Iron Maiden: Senjutsu
Etichetta: Parlophone Records / BMG
Data di uscita: 3/9/2021
Produzione: Kevin Shirley
Durata dell’album: 81.58 min (2CD)
Genere: Heavy Metal / N.W.O.B.H.M.
Voto: 7.0/10
Quasi sei anni di attesa per i fedelissimi della più grande istituzione metal britannica, gli Iron Maiden, prima di vedere uscire il loro nuovo, diciassettesimo album in studio, «Senjutsu», che in giapponese significa ‘tattica e strategia’. Il successore di «The Book of Souls» (2015, RockLine recensione) era già pronto in studio all’inizio del 2019, ma gli strascichi della crisi del coronavirus hanno costretto a aspettare altri due anni buoni per l’uscita. Anche stavolta si tratta di un doppio album, con almeno venti minuti di musica di troppo per poterlo definire un disco per cui valeva la pena aspettare sei anni: la maggior parte dei pezzi di «Senjutsu» è decisamente tirata per le lunghe, mentre a farla da padroni sono la prevedibilità e una cronica mancanza di idee fresche.
Già nei tre album precedenti gli Iron Maiden si erano sforzati in tutti i modi di passare per dei gran ‘progsters’, con pezzi lunghissimi che di solito non andavano da nessuna parte e che spesso erano segnati da motivi prevedibili e ripetitivi, senza mai riuscirci davvero, mentre il loro (quasi) intellettualismo nei testi, soprattutto di recente, fa spesso pena. Nell’album precedente erano ancora riusciti a nascondere in qualche modo questi difetti con un po’ di momenti freschi, ma stavolta nella maggior parte dei pezzi si sono ‘spremuti’ talmente tanto che non c’è più modo di mascherarlo.
Nel suo insieme «Senjutsu» è un lavoro un po’ più malinconico e ‘morbido’ rispetto ad altri dischi della leggendaria band degli ultimi vent’anni, ma gli Iron Maiden, tra riciclo prevedibile di motivi ‘celtici’ già sentiti, armonie di chitarre doppie e lunghe intro o outro acustici, semplicemente non riescono a uscire dal loro cliché. Con la lente d’ingrandimento cercheresti invano su «Senjutsu» qualcosa di davvero fresco ed emozionante
Il capoccia degli Iron Maiden Steve Harris, che oltre al basso ha suonato di nuovo anche le tastiere, ha avuto ancora una volta più iniziativa in fase di scrittura, anche se stavolta i risultati sono molto altalenanti, e lo stesso vale per i brani nati interamente sotto la sua regia. In chiusura d’album c’è la sua epica trilogia che, come gran parte di «Senjutsu», lascia sensazioni contrastanti, ma che almeno un pochino risolleva l’impressione generale, piuttosto scialba. Tre brani di rilievo arrivano dal sodalizio di lunga data tra Bruce Dickinson e Adrian Smith, mentre Dave Murray per la prima volta dai tempi di «Powerslave» (1984) non ha firmato nemmeno un pezzo.
Per un cantante over 60 Bruce è ancora in forma più che dignitosa, soprattutto se lo si paragona alla maggior parte dei suoi coetanei, mentre Nicko con la sua batteria è uno dei principali responsabili del fatto che la vecchia locomotiva Iron Maiden, con risultati alterni, riesca ancora a spingersi avanti anche in studio, anche se il carburante scarseggia sempre di più. Vanno elogiati anche tutti e tre i chitarristi, benché le chitarre ritmiche nella produzione suonino spesso ‘slavate’. Alla produzione, che fa un pessimo servizio alla parte del leone dei brani di «Senjutsu», anche se la maggior parte dei fan degli Iron Maiden si è abituata da un pezzo all’idea che non tornerà mai più ai livelli degli anni Ottanta, quando ci pensava Martin Birch, c’era ancora una volta il ‘vecchio compare’ Kevin Shirley.
