Jethro Tull: Stand Up

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Etichetta: Island Records
Data di uscita: 25. 7. 1969
Produzione: Terry Ellis & Ian Anderson
Durata dell’album: 37.48 min
Genere: Folk Rock / Blues Rock / Heavy Rock / Jazz
Voto: 8.0/10


Dopo l’esordio blues di “This Was” (1968), con “Stand Up” i Jethro Tull decisero di cambiare suono e direzione musicale. Questo significò abbandonare piano piano gli elementi blues e buttarsi in acque folk-hard rock, che furono anche l’inizio del loro cammino prog. Il passo decisivo arrivò senza dubbio con l’addio del chitarrista blues classico Mick Abrahams, a cui la nuova direzione della band non andava giù, e con l’arrivo del suo sostituto Martin “Lancelot” Barre. Con lui la band fece la mossa più importante della sua storia. Chitarrista molto più eclettico del suo predecessore, pur tecnicamente eccellente, Barre portò alla band quel suono riconoscibile che ha ancora oggi. Insieme a Ian Anderson, col passare degli anni Barre è diventato un membro insostituibile (e, a parte lui, l’unico membro stabile della band), e proprio su “Stand Up” ha ridefinito completamente il gruppo. Barre era infatti molto meno legato al blues di Abrahams, e le sue linee di chitarra sono decisamente più dure, in certi punti addirittura hard rock. Ed è stato proprio questo, più di ogni altra cosa, a cambiare in modo sostanziale il suono della band. Il musicista centrale e leader non dichiarato Ian Anderson, con “Stand Up”, era già diventato un polistrumentista straordinario (sul disco suona ben otto strumenti), ma dà il meglio come al solito col canto e col flauto. Soprattutto come flautista era già un caso a sé. Certo, le influenze blues su alcuni pezzi restano, ma in generale su “Stand Up” la band è diventata molto più complessa (il loro mix di folk, blues, jazz e musica classica con il rock qui si è fatto ancora più profondo), più dura (grazie alla chitarra di Barre) e ha guadagnato soprattutto in raffinatezza (strumentisti eccezionali e maestri dell’atmosfera, senza dimenticare l’ottima sezione ritmica Cornick-Bunker). L’album contiene tre classici, “Bouree”, “Nothing’s Easy” e “Fat Man”, che ancora oggi sono una parte irrinunciabile dei loro concerti. Per il resto, sul disco non c’è un solo momento debole e sarebbe difficilissimo scegliere il pezzo migliore, perché ogni brano è un piccolo capolavoro a modo suo, mentre dall’altra parte nessuno spicca davvero sugli altri.

“A New Day Yesterday” è una splendida opener di “heavy” blues rock, dove brilla soprattutto Barre con i suoi riff tiratissimi e i suoi assoli, che sono tutta un’altra storia rispetto al suo predecessore. È soprattutto merito suo se la band piace anche a un sacco di fan del rock “pesante”, e qui lo si capisce già subito. Il pezzo è ovviamente sorretto dalla voce carismatica e inconfondibile di Anderson e dal suo flauto scatenato, mentre all’anima blues del brano contribuisce anche la sua armonica a bocca. Ancora oggi è un brano amatissimo dai fan della band. “Jeffrey Goes To Leicester Square”, dopo “A Song For Jeffrey” (This Was, 1968), è un altro pezzo dedicato all’amico di Ian e futuro bassista dei Tull Jeffrey Hammond-Hammond. È un incantevole brano folk rock che conquista soprattutto con l’intreccio tra la voce di Anderson, di impronta bluesy, e gli assoli di Barre. Di gran gusto anche l’uso del mandolino da parte di Ian. Lo strumentale “Bouree” è un’ottima trasposizione jazz di un classico di J. S. Bach. È uno dei primi e migliori esempi di come il rock abbia “giocato” con la musica classica in modo splendido e spiritosissimo. Ian qui toglie letteralmente il fiato all’ascoltatore con i suoi vivaci assoli di flauto, così tipici di lui. E a conquistare ancora di più è l’ottimo assolo di basso di Cornick, davvero da leccarsi i baffi. La band è riuscita a fare una versione eccellente di una composizione classica e a creare così un classico tutto suo, che ancora oggi è insostituibile nel repertorio dal vivo. Spiritosa ma anche tesa, “Back to The Family” vive soprattutto dell’interazione tra la chitarra di Barre, di taglio jazz, e il basso di Cornick. La voce di Ian in questo pezzo è secondo me addirittura la migliore dell’intero album. “Look Into the Sun” è uno dei brani più trascurati della band. È un folk rock leggero, con un’introduzione alla chitarra acustica e una leggera sfumatura psichedelica, soprattutto per il modo di cantare di Ian. Anche se non la definirei un classico dimenticato, come atmosfera è un riflesso eccezionale di quell’epoca, cioè della fine degli anni ’60. “Nothing Is Easy”, tirata su un autentico ritmo blues, è uno dei brani migliori dell’album e anche uno dei più amati dai fan della band, più vicino alla psichedelia che al folk rock o al blues. Il bassista Cornick ancora una volta incanta col suo basso, e ascoltando questo pezzo mi viene sempre in mente che era uno dei bassisti più sottovalutati di quel periodo, anche se alla fine il vero vincitore qui è Barre con i suoi assoli. Le sezioni strumentali e la linea ritmica sono in generale entusiasmanti, e il brano ha anche un ritornello eccellente. “Fat Man”, di taglio bluesy, è dedicato al precedente chitarrista Abrahams, che evidentemente era un bersaglio preferito delle battute di Anderson. Anche per via dell’armonica di Ian, è il pezzo più simile alle cose del primo disco. È unico e conquista con la voce spiritosa di Ian, il mandolino e la balalaika, e con le percussioni pittoresche di Bunker. La band si dimentica raramente di mettere il “ciccione” in scaletta. La melodrammatica “We Used To Know”, di impronta folk rock, è incentrata soprattutto sulla chitarra acustica. Come atmosfera è completamente diversa da tutti gli altri brani del disco e con la sua malinconia straordinaria anticipa dove andrà la band con i dischi successivi (“Benefit”, “Aqualung”, ecc.). Il canto di Ian è meraviglioso e l’assolo di Barre è tra i migliori dell’album, tanto che posso tranquillamente metterla tra i loro classici dimenticati. “Reasons For Waiting” è una ballata folk bellissima, che conquista soprattutto con un flauto splendido e gli arrangiamenti orchestrali di David Palmer. Il basso di Cornick è incredibilmente in primo piano per un pezzo folk rock. Questo brano è in pratica un’anteprima dei loro pezzi folk rock, che in futuro toccheranno il culmine con “Songs From the Wood” (1977). La conclusiva “For a Thousand Mothers” è di nuovo un pezzo molto più teso, che si apre con i cimbali e un flauto affilato e si sviluppa in una composizione complessa, in gran parte strumentale. La voce di Ian qui, curiosamente, in produzione è spinta sullo sfondo, quindi a emergere sono soprattutto le doti dei singoli strumentisti. I membri della band si sfogano sui loro strumenti e si sente davvero una coesione straordinaria all’interno del gruppo.

