Jethro Tull: Aqualung
Etichetta: Chrysalis Records / Island Records
Data di uscita: 19. 3. 1971
Produzione: Ian Anderson & Terry Ellis
Durata dell’album: 42.55 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 10/10
Cos’hanno in comune il vagabondo pedofilo Aqualung, la giovanissima prostituta strabica Cross-eyed Mary e la frigida, famigerata maestra del paese che i suoi alunni hanno ribattezzato Mother Goose? Mica sono personaggi usciti dai Quadri contadini di Kersnik o dai Servi di Cankar: sono i protagonisti di uno dei migliori album della storia dei Jethro Tull. “Aqualung” è un album mezzo concept: ufficialmente il concept non c’è, eppure ascoltandolo lo senti addosso per tutto il tempo, sia nella prima che nella seconda parte del disco. Il carismatico flautista/cantante e motore della band Ian Anderson, già nel disco precedente “Benefit” (1970), aveva cominciato ad affermarsi non solo come musicista di prim’ordine ma anche come eccezionale narratore di critica sociale. Con il suo umorismo nero acutissimo, che racconta senza alcun abbellimento la quotidianità di una società britannica classista e ingessata, ha catapultato la band a un livello intellettuale superiore. Su “Aqualung” si è così concesso per la prima volta, in modo schietto e straordinario, uno spaccato vivido della società britannica: dallo strato sociale più basso fino al clero grasso e ricco. Nella prima parte dell’album la band, attraverso i testi, descrive soprattutto la miseria e l’apatia di chi sta in fondo alla scala sociale, mentre la seconda è un attacco frontale agli errori delle religioni organizzate, in questo caso soprattutto della Chiesa anglicana. Anche l’immagine di copertina, all’uscita, ha scatenato un mucchio di polemiche: Ian Anderson è Jethro Tull, Aqualung è Ian Anderson o viceversa? Con questo disco la band ha sfiorato dimensioni quasi mitologiche.
Dal punto di vista musicale, la maggior parte dei brani dell’album ancora oggi è considerata il meglio della storia della band e fa parte fissa dei loro repertori dal vivo. Una novità importante nel sound del gruppo l’ha portata di sicuro il bassista Jeffrey Hammond-Hammond, che ha preso il posto del bassista originale Glenn Cornick, uscito dalla band alla fine del tour precedente. Per la prima volta, poi, emerge in modo più marcato anche il tastierista John Evans, che già nel disco precedente era un membro non ufficiale del gruppo. “Aqualung” è stilisticamente più duro di tutti gli album che lo precedono, perché è pieno dei classici riff di Barre e di tantissimi passaggi di impatto, con una marea di variazioni sia di stile che di tempo da un brano all’altro. Con questo disco sono praticamente spariti del tutto gli influssi blues che fino ad allora dominavano in modo evidente la loro musica. Per gli amanti dell’hard rock, all’uscita, non è stato certo difficile accettare questo album, visto che contiene un sacco di riff di chitarra potenti, marchio di fabbrica di gran parte dell’hard rock. Naturalmente l’ascoltatore si beccherà di nuovo grosse dosi del flauto di Ian, che ormai da tempo era diventato il simbolo e il pilastro portante della musica dei Jethro Tull. L’atmosfera del disco è estremamente varia, in linea con la varietà stilistica dei singoli pezzi.
“Aqualung”, uno dei più grandi classici della storia della band, si apre con l’inconfondibile riff hard rock di Barre. Subito davanti agli occhi dell’ascoltatore prende forma l’immagine del vagabondo cencioso della copertina e del retro dell’album, che cerca riparo dalla prima neve mentre con un occhio spia di nascosto le bambine che giocano. Parte del testo di questo capolavoro l’ha scritta Jenny, all’epoca moglie di Ian. In sostanza “Aqualung” è un pezzo relativamente accessibile, con riff di chitarra hard rock riconoscibilissimi, completati dalla batteria, da una linea vocale unica e dalla chitarra acustica nel ruolo di sezione ritmica. Mi colpisce in particolare l’originalità dell’idea della voce “lontana” di Ian (in produzione l’hanno spinta un po’ sullo sfondo) proprio nel momento del ritornello, quando entra anche il ritmo della chitarra acustica. Il brano nel complesso è estremamente dinamico e ha dentro tutte le caratteristiche del progressive rock, perché per tutta la durata cambia continuamente di tempo e di stile. Lo status di classico gli è arrivato quindi in modo naturale. Allo stesso tempo è un po’ ironico che una delle canzoni più famose del gruppo sia suonata senza flauto (il che ne fa una delle loro poche composizioni senza questo strumento). In “Cross-eyed Mary” la voce di Ian è quasi irriconoscibile, perché suona come un urlo rauco da raffreddore. Il brano parla di una giovanissima prostituta osservata di nascosto dal vagabondo Aqualung, che così ricompare nel testo, avvicinando parecchio l’album a un concept. È un altro pezzo eccellente e un classico, che si apre con flauto e pianoforte intensi, seguiti da una parte energicissima dove brillano la voce rauca e arrochita di Ian e i riff di chitarra potenti di Barre. L’autobiografica “Cheap Day Return” è una creazione più breve, una bellissima ballata folk che descrive l’apatia della vita quotidiana, quando ogni giorno è uguale all’altro. È un altro pezzo entusiasmante, che arriva a puntino dopo i primi due brani piuttosto tosti. Con la sua atmosfera folk nostalgica, retta da chitarra