Eddie, il settimo membro non ufficiale della band, che sulla copertina di Mark Wilkinson ricorda Yoshimitsu delle serie di videogiochi giapponesi Tekken e Soul Calibur, nella sua carriera è già stato praticamente di tutto. Su «Senjutsu» è finito nel periodo del Giappone feudale ed è diventato un samurai, anche se la katana l’aveva già impugnata nell’EP dal vivo «Maiden Japan» (1981). Negli anni migliori gli Iron Maiden riuscivano a unire un’idea o un concetto a un’atmosfera musicale adeguata: succedeva sul «Powerslave» tinto d’antico Egitto, sul «Somewhere Out in Time» (1986) condito di futurismo e sul «Seventh Son of a Seventh Son» (1988) intriso di misticismo. Ma da anni, nonostante l’impegno enorme, non gli riesce più. Così anche su «Senjutsu» non c’è da aspettarsi nessun motivo tradizionale della musica dell’Estremo Oriente che ridia vita all’atmosfera e la ‘sincronizzi’ con la copertina. Per gli Iron Maiden è ormai ‘scienza superiore’, anche se gli fa un gran piacere quando qualcuno li bolla per sbaglio come ‘progsters’ del metal.
Tutto il vuoto compositivo, di arrangiamento e di concept di cui sopra si sente già nell’opener, che è anche la title track. L’unico elemento giapponese tradizionale è un ritmo d’apertura di percussioni che dura pochi secondi. Nel suo insieme questo parto compositivo di Harris e Smith, tra lungaggini, ripetitività ritmica e un ritornello totalmente anonimo, è una delle aperture più noiose di tutta la storia degli Iron Maiden e un pessimo biglietto da visita per il resto del disco.
L’impressione migliora un po’ con «Stratego», uscito come secondo singolo di «Senjutsu». Stratego non è il nome di un nuovo membro dei Dominatori dell’universo, ma di un popolare gioco da tavolo, diventato famoso soprattutto in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale. Anche se il pezzo è parecchio prevedibile e la maggior parte dei fan penserà subito a dove ha già sentito un certo motivo e il riff principale, ha un bel ritornello e armonie di chitarra epiche che ci stanno a pennello.
Ancora meglio va con «Writing On the Wall», il singolo di punta del disco e uno dei pochi momenti di «Senjutusu» che non finisce nel dimenticatoio dopo il primo ascolto e ha davvero un ritornello ‘concreto’. Anche il riff portante, con una leggera tinta blues, per gli standard degli Iron Maiden di oggi suona piuttosto fresco. Bisogna ammettere che è uno dei migliori singoli degli Iron Maiden degli ultimi vent’anni, e lo stesso vale per il video che lo accompagna.
«Lost In a Lost World» è una delle composizioni più noiose di «Senjutsu», come fa intuire già il titolo poco originale, visto che i The Moody Blues l’avevano usato per un loro pezzo quasi cinquant’anni fa. La parte iniziale, di taglio acustico, va avanti e avanti senza sbocciare da nessuna parte, mentre dopo il passaggio le armonie di chitarra di stampo celtico cominciano presto a ripetersi ‘all’infinito’. Se questo brano fosse durato la metà, sarebbe sicuramente stato molto più interessante. Il solido «Days of Future Past», uno dei pochi pezzi di durata adeguata, si regge soprattutto sulla pomposità, sui tipici assoli di chitarra di Smith e sulle doti vocali di Dickinson, ancora rispettabili.
«The Time Machine», frutto del sodalizio compositivo tra Harris e Janick Gers, nonostante i tanti cambi di tempo finisce nella categoria ‘dimenticabile’, e la band tira questo pezzo del tutto mediocre ben oltre ogni limite ragionevole. L’impressione risale un po’ con la creatura malinconico-cupa di Dickinson e Smith intitolata «Darkest Hour», che ha buone sezioni strumentali e una solida costruzione dell’atmosfera. Con un ritornello più memorabile sarebbe senz’altro venuto ancora meglio.
Segue l’ambiziosa trilogia di Harris, tre pezzi da più di dieci minuti l’uno che potrebbero essere un’unica suite in tre sezioni collegate tra loro. Questa trilogia, una specie di risposta di Harris all’«Empire of the Clouds» di Dickinson dell’album precedente, per qualità dei singoli brani è parecchio disomogenea. La prima parte, «Death of Celts», è senza dubbio il più debole dei tre epici, e non solo per il titolo sciocco e per il ‘pizzicare le corde’ dedicato a tutti i fan scozzesi, irlandesi e gallesi degli Iron Maiden. Il pezzo è un esempio di riciclo totale di vecchi motivi e non nasconde nemmeno di essere il seguito più debole del classico «The Clansman» di «Virtual XI» (1998), visto che li accomuna un testo simile sui clan celtici ribelli e i relativi motivi celtici. Purtroppo, andando avanti, diventa presto tirato per le lunghe e ripetitivo.
