Jethro Tull: Thick As A Brick

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Etichetta: Chrysalis Records
Data di uscita: 3 marzo 1972
Produzione: Ian Anderson & Terry Ellis
Durata dell’album: 43.46 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 10/10


Dopo il classico “Aqualung” (1971), che aveva fatto dei Jethro Tull una band di culto con un respiro mondiale, gli occhi di mezzo mondo (prog) rock erano puntati su Ian Anderson e sulla sua furba combriccola di perfezionisti e innovatori della musica. Loro, però, non si sono riposati sugli allori nemmeno per un secondo: hanno sfornato un’altra sorpresa a modo loro, che con la sua ambizione, la sua magnificenza e la sua profondità ha lasciato il mondo della musica a bocca aperta. Come si fa a superare un capolavoro come “Aqualung”? Niente di più facile per un genio come Ian Anderson e la sua banda di barbuti e baffuti: creare un album ultra complesso e al tempo stesso beffardo e provocatorio, come il mondo del rock non ne aveva ancora visti, e con cui i Jethro Tull si sono guadagnati definitivamente un posto nel club dei grandi del rock progressivo, nonostante loro stessi di quell’etichetta se ne fregassero altamente.

“Thick As A Brick” è il loro primo vero concept album. Anche se qualcuno intravede più di una traccia di concept già in “Aqualung”, secondo Ian quel disco non ne ha mai avuto uno. Anzi: sempre secondo Ian, “Thick As A Brick” è nato come risposta alle voci, per lui del tutto ingiustificate, su un presunto concept di “Auqalung”. Lo scopo principale era quindi creare finalmente la “madre di tutti i concept album” e chiudere la bocca a tutti i malelingue una volta per sempre. Anche stavolta la formazione dell’album precedente non è rimasta intatta, visto che c’è stato un cambio importante dietro la batteria. Al posto del batterista originale Clive Bunker è arrivato l’ottimo Barrimore Barlow, vecchio compare musicale di Ian Anderson dai tempi prima dei Jethro Tull, che si è portato dietro ancora più dinamica jazz, oltre a velocità ed energia. “Thick As a Brick” è probabilmente il momento migliore del tastierista John Evans, perché i suoi assoli variegati alle tastiere e i suoi arrangiamenti riempiono tutto il disco. Quello che colpisce di più è proprio la loro varietà. L’eterno sottovalutato Martin Barre è anche stavolta un maestro di finezze chitarristiche, riff fantasiosi e senso del tempo. Il flautista prodigioso, polistrumentista e chissà cos’altro, Ian Anderson, ovviamente dirige tutto lo show e tiene insieme i pezzi da un capo all’altro. I suoi testi, intelligentissimi e sarcastici, qui toccano il loro apice. Naturalmente il suono inconfondibile della band, condito di folk, è presente di continuo e senza freni, sia nel flauto sia nei passaggi acustici. Questa formazione si è rivelata una delle più solide dei Jethro Tull, se non la migliore.

La storia di “Thick As a Brick” è una satira sociale di prima categoria (soprattutto della società britannica), che ruota attorno a Gerald “Little Milton” Bostock, un bambino di otto anni dall’intelligenza fuori dal comune che, con i suoi versi di critica sociale (contenuti, immaginariamente, si capisce, nel libretto dentro questo album), ha vinto un prestigioso concorso di poesia per bambini. Ma dopo una decisione a dir poco controversa, una giuria conservatrice gli ha tolto il premio, bollando i testi di “Thick As A Brick” come “oscuri e scandalosi” per la morale pubblica. Il non-concept concettuale è la battuta di fondo che sta dietro al concept di “Thick As A Brick” e dimostra ancora una volta lo straordinario fiuto di Ian per l’acume intelligente e la satira, spesso al livello delle commedie nere britanniche tipo i Monty Python. In questo modo la band è riuscita a gettare un ponte tra arte e comicità, tra una dimostrazione impressionante ed estetica di idee musicali attorno a un tema di base e l’autosatira. Lo sberleffo di Ian e il suo cinismo sconfinato verso la proverbiale ipocrisia e la stratificazione della società britannica, soprattutto verso le classi alte, si vedono bene anche nei vari articoli di giornale nel libretto, quasi tutti, senza eccezione, grotteschi all’estremo. Il concept lo svela anche la splendida copertina, con il ritaglio di giornale “The St. Cleve Chronicle” che mostra l’evento centrale, quando la giuria toglie il premio a Bostock. Questa copertina resta una delle più originali di tutti i tempi.