acustica, flauto e dalla voce pulita di Ian, conquista ogni volta. Fanno bene soprattutto i riempimenti di chitarra acustica e la melodia centrale. Segue “Mother Goose”, un altro pezzo notevole, dove ti si disegna senza fatica davanti agli occhi l’immagine di un’insegnante vecchiotta e odiosa che maltratta i suoi alunni. Il brano si distingue per gli arrangiamenti straordinari di flauto e per i passaggi tra chitarra acustica e flauto. Oltre a una melodia eccezionale, entusiasmano anche certi elementi folk. Il pezzo contiene pure un passaggio splendido di chitarra acustica, che si fonde alla perfezione con la linea vocale principale. È uno dei tanti capolavori del disco. “Wond’ring Aloud” è un’altra ballata bella e breve, basata su chitarra acustica e voce. Qui convincono la linea vocale, le buone parti di chitarra acustica e anche certi arrangiamenti orchestrali. “Up To Me” è un altro dei brani migliori dell’album, anche se non è diventato un classico. È una creazione molto interessante, che si apre e si chiude con le risate di ubriaconi in una bettola fumosa. In sostanza è folk rock quasi puro con motivi celtici, riff splendidi, flauto e ottimi ritornelli. Un altro pezzo eccellente, che riflette nel modo migliore la musica dei Jethro Tull. Segue la seconda parte dell’album, che forma una specie di semi-concept chiamato “My God” ed è una critica alla religione organizzata, che in ogni modo cerca di allontanare l’individuo da Dio invece di avvicinarglielo. “My God”, come detto prima, è dedicata agli errori della Chiesa anglicana, che venera un “dio di plastica”. Il pezzo ha una melodia possente e, nell’introduzione, passaggi splendidi di chitarra acustica. Dopo un’intro con la voce di Ian decisamente beffarda, si trasforma in un ritmo energico con tanti colpi di batteria e riff di chitarra. L’incrocio tra il flauto di Ian e la chitarra elettrica di Martin è davvero entusiasmante. Soprattutto l’assolo di flauto di Ian nella parte centrale del brano. “Hymn 43” è un altro ottimo hard rock con riff possenti e una bella combinazione tra il pianoforte di Evans e il flauto di Ian. “Slipstream” è un’altra breve e piacevole ballata acustica. “Locomotive Breath” è un classico leggendario e il brano più noto dell’album (forse addirittura di tutta la loro carriera): dopo un’intro tranquilla al pianoforte, base ritmica e chitarra elettrica creano la sensazione di una locomotiva in movimento. I riff hard rock di Barre creano davvero una dinamica eccezionale. Il pezzo finale “Wind Up” è un’altra canzone energica con forti dosi di hard rock, in cui la band dimostra la sua straordinaria capacità di mescolare folk e hard rock, chiudendo in modo ottimo questo album magistrale.
La ristampa dell’album del 1998 contiene un bel po’ di golosità bonus che soddisferanno tutti i veri fan della loro musica. Prima di tutto c’è la splendida e divertentissima “Lick Your Fingers Clean”, che picchia a tutta velocità con riff hard rock, assoli di flauto di gran gusto ed effetti sonori particolari. È un pezzo splendido, che non sfigura per niente rispetto alla maggior parte degli altri brani del disco. Segue una versione alternativa di “Wind Up”, che non è da meno dell’originale. Poi un’intervista interessante a Ian Anderson, in cui lui commenta il retroscena della nascita dell’album e racconta parecchie cose curiose. Infine ci sono tre brani del loro periodo iniziale, registrati dal vivo per la radio BBC. Sono “Song For Jeffrey” (This Was, 1968), “Fat Man” e “Bouree” (entrambi da Stand Up, 1969).
“Aqualung” è l’album chiave nella storia della band e una delle opere più grandi di tutta la storia del rock: quello che ha iscritto definitivamente i Jethro Tull tra i giganti immortali del genere. Allo stesso tempo ha portato il gruppo a un nuovo livello creativo, cosa che più avanti ha contribuito a dar vita ad alcuni dei loro lavori che stanno proprio al vertice del progressive rock. Dopo questo disco i Jethro Tull si sono lanciati nell’emozionante e imprevedibile mondo del progressive rock. L’album riuscirà senza fatica a entusiasmare e a unire sia gli amanti del progressive rock che quelli del rock classico e dell’hard rock. “Aqualung” è anche uno dei primi album di progressive rock a diventare “d’oro” in classifica, e si è guadagnato numerosi riconoscimenti sia dai fan che dalla critica musicale. È un capolavoro senza tempo, senza il quale non dovrebbe restare nessun vero appassionato di buon rock. Per questo davvero non esiste scusa che tenga.
Autore: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. Aqualung (6:31)
2. Cross-Eyed Mary (4:09)
3. Cheap Day Return (1:23)
4. Mother Goose (3:52)
5. Wond’ring Aloud (1:56)
6. Up To Me (3:18)
7. My God (7:10)
8. Hymn 43 (3:18)
9. Slipstream (1:13)
10. Locomotive Breath (4:25)
11. Wind-Up (5:42)
bonus track dall’edizione rimasterizzata del 1998:
12. Lick Your Fingers Clean (2:46)
13. Wind Up (Quad Version) (5:24)
14. Excerpts From The Ian Anderson Interview” [Mojo Magazine] (13:59)
15. Song For Jeffrey (BBC) (2:51)
16. Fat Man (BBC) (2:57)
17. Bourée (BBC) (3:58)
Formazione:
Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica, chitarra elettrica
Martin Barre – chitarra elettrica, descant recorder
Jeffrey Hammond-Hammond – basso, alto recorder, cori
Clive Bunker – batteria, percussioni
John Evans – pianoforte, organo, mellotron
