Iron Maiden: Somewhere In Time

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Etichetta: EMI Records
Data di uscita: 29. 9. 1986
Produzione: Martin Birch
Durata dell’album: 51.18 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 10/10


I portabandiera dell’heavy metal britannico, gli Iron Maiden, con l’uscita dell’epocale Powerslave avevano toccato probabilmente il punto più alto della loro carriera fino a quel momento. A Powerslave seguì un tour monumentale e pomposo, il World Slavery Tour, che ancora oggi è considerato uno dei più lunghi della storia del rock. Le statistiche parlano da sole: il tour partì il 9 agosto 1984 e si concluse il 5 luglio 1985, cioè 331 giorni colossali, per un totale di 193 concerti. Matematicamente, più di mezzo concerto al giorno! Un tour incredibilmente fortunato, che ha portato la band in 24 paesi e ci ha regalato uno dei migliori live di tutti i tempi, Live After Death, registrato in quattro serate consecutive all’Hammersmith Odeon di Londra e alla Long Beach Arena in California. Quel calendario ha lasciato i ragazzi completamente fusi, fisicamente e mentalmente, tanto che si sono rimessi al lavoro sul disco successivo solo nel 1986. Somewhere in Time è così il primo album in studio, dal debutto degli Iron Maiden in poi, a non uscire a un anno di distanza dal predecessore.

Forse è anche per questo che Somewhere in Time segna una deviazione nella direzione musicale della band e un passo verso acque un po’ più sperimentali, alla ricerca di sonorità nuove e diverse. È infatti il primo album su cui gli Iron Maiden (su spinta di Adrian Smith) hanno usato sintetizzatori per chitarra e basso. Ma la novità l’hanno usata con testa, precisione e sottigliezza: a differenza dei Judas Priest e del loro Turbo, uscito lo stesso anno, le tastiere su Somewhere in Time non si buttano in primo piano, riempiono bene il quadro sonoro e i pezzi ci guadagnano solo in intensità e finezza. La reazione dei fan alla nuova direzione è stata divisa, ma per gli Iron Maiden l’audacia e la voglia di sperimentare e innovare si sono rivelate alla fine una scelta vincente, e basta. Curioso anche che la band abbia rifiutato in blocco i pezzi di Dickinson, che secondo Harris proponeva strani arrangiamenti acustici, forse frutto dell’estenuante World Slavery Tour. Al posto di Dickinson, con tre pezzi diventati istantaneamente cult, si è messo in grande evidenza Adrian Smith, un’ulteriore prova che il suo ritorno nella band nel 1999 è stato importante quanto quello di Dickinson. Un altro fatto da ricordare: Somewhere in Time è stato l’album più costoso della band fino a quel momento, i ragazzi si sono presi più tempo per costruire il nuovo disco, forti dell’esperienza dei palchi, della maturità, degli anni e del buon senso dei vecchi lavori. Senza dubbio Somewhere in Time resta ancora oggi uno dei progetti più ambiziosi della band. Stavolta anche Derek Riggs ha messo il suo lavoro sotto il segno dell’ambizione, creando una delle migliori copertine della sua carriera. Eddie si è tolto le bende di Powerslave ed è diventato un cyborg tipo “Schwarzenegger incontra Blade Runner”, mentre Riggs ha nascosto sulla copertina quasi 40 indizi e riferimenti alla storia degli Iron Maiden (la lista puoi dargli un’occhiata QUI)