«The Parchment» è senza dubbio il miglior risultato della trilogia conclusiva di Harris e una delle poche composizioni di «Senjutsu» di cui si può dire che agli Iron Maiden sia riuscita fino in fondo. Ci ha contribuito di sicuro anche il fatto che sia il pezzo più duro di questo album relativamente malinconico e ‘morbido’. Stavolta la costruzione del dramma d’atmosfera procede in modo intelligente e anche le sezioni strumentali, con l’accento sulle armonie di chitarra epiche, sono di livello eccellente, con cambi di tempo ben calibrati.
Funziona bene, nonostante un’intro acustica piuttosto prevedibile, anche la conclusiva «Hell On Earth», che con una durata un po’ più contenuta avrebbe forse potuto diventare addirittura il punto più alto dell’intero album. Se non altro il disco si chiude nel tradizionale stile epico degli Iron Maiden. Si potrebbe dire che gli ultimi due pezzi rimediano un po’ alle sensazioni non troppo entusiasmanti lasciate da «Senjutsu», ma non basta per congratularsi con la band per un altro lavoro in studio ben fatto.
Nell’intera discografia degli Iron Maiden «Senjutsu» purtroppo si rivela un lavoro parecchio mediocre e a tratti noioso, che all’uscita non ha ripagato le grandi aspettative della maggior parte dei fan. Tra tutti gli album dopo il ritorno di Dickinson e Smith nel 1999, «Senjutsu» è con distacco il meno interessante e, nonostante la melodicità e l’accessibilità generali, è parecchio difficile da ascoltare senza che ti prenda il sonnellino. Anche se su «Senjutsu» non c’è nessun pezzo che si possa definire davvero brutto, non ce n’è nemmeno uno che si possa proclamare un vero classico degli Iron Maiden o una delle migliori composizioni degli ultimi vent’anni. D’altra parte sono pur sempre i riconoscibilissimi Iron Maiden, e anche i loro lavori meno riusciti suonano ancora meglio di quelli della maggior parte dei loro imitatori, per non parlare delle band ‘mainstream’ di oggi, che davanti alle leggende del metal inglese possono solo inchinarsi, anche quando escono con un album nella media come «Senjutsu».
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Tracklist:
CD1.:
1. Senjutsu (8:20) – Smith/Harris
2. Stratego (4:59) – Gers/Harris
3. The Writing On The Wall (6:13) – Smith/Dickinson
4. Lost In A Lost World (9:31) – Harris
5. Days Of Future Past (4:03) – Smith/Dickinson
7. The Time Machine (7:09) – Gers/Harris
CD2.:
1. Darkest Hour (7:20) – Smith/Dickinson
2. Death Of The Celts (10:20) – Harris
3. The Parchment (12:39) – Harris
4. Hell On Earth (11:19) – Harris
Formazione:
Bruce Dickinson – voce
Dave Murray – chitarra
Adrian Smith – chitarra
Janick Gers – chitarra
Steve Harris – basso, tastiere
Nicko McBrain – batteria

Hm, tole pa ni slišati nič kaj vzpodbudno. Me pa be preseneča, sploh ker sem pri Maidenih že dolgo valentines razočaranj. Morda tudi zaradi previsokih pričakovanj. Zadnji album, ki me je v celoti navdušil, je Somewhere In Time, na trenutke pa sem začutil klokotanje po żilah še ob Fear of the dark.
Mi pa ob Maidnih vedno pridejo v glavo skrivnostna pota uspehov v glasbeni industriji. Namreč, kako so trije največji hard in heavy bandi postali zares veliki šele precej let po izdaji svojih najboljših albumov in še kar naprej polnijo stadione, kljub temu da že več destletij niso posneli ničesar zares vthunskega. V mislim imam seveda Maidne, AC/DC in Metallico.
