INmusic Festival 2012
Luogo: Jarun, Zagabria, Croazia
Data del concerto: 29.06.2012
Numero di visitatori: 50.000 (su tutto il festival)
Prezzo del biglietto: Biglietto del festival (3 giorni): 45 EUR
Alla fine di giugno (28.6. – 30.6.) si è tenuto a Zagabria, ormai come da tradizione, l’INmusic festival. Sull’isola in mezzo all’idilliaco lago di Jarun, la settima edizione del festival ha servito una combinazione interessante di headliner, ma ha deluso con tutti gli altri artisti. Io sono arrivato sul posto solo il primo giorno, perché per via di impegni ho dovuto purtroppo saltare la serata d’apertura, il cosiddetto ”giorno zero”, in cui avrebbero dovuto esibirsi Plan B, che però ha dovuto dare forfait per malattia. All’ultimo momento quel posto è stato riempito dai ”ripescati” di Rijeka, i Let 3, che a detta dei presenti hanno sostituito degnamente il musicista inglese di cui sopra. Il ”giorno zero” si è chiuso con uno show audio-visivo che porta il nome di Gorillaz Sound System (ovviamente senza il protagonista del progetto, il ‘blurriano’ Damon Albarn). L’INmusic festival va avanti dal 2006. È noto un po’ ovunque per la sua spensieratezza estiva e per un’ampia e qualitativa gamma di generi tra gli artisti in cartellone. Così, finora, abbiamo potuto sentire nomi come Morrissey, Sonic Youth, The Stooges, Nick Cave and the Bad Seeds, The Prodigy, Moby, Kraftwerk, Alice in Chains, Billy Idol, Massive Attack, LCD Soundsystem, The Flaming Lips, Jamiroquai, Cypress Hill, Arcade Fire, Grinderman, ma anche Hot Chip Jazzanova, Kiril Džajkovski, Yeah Yeah Yeahs, Tricky, Editors, Dimmu Borgir, Anthrax, Pendulum, Rise Against, Flogging Molly, Broken Social Scene, Audio Bullys, New Young Pony Club, Caribou, The Streets, TV on the Radio, Mastodon, Jello Biafra e Buraka Som Sistema. Il line-up di quest’anno, a differenza degli anni passati, era parecchio ridimensionato, visto che il festival ha perso lo sponsor principale (l’operatore mobile ‘T-Mobile’) e il comune di Zagabria continua a far pagare salato l’affitto dell’area (una totale assurdità, già solo dal punto di vista della promozione della città, che il festival fa di fatto gratis). Nonostante queste circostanze, i biglietti non sono rincarati granché, quindi su questo fronte agli organizzatori non si può che fare i complimenti. L’azione del festival si concentrava su due grandi palchi ‘open-air’, il ‘Main Stage’ e il ‘World Stage’, mentre gli altri palchi più piccoli (‘Ko to tamo pjeva’, ‘Tko pjeva zlo ne misli’, ‘Night Stage’, ‘Nissan Jukebox’, ‘Kupola Axe Party’ e ‘Jack Party’) con la loro musica varia durante il giorno hanno fatto da corretto supporto ai due palchi principali, mentre di notte hanno preso il testimone del divertimento.
Il primo giorno il ‘World Stage’ è stato aperto dagli unici rappresentanti sloveni del festival, i Zebra Dots (ex London). Davanti a un pubblico poco numeroso hanno fatto il loro set da professionisti e presentato alcuni brani che sentiremo anche nell’imminente album di debutto, in uscita quest’autunno. La band infatti è diventata solo pochi giorni prima una protetta della Universal Music. Va detto che stavolta le prime ore non sono state particolarmente clementi con gli artisti, perché il caldo insopportabile impediva di seguire come si deve il programma del pomeriggio. Poco prima delle nove, invece, sul palco sono saliti i ragazzi di Dry The River, nome del momento della scena folk inglese. Questi ragazzi, nati nel 2009 a Londra e usciti a marzo con un esordio accolto benissimo, ‘Shallow Bed’, sono al momento il nome più caldo del folk rock inglese. Le recensioni entusiaste quindi non sono un caso. Molti vedono in loro una versione più intelligente e mistica dei Mumford and Sons; a me sul palco sono sembrati una specie di mix tra Tame Impala e Fleet Foxes. Li definiscono armonie meravigliose e melodie profonde e potenti, ma al tempo stesso semplici, alla maniera del folk. La voce del cantante è semplicemente divina e, insieme al violino, accarezza piacevolmente le orecchie. Sul palco non c’è traccia di ”bluff” da palcoscenico: sinceri e modesti, rilassati e divertenti. I momenti migliori sono stati il brano d’apertura No Rest, lo straordinario singolo New Ceremony e la magica e monumentale Lion’s Den in chiusura. Per una band che anche dopo il concerto si è divertita per tutta la sera con i visitatori del festival ed è rimasta aperta alle chiacchiere, di certo c’è ancora un bel futuro. Sabato, cioè il secondo giorno, un ruolo simile a quello dei Dry The River il giorno prima l’hanno avuto i Hype e soprattutto i Retro Stefson. Hype sono una band croata per ora piuttosto sconosciuta, nata nell’autunno del 2009. Il gruppo è composto da quattro membri. Suonano un rock alternativo garage ed esplosivo, che però mescolano con prese metal più dure. Conquistano con un’espressione di magnetismo che ti travolge e ti incanta in un attimo. La scoperta della serata. Dopo di loro sul grande palco principale sono saliti gli islandesi, giovane orgoglio del paese, i Retro Stefson. La band di Reykjavík, che finora ha pubblicato un solo album, intitolato Montaña, ci ha conquistati con un modo di suonare tecnicamente perfetto e a sangue pieno, che in modo insolito fonde insieme basi di generi diversi. In questo gioco e in questo cambio di atmosfere di genere si spingono così lontano che a tratti sembrano una ”band in cerca di sé stessa”, ma smontano subito questa ipotesi, perché proprio questo inserire con tanta varietà elementi diversi si rivela un valore aggiunto d’autore.
Bisogna ammettere che al festival hanno suonato ancora parecchie band interessanti, ma la maggior parte non sono riuscito a vederla, per via degli orari che si sovrapponevano ai nomi principali. Penso soprattutto a Reptile Youth, Archie Bronson Outfit, Fanga, Vlasta Popić, Tamikrest e Iness Mezel.