La ristampa di “Stand Up” contiene anche quattro bonus track. Tre di queste erano uscite sulla popolare compilation “Living in the Past” (1972): il classico “Living in the Past”, la bluesy “Driving Song” e la tesa “Sweet Dream”, mentre la psichedelica “17” è disponibile per la prima volta. Tutti questi brani sono nati nel periodo di “Stand Up”. “Living in the Past”, con la sua insolita struttura in 7/8, e il drammatico heavy rock di “Sweet Dream” sono due classici della band che alla maggior parte dei fan non c’è bisogno di presentare (ne parlo di più nella recensione di “Living in the Past”). Insomma, tutte le bonus track sono ottime e faranno sicuramente felici collezionisti e fan della band.

“Stand Up” è il disco in cui i Jethro Tull hanno trovato la loro vera missione e si sono riconosciuti come una band portata a esplorare sempre nuovi orizzonti musicali, mantenendo però sempre, soprattutto grazie alla voce caratteristica e al flauto di Anderson e alla chitarra di Barre, un’identità sonora riconoscibile da lontano. “Stand Up” ripaga l’ascoltatore con un mix variegato di heavy rock, folk, musica classica, blues e jazz, sempre racchiuso in confini compatti, soprattutto per quanto riguarda la durata dei brani. È incredibile come questo disco suoni ancora oggi freschissimo. “Stand Up” è stato anche un enorme successo commerciale per la band, perché li ha portati al primo posto nella classifica britannica delle uscite di allora. Ian ha addirittura dichiarato una volta che è il suo album dei Tull preferito. Senza dubbio è il loro primo classico, una delle cose migliori della band e la base su cui hanno iniziato a costruire e perfezionare il loro linguaggio musicale successivo. Anche se è ben lontano dall’essere il loro album migliore, visto che in seguito hanno fatto un mucchio di lavori più interessanti e più avanzati, “Stand Up” sarebbe probabilmente il disco da far ascoltare a chi sta ancora conoscendo la loro musica.

Tracklist:
1. A New Day Yesterday (4:10)
2. Jeffrey Goes To Leicester Square (2:12)
3. Bourée (3:47)
4. Back To The Family (3:48)
5. Look Into The Sun (4:21)
6. Nothing Is Easy (4:26)
7. Fat Man (2:52)
8. We Used To Know (4:00)
9. Reasons For Waiting (4:06)
10. For A Thousand Mothers (4:13)
Bonus track della ristampa:
11. Living in the past (3:23)
12. Driving Song (2:44)
13. Sweet Dream (4:05)
14. 17 (3:07)

Formazione:
Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica, organo Hammond, pianoforte, mandolino, balalaika, bouzouki, armonica a bocca
Martin Barre – chitarra elettrica, flauto su “Jeffrey Goes To Leicester Square” e “Reasons For Waiting”
Glenn Cornick – basso
Clive Bunker – batteria, percussioni

Musicista ospite:
David Palmer – arrangiamento degli archi e direzione su “Reasons For Waiting”


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