I Maiden-maniaci restano di sasso già nei primissimi secondi del disco, quando nell’intro di Caught Somewhere in Time ci accolgono pesanti suoni di tastiera. Ma che mix con le chitarre! A una miscela già epica di assalti chitarristici feroci, batteria devastante, basso spesso e voce altissima aggiungono sfumature completamente nuove di oscurità, mistero e segretezza, che allo stesso tempo suonano incredibilmente calde e creano un impasto perfetto. Andando avanti le tastiere spariscono, sostituite da riff divini che escono dalle dita dei maestri Murray e Smith, che insieme a lead fantastici e a una sezione ritmica splendente fanno di Caught Somewhere in Time uno degli opener più perfetti di sempre. Nel ritornello Dickinson, come in Aces High, si conferma una vera sirena da “air raid” e canta alla grande un testo che ricorda il romanzo di fantascienza di H.G. Wells La macchina del tempo, ma che in realtà parla di qualcuno a cui viene offerto di vendere la propria anima. La macchina del tempo ci porta poi a Wasted Years, il primo singolo dell’album e il primo scritto interamente da Smith. Era una scelta più che giusta per un singolo, perché Wasted Years è ancora oggi il pezzo più accessibile, commerciale e dal suono mainstream, ma suona comunque maideniano come si deve e ha un ritornello fantastico e contagioso e un ottimo assolo. Il messaggio del testo, “carpe diem”, dà al pezzo la giusta dose di ottimismo. Sea of Madness, sempre di Smith, non offre il solito inizio fenomenale dei pezzi degli Iron Maiden, perché parte con un’intro hard rock sporca e nella media, ma il cattivo sapore passa grazie a un ritornello splendido e malinconico e a linee vocali efficaci, che interpretano in modo incredibile un testo vago, forse sul lento oscurarsi della mente. Il picco di Sea of Madness arriva di sicuro nel geniale scontro di chitarre Murray/Smith. Sull’orlo della morte ci porta l’epica Heaven Can Wait, che parla di un’esperienza di pre-morte e del tunnel con la luce in fondo che, a quanto si dice, aspetta tutti noi. Il pezzo è praticamente fatto per il live: ha una parte “sing-a-long” super contagiosa, di nuovo una prova insuperabile del duo di chitarre e, come se non bastasse, nella parte “ooo oo” a Dickinson si uniscono i tizi che gli Iron Maiden hanno trovato al bar Tehe (vedi i riferimenti sulla copertina). The Loneliness of a Long Distance Runner è, senza ombra di dubbio, una delle perle trascurate della discografia degli Iron Maiden, perché ha tutti gli ingredienti del classico dei Maiden: dall’intro di chitarra lento e un po’ sghembo che fa venire la pelle d’oca, all’ingresso graduale del basso geniale di Harris e del piede inquieto di Nicko, finché con le strofe non irrompe Bruce. Una corsa sulle montagne russe della morte di sei minuti, carica di adrenalina, basata sull’omonimo racconto di Alan Sillitoe, che parla di un giovane delinquente che trova conforto nella corsa e alla fine si ribella ai suoi sorveglianti e molla la gara che avrebbe dovuto vincere. Nell’indimenticabile ritornello Dickinson sfodera una delle sue migliori prestazioni, e la parte strumentale è, in una parola, brillante. A livello simbolico il testo funziona anche come scontro interiore di un individuo che deve scegliere tra restare fedele ai propri princìpi e piegarsi davanti a chi comanda. Personalmente, con la sua epicità e un tema simile, il pezzo mi ricorda anche la leggenda del maratoneta. L’ultimo contributo di Smith è Stranger in a Strange Land, che racconta di un uomo rimasto intrappolato nell’Artico il cui corpo congelato viene ritrovato dopo anni. Con il suo tempo più lento, il pezzo cattura alla grande l’atmosfera un po’ morbosa e malinconica del concetto stesso, e la solitudine e l’ineluttabilità della situazione non potevano essere rese meglio da un altro assolo, ancora una volta insuperabile. Anche se il titolo è preso in prestito da un romanzo di Robert A. Heinlein, il pezzo con il libro non c’entra niente. Deja Vu è un altro gioiello dell’heavy metal trascurato, che ovviamente parla della sensazione del già visto. Anche se le linee di chitarra del pezzo puoi sentirle mille volte, la sensazione di déjà vu non ti arriva mai, perché sono, ancora una volta, semplicemente incredibili. “My son ask for thyself another Kingdom, for that which I leave is to small for thee.” è la frase d’apertura pronunciata da Nicko McBrain, che lancia il vertice dell’album, senza dubbio il miglior pezzo del disco, Alexander the Great. Un’epica geniale su uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi, che pare non abbia perso nemmeno una battaglia, Alessandro Magno o Alessandro il Macedone, che in vita conquistò la maggior parte del mondo allora conosciuto: non si poteva chiudere meglio l’album. Dai primi riff d’apertura, accompagnati dalle salve militari di Nicko, attraverso numerosi interludi, intrecci di chitarre e basso, melodie e armonie indimenticabili, fino ai pattern di chitarra e agli assoli da mozzare il fiato, il pezzo è uno dei punti più alti della discografia degli Iron Maiden. Con questa epica pomposa Harris ha dimostrato di essere uno dei migliori autori, compositori e arrangiatori in circolazione, perché nel pezzo infila tanti di quei colpi di scena che per i fan che l’hanno ascoltato nel 1986, convinti di essere ormai abituati a tutto dai Maiden, dev’essere stato un vero shock. Anche se il testo contiene qualche piccola imprecisione (è noto che Alessandro marciò con il suo esercito fino all’Indo, mentre la causa esatta della sua morte non è nota), questo non toglie nulla alla pura brillantezza del pezzo.

Somewhere in Time resterà per sempre un classico del metal, pieno zeppo di materiale da classico. L’approccio un po’ nuovo e diverso all’album ha ripagato gli Iron Maiden: hanno superato se stessi, hanno dimostrato di non essere una band che ristagna e hanno creato musica che si è piantata nelle orecchie di intere generazioni e, non ho dubbi, si pianterà anche in quelle delle prossime. Purtroppo Somewhere in Time è probabilmente anche l’album più trascurato dalla band, perché i pezzi di questo disco praticamente non si sentono mai dal vivo. Gli Iron Maiden hanno ancora tempo, e spero che rimedino a questo errore.

Autore: Rok Klemše


Tracklist:
1. Caught Somewhere in Time
2. Wasted Years
3. Sea of Madness
4. Heaven Can Wait
5. The Loneliness of the Long Distance Runner
6. Stranger in a Strange Land
7. Deja-Vu
8. Alexander the Great

Formazione:
Bruce Dickinson – voce
Dave Murray – chitarra
Adrian Smith – chitarra
Steve Harris – basso
Nicko McBrain – batteria

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