Done With Mirrors
Artista: Aerosmith
Etichetta: Geffen Records
Uscita: 1985
Durata: 35.50
Voto: 3/5
Gli Aerosmith hanno impostato il loro ritorno in testa alla scena hard rock con grande sicurezza. Prima il cambio di etichetta: dopo la fine del lungo sodalizio con la Columbia Records, nel 1985 hanno “inforcato” la groppa di David Geffen. Poi, a novembre dello stesso anno, è uscito in un clima fin troppo ottimista “Done With Mirrors”, il primo disco degli Aerosmith dopo il disastro che a inizio anni ’80 aveva portato al poco glorioso scioglimento di una delle formazioni hard rock più influenti di tutti i tempi. Un ritorno sparato a tutto volume sui media si è ttirato dietro parecchi dubbi e domande, le cui risposte sono rimaste piuttosto sfuggenti. Con “Done With Mirrors” non si tratta solo del modo in cui i titani del rock americano sono tornati, dando per scontato, come fosse la cosa più normale del mondo, di riconquistare la fiducia dei fan più fedeli. Si tratta soprattutto di capire se una band che, con una determinazione infuocata negli occhi, aveva almeno in apparenza deciso di tagliare con il passato sia in grado di sopravvivere. Sul piano creativo non era affatto un compito facile, e gli Aerosmith, con l’esperienza e una volontà di ferro, l’hanno “risolto” con successo, ma un retrogusto amaro resta comunque. Il problema di un comeback pensato come una specie di big bang sta nella mancanza di voglia di cercare nuovi modi di esprimersi, e così la banda di Tyler, sul disco, resta in una certa misura incollata al passato.
Proprio per questo i rari lampi di chimica creativa reciproca tra Tyler e Perry che si colgono nell’album sono tanto più graditi, soprattutto nello sconfinamento nelle acque funky di “Shame On You” o negli allungamenti di slide di Perry su “She’s On Fire”, che ricorda parecchio il motivo di base di “Chese Cake”, stavolta per cambiare in veste acustica. Fin qui tutto bene. Prima ancora Tyler e Perry fanno centro in pieno con una versione appena riarrangiata di “Let The Music Do The Talking”, un’incendiaria miscela di rock & roll ad alto numero di ottani che, contro ogni aspettativa, finisce per imporsi addirittura come l’unica vera favorita credibile del disco. L’omaggio conciliante di Tyler, sotto forma di cover del vertice della carriera solista di Perry, annuncia già in apertura il felice avvio della riabilitazione del rapporto creativo tra i due. Come detto, però, questa performance tanto attesa si chiude con sensazioni contrastanti, soprattutto per colpa di un approccio logoro e sfiancato nel resto del disco, il cui effetto corrosivo sulla qualità dell’album si estende dalla struttura dei pezzi alla sterilità del confezionamento produttivo finale.
“Done With Mirrors” mette in fila un bel po’ di manovre goffe attorno a brani messi insieme con leggerezza, il cui compito principale sembra essere una cruda dimostrazione di noia a pieno regime. La marcia sbarazzina dei cinque sa presto di nostalgia, intrisa di ricordi di un’altra epoca, come mostrano bene “The Hop”, “Gypsy Boots” e “The Reason a Dog”, ma purtroppo senza il vecchio smalto e la vecchia convinzione. Gli arrangiamenti di questi pezzi sono classicamente “aerosmithiani”: ci sono i tipici trucchetti di Tyler con l’armonica e i testi lascivi, ma manca la spavalderia chitarristica riconoscibile, così come i soli di chitarra potenti. Anche la conclusiva “Darkness”, creazione di Steven strettamente melodica, non va oltre il già sentito: un tormentare un semplice motivo di pianoforte che, per sfuggire al cliché in cui finisce di conseguenza, prova a svilupparsi in una struttura melodica più complessa.
Non è un mistero che gli Aerosmith da “Done With Mirrors” si aspettassero più di quanto alla fine hanno incassato. L’atterraggio brusco è passato senza graffi né sbucciature sull’immagine della band, ma ha di certo giocato in modo crudele con la proverbiale elasticità dell’ego degli Aerosmith. Comunque sia, è stata una lezione ben imparata, e il suo insegnamento ha dettato il corso della successiva, necessaria metamorfosi artistica del gruppo di Boston.
Formazione
Steve Tyler: voce, armonica
Joe Perry: chitarra
Brad Whitford: chitarra
Tom Hamilton: basso
Joey Kramer: batteria
Produzione
Ted Templeman
Tracklist
1. Let The Music Do The Talking
2. My Fist Your Face
3. Shame On You
4. The Reason a Dog
5. Shela
6. Gypsy Boots
7. She’s On Fire
8. The Hop
9. Darkness