Il quartetto principale del festival era formato dai nomi Franz Ferdinand, New Order, Mando Diao e Gogol Bordello. La prima sera, come preparazione ai New Order, a scaldare il pubblico ci hanno pensato gli ”zingari newyorkesi” Gogol Bordello. La band, famosa per l’energia straordinaria dal vivo e per il melos zingaro, è stata fondata a New York nel 1999 dal frontman Eugene Hütz. Lui ha una storia personale interessantissima e, in linea con i suoi antenati rom (per parte di padre è russo, nato a Boyarka, in Ucraina), è segnato dal vagabondare per il mondo e da un’eterna condizione di straniero, ma in tutto questo si riflette anche una singolare immagine cosmopolita. Lo si sente pure nella loro musica, un vero piccolo tesoro dell’eredità etno, punk, dub e rock di tutto il mondo. La loro musica viene definita il più delle volte con due parole: Gypsy punk. I testi di Hütz si distinguono per una splendida tecnica narrativa (sul modello di Cave, Cohen, Dylan…) e per la musicalità tradizionale zingara della parola. Testi già di per sé interessanti (in inglese), resi ancora più succosi e vivi dall’accento vocale russo. Per tutto questo non stupisce che siano considerati straordinari divulgatori della musica e della cultura rom. I Gogol Bordello hanno scaldato il pubblico zagabrese in un attimo. Il loro paesaggio musicale appassionato, emotivo e diretto, le melodie bombastiche da canzonetta, sostenute da una dose incredibile di energia e di alcol, hanno provocato tra la gente un vero piccolo shock di adrenalina e, in una certa misura, anche culturale. Senza piegarsi a nessuna norma quasi-civile, impazzivano, saltavano, bevevano e si buttavano letteralmente su e giù per il palco, eppure l’esecuzione musicale non ne ha risentito per niente. Sudore, puzza, chi se ne frega? Avventura selvaggia al quadrato. Benzina sul fuoco l’hanno buttata per tutto il tempo il vivace frontman Hütz e l’MC e tastierista ecuadoriano, il selvaggio Pedro Erazo. Un sacco di applausi dal pubblico se li sono presi anche il violinista Sergey Ryabtsev e il fisarmonicista Yuri Lemeshev, ma a me sono rimasti impressi in particolare il bassista dub di origini etiopi, il gigante Thomas Gobena, e il batterista Oliver Charles, che con il suo approccio metal sembrava arrivare da un altro mondo, eppure guidava, controllava e coordinava alla grande i colleghi scatenati sul palco. I pezzi erano per lo più tiratissimi e giocavano molto con la dinamica della tensione e del volume. Un fascino speciale glielo ha dato proprio il violino di Ryabtsev, che alla base pop moderna ha aggiunto quel vero melos ”orientale”, il temperamento zingaro e la magia, davanti ai quali non potevi restare di ghiaccio. Ti mette il sangue in circolo, anche se sei un tipo composto. Hanno suonato quattordici brani, e i più acclamati sono stati i ormai popolarissimi Start Wearing Purple, Wonderlust King e My Companjera. Mi sono rimasti impressi anche l’inno da stadio Immigraniada (We Comin’ Rougher), la zingaresca Pala Tute e la Super Taranta in chiusura, che in questo momento è particolarmente d’attualità, visto che è stato uno dei brani suonati alla cerimonia d’apertura di Euro 2012. I Gogol Bordello si sono rivelati una straordinaria ”party band” che, a differenza di altre cosiddette tali, punta sulla parola d’autore, sulla nota, sul cosmopolitismo zingaro e sul buonumore.
Sabato sera un ruolo simile a quello dei Gogol Bordello di venerdì l’hanno avuto gli svedesi Mando Diao. Gli alternativi svedesi (che con ogni disco si avvicinano di più all’etichetta pop) sono nati nel 1999 a Borlänge, in Svezia. Padre ideale della band è il frontman Björn Dixgård. È passato un bel po’ di tempo, tra prove e cambi di nome, prima che con l’arrivo del co-frontman Gustaf Norén la formazione si stabilizzasse e si dotasse di questo nome insolito, frutto di un sogno di Dixgård. Il gruppo si basa sul lavoro e sull’interazione tra Dixgård e Norén, ed era ben presente anche sul palco di Zagabria. Si tratta della tradizionale coppia da ”songwriter” che nella storia abbiamo visto per la prima volta con i The Beatles, dove John Lennon e Paul McCartney, proprio grazie alla collaborazione reciproca, hanno creato l’intero opus di quella band epocale. In Inghilterra è poi diventato una specie di marchio di fabbrica delle band di successo (The Rolling Stones, The Smiths, The Stone Roses, Oasis, Blur, The Libertines…). Anche i Mando Diao attingono parecchio a questa eredità britannica, e a tratti suonano come una tribute band svedese dei Beatles – con quarant’anni di ritardo – con brani ”originali”. Le influenze sono davvero forti, visibili e udibili, e anche se prima ho scherzato un po’, non si tratta di una band generica. I ragazzi, partiti come band alternativa, garage e accolta benissimo dalla critica (l’esordio ‘Bring ‘Em In’), oggi si distinguono per un rock moderno, melodioso e scorrevole (ma non leggero nel senso dei pop istantanei), che mescolano con ritmi da ballo e con musica autentica dalle radici nere (per esempio il soul). La loro melodicità ”eurovisionesca”, riconoscibilissima, possiamo collegarla a un’altra influenza molto marcata e all’eredità svedese di casa, cioè gli ABBA. I ragazzi ne sono orgogliosi e nelle interviste esprimono più volte il desiderio di succedere a questi giganti svedesi. Per ora non si mettono male. Se all’inizio sembravano una versione più giovane degli altrettanto svedesi The Hives, con il suono di oggi si avvicinano sempre di più agli ABBA. A Zagabria hanno semplicemente entusiasmato. Un concerto come si deve, anche se forse Norén a tratti ha esagerato nel soffiare sull’anima dei visitatori croati. I ragazzi sanno lavorare con il pubblico, sollevarlo quando serve, farlo ballare come un matto, evocare un po’ di tristezza con qualche nota malinconica, e anche far ridere al volo con battute di spirito. Il concerto era pianificato alla perfezione. La formazione a sette sul palco funzionava come una macchina ben oliata. Hanno colpito soprattutto le voci perfette e l’ottima chimica da compagni che per tutto il concerto ha regnato tra Dixgård e Norén (la presenza a tratti era simile a quella leggendaria che creavano ai concerti Pete Doherty e Carl Barat) . Hanno suonato tredici brani nella parte regolare e altri due nel bis. Il set è stato aperto dalla strumentale Dalarna, accompagnata solo dal pianoforte, che ci ha portati in paesaggi svedesi da sogno, autentici e magici, ricoperti di boschi. Dopo questa ouverture sul palco è entrata l’intera band in abiti ben tagliati. Poi è arrivata God Knows, che parla della fratellanza nella band e del superare insieme le difficoltà di ciascuno (”Oh brother can you help me out”), che si tratti di droghe (”I ain’t sleeping but I want my line”) o di donne (”Well I turned left just like you told me to / I get excited by the moves you do…/ Well I saw her standing all colored in red I / felt the blues just by the things she said”). Subito dopo è toccato alla tiratissima, garage Welcome Home, Luc Robitaille, che ha mandato Zagabria in delirio. Febbre. Non erano bagnate solo le ragazzine nelle prime file. La ”beatlesiana” Your Lover’s Nerve (peraltro un b-side dal secondo disco ‘Hurricane Bar’) ha raffreddato un po’ la febbre, e cantava di una storia d’amore fallita. Le è succeduta la saltellante Song for Aberdeen, a cui dava un’andatura tutta particolare la marcata linea di drum and bass mescolata a tastiere ipnotiche. Il pezzo, in modo azzeccato, attraverso una piccola storia parla di vendetta e di come si affrontano le sue conseguenze (Now it’s payback / Now it’s me against the world). Il concerto cominciava a piegare verso la seconda metà e le canzoni diventavano sempre più complesse negli arrangiamenti. La malinconica All my Senses parla di una relazione che si intorpidisce e poi si sfascia (” Thinking all day long, honey what went wrong”). Le è seguita Down in the Past, che ha rialzato la febbre e mette in scena i rapporti sempre problematici tra una ragazza e un tipo. Nella ballata You Can’t Steal My Love Gustaf si è distinto con un ottimo assolo di chitarra. Mean Street ci ha portati negli anni Sessanta, e a chi ha giocato a Need For Speed ha risvegliato lo stimolo da videogioco. Prima del finale sono arrivati altri due brani dall’esordio. La prima, la splendida Mr. Moon, affronta il tema del crescere, mentre Sheepdog ci conquista con un riff primordiale, incisivo e garage, che dopo dieci anni di live è ancora fresco e moderno. Eterno. Con questo brano (e con The Band) hanno anche vissuto per la prima volta la svolta all’estero. La penultima, Long Before Rock ‘n’ Roll, parla di sesso quando era ancora un atto innocente, prima dell’epoca del rock’n’roll selvaggio. Quando non era ancora profanato ma qualcosa di sacro, di intimo, qualcosa che univa molto di più ragazze e ragazzi. Per questo non era così scontato. D’altra parte il modo di intendere il ”sesso” lo possiamo leggere anche come metafora della filosofia di vita e dei rapporti in generale. Nonostante il calo di temperatura all’esterno, il calderone ha toccato il culmine prima degli ultimi tre brani, ai primi accordi di Gloria. La prima, che ha chiuso la parte ufficiale, hit radiofonica dall’ultimo disco ‘Give Me Fire’, Gloria, è una canzone su una donna che è finalmente diventata indipendente. Un ottimo pezzo pop, avvolto di rosso, di passione, e si sentiva anche dalla bocca dei presenti. Molti sapevano a memoria tutta la canzone, ma tutti, con passione, urlavamo Gloria. Il bis è stato aperto dal brano acustico If I Don’t Live Today, The I Might Be Here Tomorrow, che ha calmato il pubblico surriscaldato e lo ha preparato al più grande successo della band, Dance With Somebody. La sua energia e la struttura da ballo del pezzo sembrano riservate al gran finale del concerto. Allungata a ben dieci minuti con inserti solisti, il pubblico ha dato tutto, l’essenza della band. I due frontman erano già da un pezzo a torso nudo, l’ora di concerto è volata. Un concerto che ha sorpreso parecchio: potremmo chiamarlo semplicemente ‘musica per tutte le generazioni’. Caldo, ballabile e professionale. I ragazzi hanno dimostrato che il buon pop rock non si fa solo in Inghilterra.
