vibrafono (quasi un soundscape, alla Robert Fripp), suonato da Pierre Moerlin (Gong). Ancora una volta si vede quanto Oldfield flirti con la new age. Per fortuna arrivano in soccorso archi, chitarra e basso, che portano più varietà. Sembra che il pezzo non vada da nessuna parte, ma all’improvviso la chitarra esplode con un tema da “far west” (qualcosa che ti aspetteresti più da Ennio Morricone), come se seguisse il galoppo sfrenato dei cavalli. Per qualche istante si sente qualcosa che ricorda un mellotron, poi entra anche il coro, giusto per avvisarci che non siamo nella prateria dell’Ottocento, ma nell’Europa del Novecento. Il vibrafono mostra che non ha ancora finito, riprendendo la stessa melodia di prima e introducendoci a “Ode To Cynthia”, brano scritto da Ben Johnson (non lo sprinter canadese-giamaicano, ma il poeta inglese) e cantato da Sally Oldfield, la sorella di Mike. Quando il sintetizzatore suona la melodia vocale che arriva più tardi, mi si mozza il fiato. Una parte davvero stupefacente. Anche la voce di Sally è impeccabile, a dirla tutta non è mai suonata meglio. L’album si chiude in modo piuttosto sobrio, ma Oldfield non ha mai amato i fronzoli. È un maestro della raffinatezza e per chiudere si può dire proprio questo.
In questo disco Oldfield suona di nuovo un numero incredibile di strumenti. Con lui ci sono anche diversi musicisti di fama mondiale. Il tutto forma un album molto compatto e fluido, nonostante le tantissime influenze (folk celtico, rock sinfonico, classica, musica dei nativi americani, world music, new age). La chitarra è un po’ meno presente che in Ommadawn, ma in compenso l’album è equilibratissimo. Nessuno strumento domina o mette in ombra gli altri. Si vede che negli arrangiamenti è stata messa un sacco di cura.
Con Incantations Mike Oldfield ha messo a segno un altro capolavoro che, per bellezza e grandezza, sfiora le vette di Ommadawn, solo che Ommadawn è un po’ più concentrato e asciutto. Ma bisogna tener conto che Incantations è un doppio album, lungo il doppio di Ommadawn, quindi non sorprende che certi pezzi siano troppo tirati per le lunghe. Eppure, se lo si confronta con altri doppi album che avevano molto più materiale di riempimento, questo disco ci guadagna parecchio. È vero, non è Ommadawn, ma per qualità ci va molto vicino. È un album splendido, che mescola stili diversi, unisce oriente e occidente, mette insieme elementi che sembrano troppo distanti per poter essere combinati. Eppure Oldfield riesce, senza sforzo, a fonderli in un insieme unico e assolutamente originale.
Questo è il primo album che, nonostante non abbia avuto lo stesso successo dei precedenti, ha portato il signor Oldfield in tour. Il tour, comunque, andò bene e ne uscì un doppio live (Exposed). Ma di questo parlerò un’altra volta. Consigliato.
Formazione
– Mike Oldfield: chitarre acustiche, classiche, elettriche & spagnole, basso, tastiere, sintetizzatore, percussioni
– David Bedford: archi e coro
– Sebastian Bell: flauti
– Jabula: tamburi africani
– Mike Laird: tromba
– Pierre Moerlen: batteria, vibrafono (4)
– Sally Oldfield: voce
– Terry OldfieldK flauti
– Maddy Pryor: voce
– The Queens College Girls Choir: coro
Produzione
Mike Oldfield
Tracklist
1. Incantations Part One (19:05)
2. Incantations Part Two (19:34)
1. Incantations Part Three (16:59)
2. Incantations Part Four (16:59)
Durata dell’album: 72:37