“Thick As A Brick” è una suite divisa in due parti, e già solo questo indica un approccio completamente diverso rispetto al disco precedente, fatto per lo più di brani più brevi. Era divisa in due parti, cioè due facciate, soprattutto per i limiti di tempo del vinile di allora. Nonostante la complessità elevata, con una marea di cambi di sezione e di arrangiamento, l’atmosfera generale di “Thick As A Brick” è leggerissima, melodica e fluida, e chi ascolta non si accorge nemmeno di quando il disco, a un tratto, si gira. La parte iniziale, che si apre con chitarra acustica e flauto, è quasi del tutto acustica e serenissima. Poi entra la parte più incisiva, che nella suite torna più volte (il verso “See there, a new son in born”), con una batteria eccellente (che resta di livello invidiabile per tutto l’album), un riff di chitarra tagliente ed elettrizzato, il basso e un grande assolo di organo e sassofono. Segue un assolo di chitarra di prima classe, nella migliore regia di Barre, che nel suo modo di suonare ha inserito ancora più dinamica e senso della variazione. Poi arriva un nuovo tema centrale, costruito su flauto, organo e percussioni. Qui in primo piano ci sono soprattutto le tastiere, che confermano ancora una volta quanto sia bravo e allo stesso tempo sottovalutato John Evans come tastierista, oltre alla abbondanza di variazioni e all’ottima interazione tra chitarra, flauto e organo. Il bassista Jeffrey Hammond, che è ottimo per tutto l’album, qui brilla in piena luce. Poi entra una splendida sezione strumentale e, lungo tutto il tema, si dipana un passaggio bellissimo tra pianoforte e organo e poi tra organo e flauto. Dopo di che, per un breve tratto, arriva un bell’assolo di organo e un riff di chitarra pazzesco. La musica riprende un’aria folk, soprattutto grazie alla voce pacata, alle percussioni, al pianoforte e alla chitarra acustica. Poco dopo torna la sezione strumentale, con un bel collegamento tra pianoforte e basso e qualche arrangiamento di gusto per flauto e chitarra acustica. A questo punto la prima parte della suite (la prima facciata del vinile) si chiude con un riff stranissimo, completato da batteria e organo.

La seconda parte si apre con flauto e organo, fino all’ingresso del tema centrale (“See there, a new son is born”). Questa parte contiene un ottimo passaggio di Hammond, un’aria misteriosa e un assolo di batteria impressionante, che regala a chi ascolta la velocità pazzesca di Barriemore Barlow. Poi arriva la parte burlesca e sfottente in cui gli strumenti vanno per ben tre volte in dissolvenza (violino, chitarra, organo e così via). Il canto di Ian qui è stranissimo, suona quasi come un omaggio ai personaggi delle commedie nere britanniche. Finita questa breve commedia, il lato folk della band torna in primo piano, con largo uso di chitarra acustica e flauto, oltre all’organo, e soprattutto con arrangiamenti bellissimi di chitarra acustica e mandolino. Anche qui colpisce il canto di Ian, emozionantissimo. Segue un passaggio di flauto e organo, ottimi riff di chitarra e una marea di variazioni. Arriva un’altra sezione strumentale, caratterizzata da flauto, batteria splendida, chitarra e clavicembalo, seguiti da variazioni di organo e flauto. In chiusura la band riporta l’ultima sezione della prima parte, in cui stavolta c’è una nuova variazione con organi e bei arrangiamenti di violini. Il capolavoro si chiude con il ritornello centrale della prima sezione (“So you ride yourself all over the fields…”).

Nella ristampa c’è anche un’ottima versione dal vivo (accorciata, ovviamente) di “Thick As A Brick” del 1978, registrata al Madison Square Garden (New York), e un’intervista a Ian Anderson, Martin Barre e Jeffrey Hammond, fatta all’epoca dell’uscita dell’album.

“Thick As A Brick” è un capolavoro senza tempo del rock progressivo, che anche dopo tutti questi anni ha superato la prova del tempo e ancora oggi resta uno standard irraggiungibile per tanti musicisti creativi che vorrebbero avvicinarsi agli standard altissimi fissati allora dai Jethro Tull. Con un mix eclettico di hard rock, folk britannico con influenze classiche e testi intelligenti, i Jethro Tull hanno creato un capolavoro che a ogni ascolto ti porta al settimo cielo. “Thick As A Brick” è quindi senza dubbio il lavoro migliore della storia della band, che continuerà a brillare a lungo tra i migliori album del genere ed è una presenza imprescindibile nella collezione di ogni vero amante del rock. Vale la pena ricordare che, all’uscita, l’album è balzato subito al primo posto della classifica americana e al quinto di quella britannica, una vera manifestazione dell’epoca in cui è nato (l’età d’oro del rock progressivo e della musica rock creativa in generale). Oggi qualcuno riesce ancora a immaginare che in cima alle classifiche possa finire, per puro caso, un pezzo di oltre 40 minuti di musica complessissima, fantasiosa e tutta d’un fiato? Questo album è stato e resta una delle pietre miliari nella storia del rock.

Autore: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Thick As A Brick – Part 1 (22:39)
2. Thick As A Brick – Part 2 (21:05)
Bonus track della ristampa (1998):
3. Thick as A Brick (live at Madison Square Garden 1978) (11:48)
4. Interview with Ian Anderson, Martin Barre and Jeffrey Hammond (16:28)

Formazione:
Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica, violino, sassofono, tromba
Martin Barre – chitarra elettrica, liuto
Jeffrey Hammond – Hammond – basso, narrazione
John Evans – organo, pianoforte, clavicembalo
Barriemore Barlow – batteria, timpani, percussioni

MUSICISTA OSPITE:
David Palmer – arrangiamenti orchestrali


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