Venerdì il titolo di artista principale della serata è spettato alla band di culto New Order. Il 18 maggio 1980 il carismatico Ian Curtis si è tolto la vita. La storia dei Joy Division era finita. E proprio alla vigilia della partenza per un tour americano che con ogni probabilità avrebbe portato loro la fama mondiale. I membri rimasti, il bassista Peter Hook, il chitarrista Bernard Sumner e il batterista Stephen Morris, non si sono arresi a questo destino amaro e sulle ceneri della band precedente hanno fondato una nuova formazione, a cui hanno dato il nome New Order. Alle tastiere si è aggiunta Gillian Gilbert e in meno di un anno e mezzo la band ha pubblicato l’esordio intitolato ”Movement” (che era evidentemente ancora fortemente sotto l’influenza della band precedente). Se i Joy Division, come primo nome del post-punk, si distinguevano per il baritono morboso di Curtis, i suoi testi poetici e depressi e una melodica malinconica, a cui davano il ritmo il basso marcato di Hook e le prese da ”drum machine” di Morris, i New Order sono stati segnati da uno spostamento verso acque da ballo più sperimentali, che hanno generato una delle più grandi sensazioni della storia della musica popolare. Sono diventati tra i pionieri della musica elettronica che, con l’esplosione della scena club negli anni Ottanta (e vale ancora oggi), è diventata molto diffusa e desiderata tra i giovani. La loro caratteristica era un mescolare in modo riuscitissimo elementi rock e dance. Questa sintesi unica è ancora oggi molto influente e fa da modello a tantissime band e artisti dei generi e delle filosofie musicali più disparati. Fino a oggi hanno pubblicato otto album, l’ultimo nel 2005. La band è stata segnata da due pause di quattro anni ciascuna e nell’ultima reunion non c’è il bassista Peter Hook, per via di un litigio. Eppure a Zagabria non si è sentito. Al basso lo ha sostituito degnamente Tom Chapman, e dopo dieci anni è tornata nella formazione anche Gillian Gilbert (che allora era stata sostituita da Phil Cunnigham, che resta comunque ancora membro della band). I New Order sono una band in cui al primo posto c’è sempre la musica. E uno show visivo di accompagnamento scelto con cura. I musicisti stanno sullo sfondo. Bernard Sumner non è assolutamente un frontman nato. A differenza dell’espressivo Curtis, lui è la definizione dell’anti-presenza scenica. A tratti hai la sensazione di avere davanti una band da terrazza, tanto goffi e buffi sembrano i membri sul palco. Sumner non entra proprio nella parte del frontman, guardando la Gilbert hai l’impressione che sia sotto antidepressivi (tanto è poco reattiva), Morris suona ”solo per sé”, eppure il suono sorprendentemente non ne risente. Tutto è portato a termine alla perfezione sul piano sonoro. Davanti a questa apparente discrepanza tra immagine e suono, ti diventa presto chiaro che proprio questa insolita presenza dei musicisti sul palco crea uno show speciale, fortunatamente unico. L’atmosfera era molto da club. E all’aperto. Davvero magica. Ovunque guardassi, vedevi facce sorridenti e corpi che si muovevano sui ritmi dei classici dei New Order. I New Order hanno sostituito più che degnamente i The Cranberries annunciati all’inizio, e oserei dire che con la loro cancellazione gli organizzatori ci hanno persino guadagnato, perché li hanno rimpiazzati con una band più interessante e di qualità superiore. Ci pervadevano sensazioni davvero indescrivibili, mentre sentivi tutti quei brani leggendari.
La scaletta era composta da quindici brani, e potremmo chiamarla anche un ”best of”. Nella parte regolare ne hanno suonati quattordici e poi, nel bis, Temptation in chiusura. Nella scaletta hanno inserito anche due o tre brani della band che li ha preceduti, i Joy Division, e proprio la loro Love Will Tear Us Apart si può indicare come il culmine della serata. Il concerto è stato aperto dalla strumentale Elegia, scritta in dedica a Ian Curtis. Come dice il nome, è un lamento funebre, che però contiene, oltre a componenti malinconiche e tristi, anche sfumature sonore più liete, più vitali, più luminose verso la vita. Un’ode complessa alla morte, alla vita e soprattutto al ricordo delle persone amate. Elegia si è riversata quasi senza che te ne accorgessi in Crystal e sono arrivate anche le parole. Il brano si apre con il celebre verso ”We’re like crystal, we break easy”, e nel seguito è segnato soprattutto dalle note alte e ipnoticamente marcate del basso. Dal video di questo brano ha preso il nome anche la band The Killers. I presenti hanno accolto con vero entusiasmo il pezzo successivo, Regret, che ancora oggi è un piccolo sinonimo degli anni Novanta e lo si trova spesso in varie compilation di musica degli anni Novanta. È un tipico brano da quattro minuti ”alla New Order”, basato sul suono marcato del basso, su tastiere atmosferiche e su una batteria metronomica, mentre dallo sfondo, in questa armonica idillio, taglia il riff d’apertura ”catchy” della chitarra di Sumner. Dopo Regret è arrivata Ceremony, penultimo brano uscito dalla penna di Ian Curtis e uno dei primi registrati in studio dai New Order. Un pezzo che avrebbe dovuto essere senz’altro uno dei culmini della serata, ma la gente, nella veste sonora un po’ rimaneggiata, evidentemente non l’ha sentito suo. La reazione è stata tiepida. Si tratta di una classica composizione rock, specifica proprio per il gioco con la tensione e per l’energia straordinaria che sprigiona. Questo crea di continuo un effetto di alta e bassa marea, che solleva intensamente l’ascoltatore, poi lo calma di nuovo e ripete il ciclo. Vitale. Il testo è uno dei più forti che Ian Curtis abbia scritto, aperto e complesso nell’interpretazione anche se contiene solo tre strofe. Guarda con riflessione alla vita fin lì (l’eterno ritorno dell’uguale e il ciclo della vita: nascita – matrimonio – funerale) e all’ambiente sociale frustrante. Si rammarica di una decisione di vita presa troppo in fretta e della conseguente perdita dell’amore coniugale. Il suo cuore ferito, per via dell’angoscia, diventa sempre più solo e confuso. Da una parte l’amore adolescenziale (quasi) perduto con cui è sposato e da cui ha un figlio, dall’altra un nuovo amore, un nuovo desiderio. La fine del brano allude al suicidio. Poco dopo questa canzone la storia di vita di Ian Curtis è purtroppo finita troppo presto.