JA absolutno. Pri men se konča vse s prvimi osmimi albumi (plus Live After Death seveda). Potem pa prebliski. Fear of the Dark, bi moral biti enojen, gor je nekej super zadev, ki so spregledane. The Fugitive, Aparition, Childhood’s End, ampak tud nekaj off shootov kot sta Weekned Warriors, pa Judas Be My Guide, From Here To Eternity pa mi gre vsa tolk na živce kot Holy Smoke.
Men je kot celota potem res edini album oziroma edina dva Brave New World plus hja, bogoskurnstvo gor ali dol, The X Factor.
Ja tale novi album, je pa men osebno spet vsaj 40 minut predolg. Ma nekaj zelo dobrih momentov, ampak v celoti zvodenijo, album potegne ven Harisova trilogija na koncu, plus par vmesnih zadev, sploh tam kjer sta avtorja Smith in Dickinson.
Očitno so se fantje skozi leta precej spremenil. Hecno mi je to, da na novi plati ni enga mal bolj hitrega komada, otvoritveni naslovni na tem mestu nikakor ne bi smel stat, ampak okej, to je njihova odločitev. Škoda. Muska ostaja dobra – overall odbra, samo dolgočasna je postala. Predvidljiva in izživeta. In to za popizdit dolgočasno izživeta.
Vseen si bom pa vinil nabavu, če ga kdaj v kaki štacun zagledam (prek interneta ne maram naročat), ostanem raj na mp3-jih 😀
Omenjaš, da je album predolg, sem razmišljal o ten, da je pravzaprav zelo malo odličnih albumov nad 60 minut. Takole na hitro se spomnim samo Psychotic Supper in Hysterie, ki sta res klasa, po drugi strani pa mi takoj pride na pamet kopica takih, ki bi jih bilo bolje skrajšati. Na prvem mestu seveda obeh Use Your Illusion, iz katerih bi lahko sestavil odličen en album.
V bistvu je izum CDja v tem smislu precej škode naredil, tudi za stare albume mi je ljubše, če so brez bonus trackov. Sploh ce gre za neizdane pesmi – če pred 35 leti niso bile dovolj dobre za na album, zakaj bi bile zdaj?
Ja odlične albume nad 60 minut je mogoč najt še največ v sferah progresivnega rocka, ampak dejansko tam minutaža do 50 minut tud pri proggerskih platah povsem zadošča. Bolš pustit kakšne ideje za naslednji album.
Somwehere In Time je mislim da okol 55 minut dolg in je pravzaprav delo perfekcije. Nič mu ne moreš odvzet, nič dodat, se prav skor eno uro hehe. Men osebno daleč najljubši I.M. album.
To je komplet res. CD na katerga spravš 80 minut, je precej razvrednotil enega izhodnih umetniških postulatov pri ustvarjanju glasbe: “kratko in jedrnato” 🙂
Ko sem prebral recenzijo, sem vedel, da bo album mojstrovina. In prav sem imel.
Evo, danes sem prvič poslušal in se strinjam z vsem, kar si napisal. Reciklirano, sploh tisti keltski kitarski motivi, zaradi katerih mer album spomija na shredderske instrumentalne albume iz osemdesetih, ne zaradi same glasbe, ampak ker sploh ne ločim več komadov med seboj. Ves čas se počutim, kot bi poslušal neke previously unreleased bonus tracke iz obdobja Seventh Son.
Predvsem mi manjka nek hiter, udaren komad, kot je bil denimo Be Quick Or Be Dead, da ne segam v itak nedosegljiva osemdeseta.
Ena pesem mi je pa zelo všeč, in sicer Darkest Hour, ki pa mi zveni bolj kot pesem iz Dickinsonovih solo časov, morda bi pasala na Balls To Picasso.
Mene osebno je album pozitivno presenetil. Je kot celota izjemno poslušljiv, komadi Days Of Future Past in vsi štirje s CDja 2 dve gredo pa pri meni v favourites. Neizvirno? Mogoče, ampak ali res kdo želi izvirne Maidene?? Definitivno ni tako slabo, kot govori ta recenzija, ljubitelji Iron Maidenov ne bodo razočarani IMHO.