Intergalactic Touring Band

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Intergalactic Touring Band
Etichetta: Voiceprint
Uscita: 1977
Voto: 4.5/5

Molto prima che il celebre polistrumentista olandese di progressive metal Arjen A. Lucassen (Ayreon, Star One) avesse per la prima volta l’idea di un’opera space rock con un cast internazionale di cantanti e strumentisti stellari, esisteva già una formazione dal nome eloquente, Intergalactic Touring Band, che si era lanciata in un’impresa del genere. Non erano una band nel senso vero del termine, ma un progetto progressive rock internazionale che diede vita a un omonimo concept album di fantascienza.

Il disco metteva insieme una sfilza di nomi altisonanti come Meat Loaf, Dave Cousins (Strawbs), Francis Rossi (Status Quo), Annie Haslam (Renaissance), Arthur Brown (ex-Crazy World of Arthur Brown, Kingdom Come, Hawkwind), Rod Argent (Argent), Anthony Phillips (ex-Genesis), Percy Jones (ex-Brand X, Soft Machine), Larry Fast (ex-Peter Gabriel, Nektar, Synergy) e Ben E. King (ex-The Drifters). I maestosi arrangiamenti orchestrali sono nati perlopiù sotto la regia di David Bedford, Stephan Galfas e Will Malone (quest’ultimo probabilmente noto agli appassionati soprattutto per la collaborazione con i Black Sabbath e come produttore del primo album degli Iron Maiden).

I singoli brani sono costruiti attorno a un concept relativamente semplice, ma comunque epico, fatto di viaggi spaziali multigenerazionali e colonizzazione umana di pianeti alieni. L’idea di base è semplicissima: la band ha viaggiato per dieci anni tra varie galassie, promuovendo attraverso la musica la comprensione reciproca e la pace. Dopo tanto tempo è finalmente tornata sulla Terra per suonare il primo concerto nella sala da concerti orbitale appena inaugurata. L’ingenuità e la sacra semplicità di questo concept sono in realtà anche l’unico vero difetto di un album per il resto brillante sotto ogni punto di vista.

Ancora oggi il disco è un piacere da ascoltare dall’inizio alla fine: grazie alla marea di cantanti e strumentisti diversi, ognuno col suo marchio di fabbrica, trabocca di varietà, e la maggior parte dei pezzi ha pure superato sorprendentemente bene la prova del tempo. Pur trattandosi di un progetto progressive rock, tutti i brani durano meno di cinque minuti. Lo stile dell’album si descrive meglio come un incrocio tra elementi di rock sinfonico, rock melodico e persino disco (in due brani).

Già dall’apertura strumentale “Approach”, condita di orchestra, è chiaro che ci aspetta un meraviglioso viaggio musicale attraverso galassie sinfonico-melodiche, intriso di un’atmosfera più che convincente che tiene desto l’interesse dell’ascoltatore fino alla fine del disco. L’energica “Silver Lady” ti serve subito una dose squisita di rock melodico e sinfonismo, mentre la fenomenale voce di Rod Argent si piazza facilmente tra i vertici dell’album. Il ritornello è volutamente passato nel vocoder per dare un tocco futuristico, mentre sullo sfondo non è difficile riconoscere le tipiche stese di tessiture sinfoniche di Fast al mellotron (che ha un ruolo importante nella maggior parte dei brani) e ai sintetizzatori. È un pezzo che farà innamorare facilmente la maggior parte dei fan di gruppi come Camel, Electric Light Orchestra, Renaissance, Nektar, Styx e Yes.

“Universal Zoo-Why” vanta un Arthur Brown eccentrico ma sempre di ottimo umore alla voce solista. L’intro teatrale con qualche effetto “spaziale” ai sintetizzatori si trasforma poi in una sezione quasi solenne, sinfonico-ballabile, con cori a più voci e Joel Krantz alla voce principale, creando un contrasto stupendo. “Starship Jingle” è un’altra creazione fenomenale, basata su un energico riff di chitarra hard rock e incantevoli armonie vocali alla Beatles, mentre l’approccio vocale di Peppi Marchello (The Good Rats) fa senza dubbio parte dell’élite della scena AOR che allora stava appena nascendo. Con l’epica “Heartbreaker”, dove regna con la sua voce inconfondibile la leggenda del prog folk rock Dave Cousins, l’album tocca di nuovo uno dei suoi picchi. Gli arrangiamenti orchestrali eterei si fondono armoniosamente con un ritornello possente, arricchito da romantiche armonie vocali. Per il tocco di folk ci pensa l’assolo di flauto di John Zangrando.