Age Of Consent, la successiva, ci ha trascinati con una linea di basso divina che poi ti gira in testa per un paio di giorni. Il brano viene dal secondo album, intitolato ”Power, Corruption & Lies”, e parla di una relazione fisica/sessuale che per uno dei protagonisti diventa qualcosa di più (”Won’t you please let me go / These words lie inside they hurt me so / And I’m not the kind that likes to tell you / Just what I want to do / I’m not the kind that needs to tell you / Just what you want me to”). Quest’anno il pezzo compie già trent’anni, eppure suona ancora modernissimo. È uno dei primi pezzi che ha anticipato il futuro più elettronico dei New Order. Il brano seguente era più vecchio di altri due anni ed è uno dei due suonati quella sera nati ancora sotto l’ala della band precedente, i Joy Division. Parlo di Isolation. Il pezzo è costruito su un ”beat” industriale, molto popolare a quei tempi, ed è accompagnato da linee alte di ”sintetizzatore”. È un altro dei brani di Curtis molto intimisti, che parlano dei suoi problemi e stati d’animo. Ma proprio con i temi più intimi, particolari, la gente si identifica meglio, e anche da qui si deve capire l’incredibile interesse per la sua poetica. L’isolamento in lui lo causano, collegandosi in modo insolito, la vita amorosa bipolare, il peso dell’esistere in una società (egoista) e una malattia scoperta tardi, che gli ha complicato ancora di più tutto (aveva l’epilessia). La canzone successiva, Krafty, incarna il suono degli anni Ottanta (anche se è stata fatta nel 2004 e l’anno dopo è stata presentata come primo singolo dal disco ”Waiting for the Siren’s Call”)) e la voglia di vivere. Melodia e testo, che incoraggiano la speranza in qualcosa di meglio, il godersela e le vibrazioni positive, erano fatti apposta per una calda sera di giugno a Zagabria. Le delusioni fanno parte della vita; il mondo è crudele e pieno di sfruttamento, ma al tempo stesso offre tante cose belle e la più bella: l’amore. Il ritornello incisivo, che si ripete tre volte (”Give me one more day (one more day) / Give me another night (just another night) / I need a second chance (second chance) / This time I’ll get it right (This time I’ll get it right)”), sembrava fatto per le gole zagabresi accaldate e desiderose di cantare. Il pubblico si era ormai del tutto risvegliato e aspettava impaziente i più grandi successi dei New Order. Prima dello scenario definitivo da ”best of” ci hanno suonato ancora ”1963”, brano sulla fine di una relazione amorosa e sull’amore eterno (”Oh, Johnny, do you miss me? / I just want to feel for you / I will always feel for you”). E poi è cominciata.
Bizarre Love Triangle. Il celebre pezzo del 1986 ha allargato ancora di più il sorriso sulle labbra dei presenti, e Sumner per un attimo ha mollato la chitarra trasformandosi in solo cantante. Un frontman che per natura non lo è, senza chitarra fa davvero un effetto buffo, ridotto all’osso. Ma anche questo ha il suo fascino. Lo abbiamo accettato così e ci siamo abituati. Bizarre Love Triangle continua a vivere la propria leggenda. La versione ”live”, più lenta e sperimentale, conserva comunque la sua celebre essenza. Un brano che trabocca di creatività: tutta questa splendida fusione di ritmi elettronici eclettici e di una fantastica linea di drum and bass crea una miscela unica e ancora oggi si può dire che sia più moderno del 95% della musica che si fa oggi. In anticipo sui tempi. Il pezzo, come ogni loro canzone, è molto aperto nell’interpretazione. Lo strano triangolo amoroso possiamo viverlo come qualcosa di del tutto diretto (la classica storia del terzo (qui è possibile che si tratti di un amico)), che attira l’attenzione e interrompe la routine quotidiana di una coppia), oppure possiamo intenderlo anche in varie versioni di messaggi metaforici (droghe, platonicità,…). Il ritornello è diventato popolarissimo da un pezzo (Every time I see you falling / I get down on my knees and pray / I’m waiting for that final moment / You say the words that I can’t say) e incarna la seconda generazione del dopoguerra, nata in pace, ma comunque inquieta e timorosa di sé. I pericoli esterni erano passati. Le domande esistenziali sono saltate fuori più che mai. Anche se non era l’obiettivo di Sumner, il pezzo è comunque cresciuto nello spirito di un’epoca e ancora oggi lo riflette in modo evidente. Le è seguita, con un lungo ”intro”, l’altrettanto celebre True Faith. Una fede pura che libera, anche se per poco. Che cosa sia questa cosa possiamo di nuovo interpretarlo a modo nostro. Il testo è scritto in modo da offrire le risposte più diverse (I feel so extraordinary / Something’s got a hold on me / I get this feeling I’m in motion / A sudden sense of liberty / I don’t care ‘cause I’m not there / And I don’t care if I’m here tomorrow / Again and again I’ve taken too much / Of the things that cost you too much / I used to think that the day would never come / I’d see delight in the shade of the morning sun…). Le più evidenti sono ovviamente le droghe, e del resto si sa che i membri dei New Order erano grandi consumatori di psichedelia, ecstasy e cocaina. Il paesaggio sonoro è classicamente ”alla New Order” della fine degli anni Ottanta. Malinconia con steroidi elettronici. Tanto più vale per la versione ”live” eseguita a Zagabria. Un vero successo da ballo da club. ”Beat” potente e tastiere ipnotiche marcate. 586, il brano successivo, ha alzato ancora l’atmosfera da ballo. Ha fatto da ottimo ponte verso gli ultimi quattro brani ed è confluita gradualmente in Perfect Kiss. Tra i fan della band è considerata la canzone più popolare, ma fino al 2006 non l’hanno suonata, perché era semplicemente troppo complessa da eseguire ”dal vivo”. È un pezzo pieno di effetti e di sample (si sente tra l’altro il gracidare delle rane), guidati dal caratteristico basso di Hooky. Tutta la grandezza del brano si mostra già nei primi quindici secondi dell’intro, poi non fa che crescere. Qui a Zagabria è entrato in scena Tom Chapman, che ha sostituito benissimo Hooky, non solo nel suono ma anche nella presenza. Non si è spaventato davanti al palcoscenico, ha dimostrato che anche lui sa farsi un bel posto al sole per il basso, che tante volte gli viene tolto nella scena ”pop-dance-rock-punk”. Il testo si distingue per una linea narrativa spontanea e brillante, che Sumner alla fine delle prime due strofe condisce con un verso eccezionalmente bello e forte: ”I know, you know, we believe in a land of love”. Particolarmente celebre è poi la terza strofa (When you are alone at night / You search yourself for all the things / That you believe are right / If you give it all away / You throw away your only chance to be here today / Then a fight breaks out on your street / You lose another broken heart in a land of meat / My friend, he took his final breath / Now I know the perfect kiss is the kiss of death), che sorprendentemente ”dal vivo” non eseguono mai, e non l’hanno fatto neanche stavolta. Molti potrebbero vedere nel brano (di nuovo) la storia di Ian Curtis, o in generale il suicidio, l’instabilità psichica, la (ir)raggiungibilità della perfezione (soprattutto dell’amore) e la vita dopo la morte. Tutta opera aperta. Parola di Umberto Eco.
