Somewhere in Time
Autore: Rok Klemše
Artista: Iron Maiden
Etichetta: EMI Records
Uscita: year
Durata: 51:24
Voto: 5/5
I portabandiera dell’heavy metal britannico, gli Iron Maiden, con l’uscita dell’album spartiacque Powerslave avevano probabilmente toccato il picco della loro carriera fino a quel momento. A Powerslave seguì il monumentale, pomposo World Slavery Tour, che ancora oggi è considerato una delle tournée rock più lunghe della storia. Le statistiche parlano chiaro: il tour partì il 9 agosto 1984 e finì il 5 luglio 1985, cioè la bellezza di 331 giorni, con ben 193 concerti. Matematicamente, più di mezzo concerto al giorno! Una tournée incredibilmente riuscita, che ha portato la band in 24 paesi e ha sfornato uno dei migliori live di tutti i tempi, Live After Death, registrato in quattro serate consecutive all’Hammersmith Odeon di Londra e alla Long Beach Arena in California. Quel calendario ha lasciato la band completamente a pezzi, fisicamente e mentalmente, per cui si sono rimessi al lavoro sul disco successivo solo nel 1986. Somewhere in Time è stato così il primo album in studio, dal debutto degli Iron Maiden in poi, a non uscire un anno dopo il predecessore.
Forse è anche per questo che Somewhere in Time rappresenta una svolta nella direzione musicale del gruppo, uno spostamento verso acque un po’ più sperimentali e la ricerca di strade stilistiche nuove e diverse. Somewhere in Time è infatti il primo album su cui gli Iron Maiden (su spinta di Adrian Smith) hanno usato sintetizzatori per chitarra e basso. E la novità l’hanno usata in modo davvero ponderato, preciso e sottile: rispetto al Turbo dei Judas Priest, uscito lo stesso anno, le tastiere su Somewhere in Time non si spingono in primo piano, riempiono bene il quadro sonoro, e i pezzi ne guadagnano solo in intensità e finezza. La reazione dei fan alla nuova direzione fu contrastante, ma agli Iron Maiden l’audacia e la voglia di sperimentare e innovare hanno solo e soltanto ripagato. È interessante anche il fatto che la band abbia rifiutato in blocco i pezzi di Dickinson, che secondo Harris proponeva strani arrangiamenti acustici, forse frutto dell’estenuante tour di World Slavery. Al posto di Dickinson, sull’album si è invece distinto in maniera eccellente Adrian Smith, con il contributo di tre pezzi diventati celebri, e questa è un’ulteriore prova che il suo ritorno nel gruppo nel 1999 è stato importante quanto quello di Dickinson. Un altro fatto importante: Somewhere in Time è stato l’album più costoso della band fino ad allora, i ragazzi si sono presi più tempo per creare il nuovo disco, e alle spalle avevano l’esperienza dei palchi, la maturità, l’età e il giudizio dei vecchi dischi. Senza dubbio Somewhere in Time resta ancora oggi uno dei progetti più ambiziosi della band. Stavolta anche Derek Riggs ha impostato il suo lavoro in modo ambizioso, creando una delle migliori copertine della sua carriera. Eddie ha buttato via le bende di Powerslave ed è diventato un cyborg tipo “Schwarzy incontra Blade Runner”, e Riggs ha nascosto nella copertina quasi 40 indizi e riferimenti alla storia degli Iron Maiden (puoi vedere l’elenco QUI)
I Maiden ti stendono già nei primissimi secondi dell’album, quando nell’intro di Caught Somewhere in Time ti accolgono i pesanti suoni delle tastiere. Ma che mix con le chitarre! A quella miscela già epica di assalti chitarristici rabbiosi, batteria devastante, suono corposo del basso e voce acutissima aggiungono sfumature completamente nuove di oscurità, mistero e segretezza, che allo stesso tempo suonano incredibilmente calde e creano un impasto perfetto. Proseguendo il pezzo le tastiere spariscono, sostituite da riff divini usciti dalle dita dei maestri Murray e Smith che, insieme ai fantastici lead e a una sezione ritmica splendente, fanno di Caught Somewhere in Time una delle migliori opening track di tutti i tempi. Dickinson nel ritornello, come in Aces High, si dimostra ancora una volta una vera sirena “air raid” e canta alla grande un testo che ricorda l’opera di fantascienza di H.G. Wells The Time Machine, ma che in realtà parla di uno a cui viene offerto di vendere la propria anima. La macchina del tempo ci porta poi a Wasted Years, il primo singolo dell’album e il primo scritto interamente da Smith. Il pezzo era una scelta più che giusta come singolo, visto che Wasted Years ancora oggi resta il brano più accessibile, commerciale e dal suono mainstream, ma nonostante ciò suona ancora maidenissimo come si deve e contiene un ritornello fantastico e contagioso e un ottimo assolo. Il messaggio del testo, “carpe diem”, aggiunge al pezzo la giusta dose di ottimismo. Sea of Madness di Smith non offre il solito inizio fenomenale dei pezzi degli Iron Maiden, perché parte con un’intro hard rock mediocre e un po’ sporca, ma rimedia al cattivo retrogusto con un ritornello splendido e malinconico e linee vocali efficaci che