La ballata orchestrale “Reaching Out” è l’occasione per Annie Haslam, una delle migliori cantanti della storia del rock (progressivo), di mostrare ancora una volta le sue straordinarie doti vocali, accompagnata sullo sfondo da maestosi arrangiamenti sinfonici della London Symphony Orchestra. “First Landing” è un bell’esempio di arena rock pomposo, con una serie di arrangiamenti acustici e l’ottima voce di Steve Barth, mentre sullo sfondo si sente, creato al sintetizzatore, il vociare di un “popolo” in delirio che accoglie con entusiasmo l’atterraggio e il ritorno della band sulla Terra. “Space Commando” ha addirittura un leggero pulsare psichedelico, mentre la voce di Mr. Snips porta una ventata di soul. “Robot Salesmen” è incoronata da succosi arrangiamenti sinfonici e teatralità vocale. L’approccio vocale di Jim Cuomo ricorda un po’ il leggendario Gordon Haskell (ex-King Crimson).

 “Love Station” è un divertente mix di soul e disco con Ben E. King alla voce principale e cori femminili, in cui si avverte anche un bel potenziale da hit. “A Planet Called Monday -Epilogue” è un altro brano diviso in due parti. Nella prima si mette in luce al microfono Francis Rossi degli Status Quo, che se la cava alla grande in un ruolo insolito da cantante ospite, e gli calza a pennello anche il ritmo dal battito boogie dominante. La seconda parte è invece interamente ballad e orchestrale. L’epilogo “Keeper Keep Us” è l’ultimo picco del disco, con un’interpretazione superba di Meat Loaf, possenti multi-armonie vocali e arrangiamenti sinfonici regali. Il omone ci mette anche stavolta tutto il cuore e una marea di emozioni convincenti, il che è una bella notizia per le legioni dei suoi fan che magari non avevano mai sentito parlare di questo  album.

Un progetto ambizioso, con arrangiamenti orchestrali e un’opera space rock incoronata da un concept fantascientifico, affidata a un cast internazionale di stelle: nel 1977, quando il punk cercava di infangare tutto ciò che anche solo vagamente sapesse di progressive rock, fu una mossa incredibilmente coraggiosa. La superband spaziale, nonostante l’ostilità della critica dell’epoca, ha portato a casa il compito alla grande e ha creato un classico che col passare degli anni è diventato una rarità e una perla perduta per tutti i fan dei musicisti coinvolti e delle loro band. Non capita spesso, infatti, che musicisti così diversi, provenienti da generi praticamente opposti come Arthur Brown, Francis Rossi, Dave Cousins e Meat Loaf, collaborino a un progetto progressive rock concettuale. Tutti gli  amanti delle leggende rock appena citate, ma anche del rock sinfonico, dello space rock e della fantascienza (soprattutto della Guida galattica per autostoppisti) che solo ora sentono parlare per la prima volta di questo progetto, procuratevelo il prima possibile e preparatevi a un decollo musicale indimenticabile!

Formazione

Rod Argent – voce
Arthur Brown – voce
Annie Haslam – voce
Steve Barth – voce
Dave Cousins – voce
Meat Loaf – voce
Francis Rossi – voce
Ben E. King – voce
Mr. Snips – voce
Peppi Marchello – voce
Jim Cuomo – voce
Joel Krantz – voce
Jeffrey Leynor – voce
David Scance – chitarra elettrica e acustica
Anthony Phillips – chitarra acustica
John Tropea – chitarra elettrica
Peter Sobel – basso
Percy Jones – basso
Frank Prescod – basso
Larry Fast – tastiere
Brian Cuomo – tastiere
Paul Marchetti – batteria e percussioni
John Zagrando – flauto
David Bedford- arrangiamenti orchestrali
Will Malone – arrangiamenti orchestrali
Stephan Galfas – arrangiamenti orchestrali
Danny Beckerman – arrangiamenti orchestrali

Produzione

Intergalactic Touring Band

Tracklist

1. Approach
2. Silver Lady
3. Universal Zoo – Why
4. Starship Jingle
5. Heartbreaker
6. Reaching Out
7. First Landing
8. Space Commando
9. Robot Salesmen
10. Love Station
11. A Planet Called Monday – Epilogue
12. Keeper Keep Us

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