Sono seguiti i due culmini della serata: Blue Monday e il brano più celebre dei Joy Division, ”Love Will Tear Us Apart”. Blue Monday è un pezzo che ha avuto innumerevoli remix e ancora oggi è considerato uno dei brani da ballo più importanti della storia della musica elettronica. È l’inno da club degli anni Ottanta. Canzone antologica e la più influente che Sumner e compagni abbiano mai scritto. Il brano ha una struttura atipica, con un’introduzione lunghissima colorata da un ritmo da ”drum machine martellante” e da una melodia piena di effetti, e con un insolito rapporto (separazione) tra strofa e ritornello, che è sciolto, cambia e di conseguenza sfuma i confini tra i due. Il pezzo per gli standard dei club è piuttosto tranquillo e al primo ascolto poco interessante. Il tono lo dà una monotonia insolita, cioè un’aria trasognata, che però non annoia affatto, anzi con il suo suono non aggressivo e dolce da incantare ti prende gradualmente e poi ti resta in testa a lungo. La gente ovviamente ha riconosciuto il pezzo e quello l’ha conquistata. I salti selvaggi si sono placati per un istante e si sono trasferiti nel ”beat” interiore di ciascuno di noi. Raver elevati nello spirito. A differenza della maggior parte degli altri concerti, i New Order non hanno concesso nemmeno un minuto di pausa. Un hit dopo l’altro, un passo (di danza) dopo l’altro. Carichissimi. Nonostante i giri alti, la catarsi è arrivata solo con il penultimo brano della serata: l’eterna Love Will Tear Us Apart. Un pezzo che ha superato da un pezzo gli stretti confini di genere e (purtroppo) ha persino messo in ombra gli altri brani dei Joy Division, e la band stessa. Un pezzo che definisce l’Arte (musicale). Un pezzo che unisce in sé tutto il meglio che la musica popolare possa offrire. Lo contraddistingue un mix unico di melodia pop perfetta, unita in modo singolare alla poetica senza tempo e cupa di Curtis. Una poetica che coglie in modo così sottile la profondità dell’esperienza umana e il dolore, che il loro peso abbatte a terra anche le persone emotivamente più stabili. Quando la senti e la capisci, si apre un mondo nuovo. Una confessione intima che unisce e divide le persone più di qualsiasi altro brano. Unisce nel goderne, divide nella sua verità. È al tempo stesso la canzone più sincera e più triste mai scritta sulle relazioni amorose. Un pezzo che ha già migliaia e migliaia di cover, e perché mai non dovrebbero potersela appropriare anche i suoi creatori? Troppe volte si dimentica che a darle la veste sonora sono stati proprio i ragazzi dei New Order. Ok, la voce, la presenza e la poetica di Curtis sono ovviamente irripetibili, anche l’energia e l’atmosfera dei Joy Division sono irripetibili, eppure: se qualcuno ha il diritto di fare una ”cover”, sono proprio i ragazzi dei New Order. Forse è persino un loro dovere. Nell”’originale” infatti, a causa del suicidio di Curtis, non si può più sentire da 32 anni. È un bel tributo della band al loro angelo, Ian Curtis. Non esiste canzone che definisca meglio gli ultimi anni della sua vita. Anche sulla sua lapide è scritto questo verso. Epitaffio. L’autore del testo non c’è più, ma loro sono rimasti qui. La versione dei New Order è parecchio diversa da quella nota. Da lamento ”power” malinconico si trasforma in un’ode alla gioia, un pezzo pieno di energia selvaggia. Il contrasto tra la parola pronunciata e la musica aumenta ancora (per via del confronto, in realtà si arriva a una trasformazione). Ma non storpia la creazione originale. Se qualcuno volesse imitare Curtis, farebbe ridere, se non peggio. Qui non aiuta nemmeno la scuola del canto ”tralala shalala”. La forma è una cosa, ma quando è così segnata dal contenuto, diventa una cosa sola con esso. E siccome il contenuto dell’interpretazione è irripetibile, è irripetibile anche la forma. Questo non si può imparare, lo si può solo (ri)sentire. Per questo i ragazzi l’hanno riarrangiata a modo loro. Ma hanno conservato un pizzico di aria ”joydivisioniana”. Un pezzo che nell’originale parla dell’essere divisi tra due amori, di un rapporto raffreddato… con la loro versione acquista un momento diverso, da ballo. Questo ovviamente non è più così profondo e intimista. Eppure conserva in sé, da qualche parte sullo sfondo, anche questa dimensione. E proprio per queste due combinazioni, la dimensione da ballo e l’impostazione unica insieme al testo, il pubblico ha accolto già la parte introduttiva in modo così euforico. Saltavano tutti. Sensazioni meravigliose. Purificanti. Quelli sopra i cinquanta, che sono cresciuti con il pezzo, come i ventenni di oggi, che con esso si identificano più facilmente. Un’esplosione di entusiasmo simile non la vedevo ai concerti da un pezzo, e ne vedo circa cinquanta e più all’anno. Dai versi iniziali (”When routine bites hard, / And ambitions are low, / And resentment rides high, / But emotions won’t grow, / And we’re changing our ways, taking different roads…”) a quelli finali (”Love, love will tear us apart again. / Love, love will tear us apart again. / Love, love will tear us apart again.”) tutti cantavano a una voce questo influente e geniale componimento dei Joy Division. Non dimentichiamoli. Poi sono usciti dal palco senza pompa e, dopo il rumoroso coro ”We want more”, sono tornati sul palco con il brano Temptation. Il singolo del 1982 ha allungato la dinamica da ballo per altri dieci minuti. Una versione live lunghissima, che alla fine si rivela persino troppo corta, tanto è piena di piacere. Ha due culmini, il primo nel ritornello che si ripete (”Up, down, turn around / Please don’t let me hit the ground / Tonight I think I’ll walk alone / I’ll find my soul as I go home”) e il secondo nel finale, quando comincia a elencare i colori degli occhi (”Oh, you’ve got green eyes / Oh, you’ve got blue eyes
Oh, you’ve got grey eyes / And I’ve never seen anyone quite like you before / No, I’ve never met anyone quite like you before”). Di quest’ultimo uno vorrebbe che non finisse mai. Che si ripeta di continuo, che si ripeta! Ma purtroppo tutto ciò che è bello prima o poi finisce. Ancora un inchino e Fine. Un concerto con la F maiuscola. Vere leggende degli anni Ottanta, che ancora oggi emanano vibrazioni positivissime. Speriamo in un nuovo album e in una pace con Hooky.
Sabato invece il ruolo di ”headliner” è andato ai matador scozzesi dell’indie, i Franz Ferdinand. I ragazzi oggi rappresentano uno dei pilastri della scena rock’n’roll contemporanea, e non solo in Scozia ma in tutto il mondo. Oltre alle storie personali interessanti e molto diverse (crescere in Baviera, suonare in varie band jazz, etno e sperimentali, lavorare nella ristorazione, poi come promoter musicale e produttore, studiare pittura, lavorare il legno,…), li definisce anche il fatto che hanno iniziato a suonare sotto il nome Franz Ferdinand piuttosto tardi rispetto a band paragonabili. Gli ”Strokes” erano ancora adolescenti, i ”Libertines” pure, mentre ai Ferdinand il cantante Alex Kapranos e il chitarrista Nick McCarthy contavano già circa trent’anni, e il batterista Paul Thompson e il bassista Roberty Hardy circa venticinque primavere. Questo fatto significa molto, perché già il primo disco sembrava molto maturo, per niente adolescenziale. Da lì in poi le cose sono solo cresciute. L’ultimo, il terzo disco ‘Ulysses’, ha letteralmente entusiasmato i critici di tutto il mondo proprio per il linguaggio musicale maturo e convincente, che in virtù della completezza artistica (spesso curano loro stessi anche il lato visivo) e di un’attenta ponderazione concettuale (sul piano sonoro) costruisce un mondo tutto suo. I Franz Ferdinand sono quindi nati dieci anni fa a Glasgow e sono entrati in scena lo stesso anno dei The Killers (2004), da qualche parte tra la prima (The Strokes, The Libertines, Interpol, The Walkmen…) e la seconda ondata chitarristica del punk-rock revival (Arctic Monkeys, The Kooks,…), che i media hanno subito etichettato come ”indie” (dell’etichetta in sé parleremo un’altra volta). Fino a oggi hanno pubblicato tre album, e in autunno ne è atteso già un quarto. Hanno vinto molti premi, anche il prestigioso Ivor Novello per l’esordio dal titolo semplicissimo ”Franz Ferdinand”. Sono noti per l’unica melodicità e per i brani dalla struttura pop. Sono molto ascoltabili, ma hanno poco in comune con la sterile produzione pop contemporanea. Nonostante ti si insinuino subito sotto la pelle, sono una band di cui è difficile stancarsi. Le influenze si riconoscono subito, ma l’originalità non ne risente affatto. L’eredità degli anni Sessanta (The Beatles, The KInks…), del Post-Punk e della New-Wave si sente ancora sommessa, ma non si può rimproverare loro la mancanza di originalità. Un mix particolare di tutte le influenze elencate, testi intelligenti e spiritosi, la voce profonda e riconoscibile di Kapranos, la padronanza degli strumenti e l’aggiunta sottile di altre componenti di genere (etno, jazz, elettronica)…formano un’immagine musicale unica, che rende la band, nonostante la forma pop, subito riconoscibile e di qualità. A Zagabria, fin dall’annuncio del line-up, erano considerati il punto centrale dell’intero festival, e anche la maggior parte degli sloveni ha deciso di andare a Zagabria solo per la serata dei Franz Ferdinand. Era prevedibile il pubblico più numeroso e rumoroso, e così è stato davvero (anche se i visitatori erano già di default meno degli anni scorsi). I presenti gli mangiavano in mano. Rispondevano a ogni cenno di Kapranos per interagire con il pubblico, cantavano i ritornelli o addirittura intere strofe e in generale hanno creato un’energia positiva straordinaria, che comunque era già presente dopo il concerto dei Mando Diao. Alfa e omega del concerto era senz’altro l’affascinante frontman Alex Kapranos, stavolta con un look leggermente cambiato, che ora è adornato da baffetti ”inglesi” corti (che per spessore e forma già fanno pensare a un ”horseshoe”) e da un taglio di capelli sbarazzino. Il concerto lo potremmo descrivere in breve come dinamico, energico, essenziale e senza bagaglio superfluo. I ragazzi sanno esattamente cosa fanno. Professionali, ma non freddi. Di comunicazione con il pubblico non ce n’è stata molta, ma quando c’era, era efficace. La gestualità di Kapranos è minima, ma ha momenti di salti improvvisi, di alzate di braccia secche. La band sa ”ruggire” quando serve; il suono garage lo hanno trasferito con efficacia anche sul palco open air, ma non gli sono ignote nemmeno le tonalità più calme.
