Ivanhoe: Blood And Gold
Etichetta: Massacre Records
Data di uscita: 20/3/2020
Produzione: Giovanni Soulas
Durata dell’album: 38.37 min
Genere: Progressive Metal
Voto: 8.5/10
Gli Ivanhoe sono una band tedesca di progressive metal con un nome buffo – ma questo non è poi così importante – che a metà marzo ha pubblicato il suo nuovo album in studio. L’ottavo, per la precisione. Parliamo di una formazione longeva, nata già nella seconda metà degli anni Ottanta, anche se ci ha messo un sacco di tempo ad arrivare al debutto in studio, uscito nel 1994. Visto il periodo in cui è nata la band, capisci subito che gli Ivanhoe suonano un progressive metal molto tradizionale, che per data di nascita è addirittura più vecchio dei Dream Theater, anche se a livello di stile sono di sicuro interessanti anche per chi segue i titani del prog metal appena citati.
Anche su «Blood And Gold» gli Ivanhoe restano fedeli al loro suono e al loro stile, come da tradizione. Con il nuovo album mantengono una coerenza artistica solida e, visto che il precedente “7 Days” è uscito cinque anni fa, i brani nuovi hanno vissuto un lungo processo di limatura e arrangiamento, e si sentono: sono rifinitissimi e curati nei dettagli. Sono anche molto vari tra loro per quanto riguarda le frasi e i motivi portanti, e questo regala al disco un alto livello di dinamica e un continuo saliscendi di stati d’animo. Hanno una musicalità spiccata, sorprendentemente accattivanti per essere prog metal quanto a ascoltabilità, e la sottile linea, solo apparente, tra gli elementi tradizionali dell’heavy metal e quelli di complessità tecnica si fa spesso sfocata, oppure il baricentro si sposta a favore dell’uno o dell’altro genere. L’apertura del disco, rappresentata soprattutto dall’assalto di Midnight Bite, porta con sé decisamente più elementi del metal classico, mentre Broken Mirror, che la segue, con un emozionante fuoco incrociato di assoli tra tastiere e chitarra dentro una sezione mid-eight, sistema piano piano le cose al posto giusto, cioè più vicino al concetto di progressive metal. Non è del tutto chiaro cosa volesse ottenere la band con Fe Infinita, un sognante lamento di due minuti in cui si presenta un duetto vocale uomo-donna, perché con lei si sgonfia il buon slancio iniziale del disco! A meno che non la si intenda come un preludio al pezzo successivo, cioè la title track dell’album, che è una delle cose migliori del nuovo lavoro degli Ivanhoe e, in pratica, un brano che descrive in modo molto chiaro, tutto in un colpo, lo stile e il suono che la band porta avanti da anni.
Il lavoro delle chitarre si può paragonare perfino agli elementi irrigiditi delle forme americane del primo heavy metal. Vengono in mente i primi Crimson Glory, i Queensryche e i primi tre album dei Fates Warning. Il carisma vocale del cantante Alexander Koch, che ha qualcosa in comune con l’approccio di Bruce Dickinson (Iron Maiden), tiene viva la pomposità e la magniloquenza che le composizioni sviluppano (per esempio il ritornello di Martyrium). Gli Ivanhoe non conoscono le «canzonette allegre», possono essere anche decisamente cupi. Le composizioni si sviluppano a partire da tonalità minori, mentre la band raggiunge un alto livello di musicalità rapace e, di conseguenza, di dramma teso, il che è un gran bene. Per questo è una forma di progressive metal che piacerà agli amanti degli elementi classici dell’heavy metal e del power metal successivo. Perché però non tutto sembri così in bianco e nero, soprattutto nell’ultimo terzo dell’album la band si concede qualche audace deviazione creativa verso le distese della sperimentazione musicale. Prima, però, sorprende con l’inserimento della prima cover in assoluto che abbia mai registrato per uno dei suoi album. È If I Never Sing Another Song del 1977, scritta da Don Black e appartenente, nell’originale, al cantante britannico Matt Munro. L’arrangiamento per la versione degli Ivanhoe è opera dell’ex chitarrista della band Achim Welsch. Visto il forte stacco rispetto allo stile abituale della band, sarebbe stato meglio piazzarla proprio in coda. La parte più interessante del disco è il finale, con Shadow Play e Perfect Tragedy. Nella prima la band si è concessa la gita più lunga nei campi della sperimentazione negli arrangiamenti, quando nell’impianto dei motivi entra un sassofono, che porta un contrasto azzeccato in uno dei brani più progressive dell’album. Qui troviamo anche la dose più alta di melodie «esplorative» unite a rotture nelle strutture ritmiche. La seconda, e ultima, canzone del nuovo disco vale – proprio come la title track – come uno dei punti migliori del lavoro. Offre un mix di sperimentazione perfettamente bilanciata e di fascino musicale mantenuto intatto, con generosi salti nella successione dei cambi d’umore. L’album, dunque, si chiude con una delle sue composizioni più forti.
I brani hanno un sacco di spunti per spingere sull’acceleratore della sfida sperimentale prog metal, ma la band si attiene da buona ortodossa alla formula dell’arrangiamento compatto e del mantenere una pompa cupa. Sorprende anche che l’album duri meno di 40 minuti, il che, per il genere, è parecchio shockante.
Gli Ivanhoe, insomma, non sono cambiati granché. I dischi escono davvero con il contagocce, ma lo stile resta riconoscibile e tutto loro. La Germania è stata in qualche modo una matrigna con il progressive metal della prima ondata (a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta). L’unica realtà solida e coerente tedesca che pubblica album dagli anni Novanta in poi sono i Vanden Plas, e pure di loro si può dire subito che sono una band ingiustamente ignorata. Tutto il resto che sa di prog metal tradizionale, come gli Ivanhoe, più o meno vivacchia. È vero che il nuovo album ha l’aspetto arcaico di un progressive metal che le band tedesche della nuova era, con la fusione di elementi di metal estremo, perfino di jazz e con una raffinatezza tecnica insospettabile, hanno spazzato via (tra le altre Obscura, Alkaloid, Panzerballet), ma gli Ivanhoe restano senza dubbio una band fatta su misura per tutti gli amanti degli elementi tradizionali del prog metal, dove il confine con l’heavy metal si fa volentieri sfocato.
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Midnight Bite (04:03)
2. Broken Mirror (03:51)
3. Fe infinita (02:14)
4. Blood and Gold (05:30)
5. Martyrium (04:51)
6. If I Never Sing Another Song (03:55)
7. Solace (04:11)
8. Shadow Play (04:44)
9. Perfect Tragedy (05:14)
Formazione:
Alexander Koch – voce
Richie Seibel – tastiere
Chuck Schuler – chitarra
Giovanni Soulas – basso
Bernd Heining – batteria
Musicisti ospiti:
Mathias Biehl – batteria
Yvonne Luithlen – duetto vocale nel brano n. 3
Andreas Musch – sassofono nel brano n. 8
