Jazz Cerkno 2017: la seconda giornata!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Cerkno / Star plac / Slovenia
Data del concerto: 19.05.2017
Numero di spettatori: 400
Prezzo del biglietto: 17,50€ (in prevendita) / 20,00€ (il giorno del festival)
La seconda giornata del tradizionale festival Jazz Cerkno, giunto ormai alla ventiduesima edizione consecutiva, si è guadagnata la fama di più sperimentale e provocatoria, quella che favorisce la “crescita dell’insalata cerebrale”, sempre che tu non sia riuscito prima a calmarti del tutto, ad aprire il “terzo occhio” e a prepararti come si deve allo “shrapnel” della cultura jazz libertaria, particolarmente carico di messaggi complessi.
Proprio come il giorno prima, anche la seconda giornata è partita con mezz’ora di ritardo. Verso le otto di sera sul palco sono saliti gli Šalter Ensemble. Si tratta di un progetto internazionale per dodici musicisti, fondato sulla visione compositiva di quattro membri integrali del gruppo: il sassofonista svizzero-francese Bertrand Denzler, il contrabbassista sloveno Tomaž Grom, il bassista croato Rok Crnić e il chitarrista serbo Srđan Muc. A loro si sono aggiunti altri otto musicisti della scena internazionale (ovviamente anche slovena), la maggior parte dei quali si sposa bene con le esigenze della visione musicale del progetto. Trattandosi di una formazione giovanissima, con appena due concerti alle spalle (compresa la prova generale a Zagabria, il 6.5.2017), la parte compositiva dell’orchestra, cioè Crnić, Muc, Grom e Denzler, ha scelto degli »aiutanti« rodati, capaci di reagire in fretta alla trama davvero leggerissima su cui poggiano le quattro composizioni impegnative che la band porta nei suoi concerti. In soli cinque giorni la formazione ha fatto nascere la musica, dall’idea di base fino alla realizzazione sul palco. Dal punto di vista musicale, il tutto flirta con il limite della conciliabilità sonora, che negli audaci e disinvolti punti di sperimentazione è ancora accettabile per l’ascoltatore medio, se mai lo è. Di solito i musicisti si riuniscono in triadi all’interno dell’organico a dodici e si passano in cerchio sequenze di note. Le note sono suonate perlopiù in modo che la musica mantenga, in linea di principio, un equilibrio tra la successione di suoni di media lunghezza e i “silenzi” nel mezzo. La band non scivola mai in escalation soliste, né si ferma in pause più lunghe in cui a “suonare” sarebbe il silenzio. Il tutto reagisce in una sintonia spontanea, anche se all’interno di un formato di composizione piuttosto sciolto ci sono delle regole del gioco, e intanto pesca le soluzioni sonore più stravaganti che solo la fervida fantasia umana può produrre. Uso degli strumenti e delle tecniche vocali in una forma del tutto non convenzionale. Urla frenetiche e laceranti (il principale istigatore degli eccessi vocali non è nessun altro che Irena Tomažin), accanto a strutture sonore atonali: puoi solo augurartele. Ed eccole qui. Roba da colonna sonora di un film horror. Un esperimento audace di “blasfemia” musicale in cerca di sfide, che già nella parte iniziale di quel venerdì sera, seconda giornata del festival, anche se il concerto non è durato nemmeno un’ora, ha servito al pubblico un osso duro da rosicchiare.
Ches Smith (batteria), Craig Taborn (tastiere), Mat Maneri (viola), sono invece il trio jazz americano che ha preso il palco dopo di loro. Il principale ideatore e visionario musicale di questo trio è Ches Smith. Un batterista che nella sua carriera ha già mostrato le sue doti magistrali su numerosi album di artisti diversi (Marc Ribot’s Ceramic Dog, Xiu Xiu, Secret Chiefs 3,…). Nel nuovo trio, però, rispetto al gran rumore e alla diretta rudimentalità che hanno accompagnato buona parte dei suoi lavori passati da batterista, sorprende una creatività ritrovata, che punta prima di tutto sull’elevato susseguirsi di strutture motiviche. Strutture che sanno parlare anche in modo minimalista, del tutto sereno e morbido. In questo senso, l’accoppiata tra viola e pianoforte classico è per Ches Smith praticamente una scelta naturale. Smith ha così posato più volte le bacchette, sostituendole con le spazzole, e più volte ha costruito lo scenario solo sull’uso dei piatti e sul picchiettare sulla struttura della batteria. Il trio è incredibilmente esperto e navigato, con il travaso tra i tre elementi abilmente bilanciato, e l’iniziativa non la prende nessuno in particolare, ma è ripartita in parti uguali tra tutti e tre. Un intreccio dinamico dosato con cura, con la giusta dose di fughe audaci verso imprese improvvisative e momenti di sottile finezza. Una band armata fino ai denti di istinto primordiale e di un’incredibile chimica nel percepirsi a vicenda. Comunicava come in trance, in un’esecuzione che chiedeva concentrazione al pubblico, ma senza mai uscire dal filo rosso. A garantirlo è, ovviamente, una dose altissima di abilità virtuosistiche, che tutti e tre gli strumentisti portano in questa storia in abbondanza.
Terzi e ultimi tra gli artisti della seconda giornata del festival sono stati i Red Trio! Il “trio rosso” portoghese è noto per invitare volentieri altri musicisti ai suoi concerti, e per l’esibizione a Cerkno ha chiamato a collaborare l’eclettico mago finlandese della chitarra Raoul Björkenheim. Quest’ultimo era già stato a Cerkno anni fa con la band di allora, gli Scorch. Il trio più Raoul, cioè un quartetto, ha sparato nello spazio di gran lunga la maggiore dose di adrenalina di tutta la serata, con una cavalcata audace, quasi violenta e a tratti perfino aggressiva, a passi dosati a una velocità infernale, di improvvisazione jazz free, dove ha stregato i gourmet della musica con un’ampia tavolozza di linguaggio musicale e una formattazione incredibilmente leggera delle strutture sonore, che scuoteva di continuo, con brio, a colpi di avventure solistiche. Soprattutto sull’asse tastiere-batteria (percussioni), mentre il fascino particolare, per quanto riguarda l’improvvisazione con il suono, lo portava ovviamente l’eccellente Raoul Björkenheim con la sua chitarra Parker della serie Fly. Una chitarra simile la usa, per esempio, l’ex membro dei grandi innovatori del suono e della musica King Crimson, cioè un altro bizzarro musicista eclettico, non meno grande! Si tratta di Adrian Bellew. Un corteo esecutivo di macramè suonato con un’intensità incredibile, fatto di variazioni jazz impegnative, sensualità contemplativa e percezione dei mattoni della sostanza musicale! Mano nella mano. La combinazione delle due cose confermava l’eccellenza di tutti e quattro i musicisti. Al limite dell’istinto primordiale! Nel frattempo la band ha badato di continuo a non sfaldarsi nelle forme musicali. Ogni volta che si avvicinava a quella frammentazione delle strutture, quando il carattere ti portava sull’orlo del caos e si lanciava nel grembo di uno scandalo solistico senza confini, riusciva allo stesso tempo a mantenere concisione e ponderatezza e a “risolvere” l’apparente impasse musicale divincolandosene sempre con abilità all’ultimo momento utile, per tornare con grande successo al riparo sicuro dei motivi musicali guida. Un capolavoro e una prelibatezza indescrivibile, che ha così coronato con un gran finale la missione della seconda giornata del festival Jazz Cerkno!
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