La scaletta era composta dal giusto equilibrio di tutto ciò che dovrebbe formare il paesaggio completo di una band rifinita. La scaletta, a differenza dei ormai brizzolati New Order, non era una compilation di brani ”best of”, ma hanno comunque suonato la maggior parte di quelli che il pubblico voleva. Hanno fatto un set bello corposo per gli standard da festival (diciassette brani) e presentato quattro nuovi brani, tra cui spiccava in particolare Brief Encounters, a cui pronostico un futuro molto luminoso. Tra tutti i più recenti spiccava parecchio (anche se Kapranos ha scherzato che in Brasile l’hanno eseguita meglio, e chi era lì lo sa). Mi è rimasta impressa anche la groovy Scarlet Blue, adornata da ottime tastiere e pesanti riff di chitarra. Sicuramente un futuro singolo. Mi sono rimaste meno impresse le altre due novità, Right Thoughts! Right Words! Right Action! E Trees & Animals. Va sottolineato che i Franz Ferdinand si attengono ancora al loro suono riconoscibile, tracciato nei primi tre dischi, e a giudicare da questi quattro brani non se ne allontaneranno granché nemmeno nel nuovo album. Il che non significa automaticamente stagnazione. La musica offre infatti tanti modi diversi di migliorarsi, che non sempre sono legati all’uso delle tendenze attuali di produzione e di suono. Da quanto sentito si prospetta un album estremamente forte, che avrà molto da dire soprattutto sul piano dei testi. Il palco stesso era allestito in modo piuttosto interessante, visto che sullo sfondo pendeva un telone con l’immagine di Gavrilo Princip, che, lo sappiamo, fu l’attentatore di Franz Ferdinand. Una mossa acuta e significativa che nei Balcani (a Sarajevo l’attentato è stato proprio compiuto) acquista ancora più peso e ampiezza interpretativa. Con un simbolismo del genere è difficile credere a una semplice estetica vuota (anche se è possibile pure questa trovata spiritosa). Il set è stato aperto con un singolo del primo disco, la canzone Michael. Un pezzo che emana un’incredibile energia sexy, spesso collegata a una connotazione omosessuale (”Michael you’re the boy with all the leather hips / Sticky hair, sticky hips, stubble on my sticky lips / Michael you’re the only one I’d ever want / Beautiful boys on a beautiful dance-floor / Michael you’re dancing like a beautiful dance-whore…”). È molto semplice, facile da seguire e descrive momenti di una festa a Glasgow a cui erano presenti anche i Ferdinand. Due ragazzi si sono infiammati l’uno per l’altro e l’hanno mostrato pubblicamente. Il finale del pezzo nella versione live è particolarmente audace, perché si chiude in crescendo così: ”So come and dance with me, Michael / So close now. / You’re close now. / Come and dance with me. / Come all over me”. Un’introduzione non troppo lunga e ritmicamente dinamica apre bene il concerto. La gente già ai primi accordi è entrata in pieno nell’atmosfera Franz Ferdinand. Salti, già il primo ”mosh-pit”… Al ”omosessuale” Michael succede la saltellante e ballabile Do You Want To, primo singolo del secondo album ”You Could Have It So Much Better”. Un vero inno indie da ballo, ha di nuovo inondato il pubblico con un’enorme ondata di energia. Il pezzo è raccontato dalla prospettiva femminile. Si appoggia a inviti (in)decenti (Well do ya? do ya do ya want to? / Want to go where I’ve never let you before?), che di solito gli uomini rivolgono alle donne, ma nel caso delle star il rapporto si ribalta.