interpretano in modo incredibile un testo vago, che forse parla del lento offuscarsi della mente. Il culmine di Sea of Madness lo raggiunge senza dubbio nel geniale scontro chitarristico Murray/Smith. Sull’orlo della morte ci porta l’epica Heaven Can Wait, che parla dell’esperienza pre-morte e del tunnel con la luce in fondo che a quanto pare aspetta tutti noi. Il pezzo è praticamente fatto per il live, con una parte “sing-a-long” contagiosissima, ancora una volta una prova insuperabile del duo di chitarre e, per di più, nella parte “ooo oo” a Dickinson si uniscono anche i tizi che gli Iron Maiden hanno trovato nel bar Tehe (vedi i riferimenti in copertina). The Loneliness of a Long Distance Runner è senza ombra di dubbio una delle perle trascurate della discografia degli Iron Maiden, perché ha proprio tutti gli elementi del classico Maiden: dall’intro di chitarra lento, un po’ inquietante, che fa venire la pelle d’oca, all’ingresso graduale del basso geniale di Harris e del piede nervoso di Nicko, finché con le strofe non irrompe Brucey. Questa corsa adrenalinica di sei minuti sulle montagne russe si basa sull’omonimo racconto di Alan Sillitoe, che parla di un giovane delinquente che trova conforto nella corsa, ma alla fine si ribella ai suoi sorveglianti e butta via la gara che avrebbe dovuto vincere. Nell’indimenticabile ritornello Dickinson sfodera una delle sue migliori prestazioni, e la parte strumentale è, in una parola, brillante. A livello simbolico il testo funziona anche come scontro interiore di un individuo che deve scegliere tra seguire i propri principi o inginocchiarsi davanti ai potenti. Personalmente, con la sua epicità e un tema simile, il pezzo mi ricorda anche la leggenda del maratoneta. L’ultimo contributo di Smith è Stranger in a Strange Land, che parla di un uomo rimasto intrappolato nell’Artico il cui corpo congelato viene ritrovato anni dopo. Con il suo tempo più lento, il pezzo cattura alla grande l’atmosfera un po’ morbosa e malinconica del concept stesso, e la solitudine e l’ineluttabilità della situazione non si sarebbero potute rendere meglio, ancora una volta, che con degli assoli insuperabili. Anche se il titolo è preso in prestito da un romanzo di Robert A. Heinlein, il pezzo con il libro non c’entra niente. Deja Vu è un altro gioiello heavy metal trascurato, che ovviamente parla della sensazione di aver già visto qualcosa. Anche se le linee di chitarra del pezzo le puoi sentire un’infinità di volte, la sensazione di déjà vu non ti viene mai, perché sono semplicemente incredibili ogni volta. “My son ask for thyself another Kingdom, for that which I leave is to small for thee.” è la frase d’apertura pronunciata da Nicko McBrain, che introduce il vertice dell’album, senza dubbio il pezzo migliore del disco, Alexander the Great. Un epico geniale su uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi, che pare non abbia perso nemmeno una battaglia, Alessandro Magno o Alessandro il Macedone, che nel corso della sua vita conquistò gran parte del mondo allora conosciuto: non si poteva chiudere l’album in modo migliore. Dai primi riff d’apertura accompagnati dalle salve militari di Nicko, passando per i numerosi interludi, gli intrecci di chitarre e basso, le melodie e le armonie indimenticabili, fino ai giri di chitarra e agli assoli da mozzare il fiato, il pezzo è uno dei vertici della discografia degli Iron Maiden. Con questo epico pomposo Harris ha dimostrato di essere uno dei migliori autori, compositori e arrangiatori, perché nel pezzo infila così tanti cambi di direzione che dev’essere stato un vero shock per i fan che lo ascoltarono nel 1986 pensando di essere ormai abituati a tutto da parte dei Maiden. Anche se il testo contiene qualche piccola imprecisione (è noto che Alessandro marciò con l’esercito fino all’Indo, mentre la causa esatta della sua morte non è nota), questo non toglie nulla alla pura genialità del brano.
Somewhere in Time resterà per sempre un classico del metal, pieno zeppo di materiale classico. Per gli Iron Maiden l’approccio un po’ nuovo e diverso all’album ha pagato, perché hanno superato se stessi, hanno dimostrato di non essere una band che ristagna e hanno creato musica che si è piantata nelle orecchie di generazioni, e non dubito che lo farà anche con quelle future. Purtroppo Somewhere in Time è probabilmente anche l’album più trascurato dalla band stessa, visto che i pezzi che ne sono tratti praticamente non si sentono mai dal vivo. Gli Iron Maiden hanno ancora tempo, e spero che rimedino a questo errore.
Formazione
Bruce Dickinson – voce
Steve Harris – basso
Dave Murray – chitarra
Adrian Smith – chitarra
Nicko McBrain – batteria
Produzione
Martin Birch
Tracklist
1. Caught Somewhere in Time
2. Wasted Years
3. Sea of Madness
4. Heaven Can Wait
5. The Loneliness of the Long Distance Runner
6. Stranger in a Strange Land
7. Deja-Vu
8. Alexander the Great