Dopo la nuova Right Thoughts! Right Words! Right Action! come quarta è arrivata un’altra canzone movimentata da ballo: No You Girls dall’ultimo album ”Tonight: Franz Ferdinand”. I giochi di parole iniziali, densi di significato (con connotazione sessuale) (”Oh, kiss me / Lick your cigarette, then kiss me / Kiss me where your eye won’t meet me / Meet me where your mind won’t kiss me”) si riversano in fretta nell’incomprensione reciproca maschile (”No you girls never know / How you make a boy feel”) e femminile (”You dirty boys’ll never care / No you boys never care / How the girl feels”). Questo vuoto si può superare solo con la consapevolezza e con il pensare all’altro. Il ritmo seducente, quasi dub, si incastra alla perfezione con il riff di chitarra melodico che si ripete di continuo. Il pezzo è un’unica erotica poetica. Dal vivo riescono a farlo uscire dai confini dello studio in modo magnifico. La versione live, a differenza di quella registrata, è più pesante e rivela in sé anche un potenziale lato crudo. Il basso funky emerge particolarmente bene. Le è succeduta Tell Her Tonight. Un brano che in modo al tempo stesso molto diretto e morbido accenna al tradimento del ragazzo verso la fidanzata. Tradire in cento e un modi, conta la componente dell’attrazione e della scomoda posizione di legame. Suonava semplicemente splendida dal vivo. Sottile, ma comunque diretta. Qualità dei migliori. Dopo questo pezzo è arrivata l’attesissima Walk Away. Il respiro si è calmato, ma il battito è comunque salito. Il dondolio selvaggio dei fianchi è diventato un dondolio selvaggio dell’anima. Canzone per l’anima. Cibo per un’anima dolorante. Come può distruggerci l’orgoglio, come possono costarci per sempre le parole dette (che non pensavamo davvero). Il vero significato dell’altra persona, quella amata, di solito lo si scopre quando se ne va. Solo allora vedi quanto conta per te. Il testo parla di un uomo che si sta appena lasciando con la sua amata (”I swapped my innocence for pride / Crushed the end within my stride / Said I’m strong, now I know that I’m a leaver”), ma nel corso del testo capisce che comunque senza di lei non può vivere. E questo nonostante giuri il contrario quasi fino alla fine (”…Why don’t you walk away? No quake will split the ground / Why don’t you walk away? The sun won’t swallow the sky…I cannot turn to see those eyes, as apologies may rise / I must be strong and stay an unbeliever / And love the sound of you walking away, you walking away / Mascara bleeds into my eye / Oh, and I’m not cold, I am old, at least as old as you ar…And as you walk away, my headstone crumbles down /… As you walk away, the Hollywood winds will howl / As you walk away, the Kremlin’s fallin…”). Questo continuo convincersi di una separazione riuscita si rivela presto un’autoillusione. Il pezzo si chiude con un’intrigante strofa (”The stab of stilettos / On a silent night / Stalin smiles and Hitler laughs / Churchill claps Mao Tse-Tung on the back”), che può significare più cose: 1. che succedono cose ancora peggiori della loro rottura (in linea con le metafore precedenti, solo che questa è radicalmente tragicomica), 2. persino il male peggiore ride di lui, perché a parte frasi fatte e un ricordo doloroso non gli resterà più niente, 3. Si può leggere anche nel contesto dell’interpretazione del pezzo attraverso Gavrilo Princip. Si tratta infatti di una canzone ottima, commovente e soprattutto intelligente, capace, attraverso le sue splendide metafore e immagini, di contenere almeno un’altra lettura del testo. Coglie lo spirito, il significato e il ruolo di Gavrilo Princip, che con il suo attacco a Franz Ferdinand ha innescato due guerre mondiali e numerosi processi socio-sociali che forse non ci sarebbero stati. Nel 2006 Alex Kapranos all’Exit ha anche dedicato il pezzo a Gavrilo Princip, quindi il valore dell’ipotesi del ”doppio binario” di significato è ancora maggiore. Il peso e il dolore del pezzo li approfondisce ancora di più la base musicale di una specie di malinconia dinamica, che preannuncia la drammaticità delle conseguenze elencate sopra. Alex canta questo pezzo con una voce quanto più sentita possibile. Tutte le sensazioni e i momenti decisivi di cui sopra sono racchiusi nella sua interpretazione. Ti viene la pelle d’oca e può scapparti anche qualche lacrimuccia. Kapranos in questo brano mostra la sua grandezza sul palco e tutto ciò di cui è capace la voce umana. Quando in un cantante presenza e voce diventano una cosa sola, sai che ha raggiunto il suo momento di eternità. E viverlo è una delle cose più belle che possano capitare a chi va a un concerto.
Dopo un’altra nuova, fantastica Brief Encounters, è arrivato il turno di un altro classico: The Dark of the Matinée. È un pezzo dal tempo mutevole e dal memorabile dialogo strumentale centrale tra un riff di chitarra scintillante e un forte beat di batteria. Il brano, per via della sua struttura, ha subito spinto i presenti a ballicchiare e a ripetere dietro a Kapranos la parte sottolineata del ritornello ”Find me and follow me through corridors, refectories and files / You must follow me, leave this academic factory / You will find me in the matinee / The dark of the matinee / It’s better in the matinee / The dark of the matinee is min / Yes it’s mine.” Dopo questa delizia da ballo, singolo del primo disco, è arrivato il pezzo d’apertura del secondo album,The Fallen. Musicalmente impostato in modo semplice, da canzonetta (coro ”LaLaLa” di tutto il pubblico e salti continui), sul piano del testo tocca la questione della fede esteriore ed è indirizzato a Gesù (Alex Kapranos ha tra l’altro studiato teologia). Il brano allude di continuo (parafrasi) a Gesù e alle sue azioni (”Some say you’re trouble, boy / Just because you like to destroy / All the things that bring the idiots joy / Well, what’s wrong with a little destruction?… Did I see you in a limousine / Flinging out the fish and the unleavened / Turn the rich into wine / Walk on the mean / For the fallen walk among us / Walk among us / Never judge us / Yeah we’re all…”) e le contrappone all’ipocrisia moderna (”So I’m sorry if I ever resisted / I never had a doubt you ever existed / I only have a problem when people insist on / Taking their hate and placing it on your name.”). Che cosa farebbe Gesù nel mondo di oggi? Con chi starebbe? Che opinione avrebbe dell’usurpazione istituzionale della fede? Che direbbe del conglomerato finanziario della Chiesa? Che direbbe di tutti gli eccessi socio-ecclesiastici? Che direbbe della fede esteriore? Dove troverebbe dei ”credenti”?…The Fallen come decima ha seguito la già citata novità, Scarlet Blue, poi è arrivato il momento di Can’t Stop Feeling dall’ultimo disco. Un pezzo da ballo potente, fatto apposta per la scena dei club (col ballo si possono anche risolvere i problemi / la pista da ballo come mondo / il maschio solitario/abbandonato che non si trova bene: ” …My soul starts spinning again / I can’t stop feeling… / And you leave me dancing alone / Yeah you leave me to die on the floor / You can’t feel it… / Soul boy, down and alone / And his soul is broken again / But you can’t stop moving / No, you won’t stop moving along”). La versione live, a differenza di quella in studio, ha anche forti riff di chitarra distorti, così il movimento a destra e a sinistra guadagna anche in altezza. Verso la fine del brano hanno inserito anche un paio di battute di I Feel Love, rendendo omaggio alla recentemente scomparsa regina della disco, Donna Summer.
Piano piano è arrivato il momento del culmine della serata. Take Me Out. L”’Anthem” live del decennio scorso, che evidentemente lo resta anche all’inizio di questo. La gente aspettava impaziente proprio questo brano. Una vera delizia chitarristica. L’energia che si è scatenata durante l’esecuzione di questo pezzo è indescrivibile. Euforia, esplosioni di entusiasmo, ”mosh-pit” persino nelle ultime file. Particolarmente memorabile è il momento in cui il brano sembra spezzarsi, ma in realtà si piega nella seconda parte, impazzita da ballo. È il momento in cui il tempo del pezzo si calma, e a salire in crescendo è solo il virtuoso, bombastico riff di chitarra di McCarthy. L’insolita struttura in tre parti per un hit pop è molto probabilmente la ricetta di un tale successo (lunga intro di preparazione, ”bridge” di chitarra epocale e terza parte estatica). Il brano spicca nettamente tra tutta una serie di altri hit e ti resta in mente. Il pezzo è musicalmente così forte da poter mettere in ombra tutte le altre canzoni del concerto. E a un certo livello lo ha fatto, o meglio ha segnato con forza il proseguimento del concerto. Già solo questo pezzo ripaga la venuta al concerto e al festival. Le folle, immerse nel momento, cantano insieme a Kapranos il ritornello (”I say don’t you know / You say you don’t know / I say, take me out!”); nient’altro importa in quell’istante. Il testo è semplice e breve e parla di un ragazzo (o di una ragazza) che, per mancanza di sicurezza, nel corteggiamento non riesce a fare niente di più di uno sguardo (So if you’re lonely / You know I’m here waiting for you / I’m just a cross hair / I’m just a shot away from you / And if you leave here / You leave me broken, shattered, I lie / I’m just a cross hair / I’m just a shot, then we can die”). Di certo la situazione che ne segue ce la possiamo immaginare a una festa o in un ambiente scolastico. È possibile anche un’interpretazione del testo attraverso l’attentato all’erede al trono Franz Ferdinand (che però a me sembra meno probabile). È seguito un altro hit. Ulysses. È un pezzo seducente e melodioso, che a livello banale parla senz’altro di prendere di mira qualcuno, ma è molto più di questo. I riferimenti all’Ulisse di Joyce, ovvero a Odisseo, sono innegabili. Anche il videoclip accenna a molte situazioni che si potrebbero attribuire senza problemi alle ”avventure” di Stephen Dedalus. I più evidenti sono i riferimenti al vagabondare per il mondo / la città / l’immaginazione, che nell’Ulisse dei Franz Ferdinand però non finisce come in quello di Omero, quando arriva a casa. L’Ulisse dei Franz Ferdinand cerca di trovare una nuova strada (”Well I found a new way / I found a new way.”) per uscire dalle angosce esistenziali provando le droghe (”While I sit in here, a sentimental face stares / And a voice says hi, so / So what you gotta what you gotta disdain. / C’mon let’s get high”), ma questa ”strada o fuga” finisce tristemente, perché le droghe non fanno che peggiorare le cose (” So sinister, so sinister, / Last night was wild. / What’s a matter there, feeling kinda anxious? / That hot blood, grew cold.”). La casa, che significa rifugio, calore e risposta ai problemi esistenziali, si allontana così ancora di più da lui (You’re never going home. / Not Ulysses, baby… / You’re not Ulysses”). L’Ulisse dei Franz Ferdinand è nella sua essenza molto più simile all’Ulisse di Joyce che a quello di Omero (perché si tratta di un uomo comune, non di un eroe…), ma d’altra parte è anche un esemplare sfortunato dell’uomo medio moderno, che nonostante tutta la scelta non trova mai la felicità. Dopo la nuova Trees & Animals è arrivato il brano 40 ft. Il concerto lentamente cominciava a piegare verso l’ultima fase, fino alla fine restavano solo tre pezzi. 40 ft è un brano che entusiasma già con un’ottima introduzione. La versione live è lunga il doppio di quella in studio, quindi vengono a galla tutti i dettagli. Ha un meraviglioso ”jazzy feeling” e l’interazione con il pubblico, attraverso il ripetere ”LaLaLaLa”, è al culmine. La gente si lascia andare alla corrente che le prepara Kapranos. Il testo è affascinante e attinge a un’altra storia greca, stavolta mitologica, su Icaro e Dedalo. Gli serve solo da ispirazione, perché in realtà si tratta di un altro nodo esistenziale. Un uomo in piedi sul bordo di una scogliera intende togliersi la vita (”As I glance once upon the foam / 40 feet beneath my feet / The coldest calm falls / Through the molten veins / Cooling all the blood to slush / That congeals around the brain”). Tra la vita e la morte ci sono solo 40 ft (”40 feet remain”). Ma ciò che segue gli dà da pensare. Questa situazione radicale dà alla vita un altro splendore. Eppure la conclusione è poco chiara (”Salt scales upon my drying arms / Burn my back beneath the sun / But I am cold beneath the burning rays / Looking down, looking down / Down, down again”). Dopo la fine di questo pezzo è calata una quiete insolita, così lieta, rilassata, quella sensazione, quel momento di eternità è tornato. Stavolta ha preso gli ascoltatori. E la successiva Outsiders era come ordinata. L’atmosfera celestiale e drammatica si sposa benissimo con un altro testo geniale. Il brano descrive lo sviluppo di una relazione in cui l’innamoramento diventa qualcosa di più. Qualcosa che sta al di sopra dell’innamoramento. Qualcosa che ci segna tutti per sempre (”It’s bright on the outside / The bright love the dark side / I know it’s obvious / But sometimes / You just have to say it / So you don’t feel so weak / About being such a freak / Or alone… / In seventeen years / Will you still be Camille / Lee Miller, Gala or whatever / You know what I mean, yeah… / Love’ll die / Lovers fade / But you still remain there / Squeezing in your fingers / What it means for me to be… / The only difference is what might be is now what might have been”). Il concerto lo ha chiuso This Fire e la voce profonda di Alex Kapranos. Un pezzo che si può leggere in modi diversi, ma che di certo porta in sé una rabbia e una tristezza incredibili. Il ritornello mi è rimasto in testa per un paio di giorni (”This fire is out of control / I’m going to burn this city / Burn this city / If this fire is out of control / Then I / I’m out of control and I burn”). Si tratta di un brano carico di passione, e di questa sappiamo che si comporta proprio come il fuoco. A volte è una forza che illumina o risveglia la vita, a volte è una forza di distruzione. Tutto viene dallo stesso abisso, essere e morte. Il pezzo l’hanno concluso con tutti e quattro i membri riuniti attorno alla batteria a suonare insieme la fine del brano, e vi hanno inserito anche il beat della loro canzone Lucid Dreams. Alla fine sono usciti dal palco in fretta, senza lunghi saluti, lasciandosi dietro un grande vuoto. Per un attimo. Dopo un minuto è seguito solo l’entusiasmo per quanto sentito e visto. I Franz Ferdinand sono una band che ha segnato il decennio scorso, e oserei dire che segnerà anche i prossimi due.
L’INmusic festival si è così concluso positivamente per la settima volta. Se stavolta il programma non era del tutto così allettante, tanto più interessanti erano gli headliner stessi. Con le loro esibizioni perfette hanno ripagato tutto l’impegno che gli organizzatori hanno investito per un anno nella preparazione dell’evento. Critiche concrete all’organizzazione non ne ho. Il suono era ottimo, la sicurezza corretta e non rompiscatole, e il battito del festival e il rapporto tra i visitatori positivo e amichevole. Va elogiato anche il gran numero di spazi ”chill-out” che hanno preparato, perché proprio questo è uno dei principali vantaggi di questo festival rispetto agli altri. Per il prossimo anno gli auguro di sistemare il rapporto con il comune, di trovare uno sponsor concreto e di conseguenza di ampliare e migliorare il line-up del festival. Zagabria si è dimostrata molto ospitale, il Funk hostel era all’altezza, e tre ore di treno non pesano nemmeno. Se l’Exit ha la Trđava, il Terraneo il mare, l’INmusic può vantare Zagabria e il suo irresistibile fascino cosmopolita. Noi sloveni invece ancora non abbiamo un festival paragonabile (se non contiamo il MetalCamp, focalizzato su un genere)…. Forse tra vent’anni sarà diverso.
Scaletta
Franz Ferdinand:
1.) Michael
2.) Do You Want To
3.) Right Thoughts! Right Words! Right Action!
4.) No You Girls
5.) Tell Her Tonight
6.) Walk Away
7.) Brief Encounters
8.) The Dark of the Matinée
9.) The Fallen
10.) Scarlet Blue
11.) Can’t Stop Feeling (inserto: ”I Feel Love” di Donna Summer )
12.) Take Me Out
13.) Ulysses
14.) Trees & Animals
15.) 40′
16.) Outsiders
17.) This Fire
New Order:
1.) Elegia
2.) Crystal
3.) Regret
4.) Ceremony
5.) Age of Consent
6.) Isolation (cover dei Joy Division)
7.) Krafty
8.) 1963
9.) Bizarre Love Triangle
10.) True Faith
11.) 586
12.) The Perfect Kiss
13.) Blue Monday
14.) Love Will Tear Us Apart (cover dei Joy Division)
bis:
15.) Temptation
Mando Diao:
1.) Dalarna
2.) God Knows
3.) Welcome Home, Luc-Robitaille
4.) Your Lover’s Nerve
5.) Song For Aberdeen
6.) All My Senses
7.) Down In The Past
8.) You Can’t Steal My Love
9.) Mean Street
10.) Mr. Moon
11.) Sheepdog
12.) Long Before Rock’n’Roll
13.) Gloria
bis:
14.) If I Don’t Live Today, Then I Might Be Here Tomorrow
15.) Dance With Somebody
Gogol Bordello:
1.) Ultimate
2.) Sally
3.) Wonderlust King
4.) Tribal Connection
5.) Supertheory of Supereverything
6.) My Companjera
7.) Start Wearing Purple
8.) Immigraniada (We Comin’ Rougher)
9.) Pala Tute
10.) Break The spell
bis:
11.) Alcohol
12.) Your Country
13.) Super Taranta
Galleria fotografica




























































































































