Jethro Tull: Benefit
Etichetta: Chrysalis Records / Island Records
Data di uscita: 20. 4. 1970
Produzione: Ian Anderson
Durata dell’album: 42.49 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 8.0/10
Prima dell’uscita del loro terzo album, i Jethro Tull, con i singoli “Sweet Dream” e “Witch’s Promise”, erano già una delle band di maggior successo e più promettenti del primo progressive rock. “Benefit” è il disco, importantissimo per il gruppo, in cui hanno piantato i paletti del loro suono inconfondibile attorno al folk rock, abbandonando definitivamente quasi ogni traccia di blues. Merito soprattutto della loro linea ritmica unica, costruita su flauto e chitarra acustica, che con gli anni sarebbe diventata il marchio di fabbrica della band e le fondamenta di tutto il folk rock progressivo. Ian Anderson, all’epoca, era cresciuto un sacco non solo come musicista ma anche come autore di testi. I suoi testi diventavano sempre più intelligenti e, allo stesso tempo, cinici e pungenti. Con loro era cresciuto anche il suo personaggio di saggio vagabondo, una specie di Frank Zappa del folk rock progressivo. Su “Benefit” Ian ha cominciato per la prima volta a prendere di mira la solita routine quotidiana e i falsi valori su cui ancora oggi si regge la società britannica, mentre il titolo dell’album rifletteva il desiderio della band di avere una casa stabile dove sparire ogni tanto dalla vista dei media invadenti (la pressione della fama cresceva sempre di più e il gruppo non era pronto a gestirla). Dal punto di vista musicale, su “Benefit”, a differenza della maggior parte dei loro dischi, c’è decisamente meno spazio per il flauto di Ian, in particolare per i suoi assoli energici. Stavolta la parte del leone la fa la chitarra elettrica di Martin Barre, che garantisce anche un suono molto più duro rispetto a “Stand Up” (1969). Barre ha fatto passi avanti enormi anche con la tecnica, e i suoi assoli qui suonano completamente diversi da quelli di “Stand Up”. Inoltre il suo modo di suonare, ricco di assoli e riff fantasiosi e originali, trasmette molta più sicurezza. Ian voleva evidentemente dimostrare che la band poteva sfornare un grande disco anche senza tirare fuori ogni volta il suo flauto, marchio di fabbrica. Un acquisto importante per il gruppo fu l’arrivo del carismatico tastierista John Evans (qui indicato solo come musicista ospite), ex leader della John Evan Band, la formazione da cui nacquero i Jethro Tull. Con il suo dominio di piano e organo ha alleggerito Ian, che prima doveva occuparsi anche di quelle parti. Insomma, su “Benefit” i Jethro Tull avevano già la loro identità riconoscibile, destinata a crescere e a perfezionarsi con gli anni. L’atmosfera generale di “Benefit”, però, rispetto al predecessore è molto più cupa e malinconica.
L’album si apre con “With You There to Help Me”. Dopo l’intro di flauto, la chitarra acustica di Ian guida con grande abilità la melodia centrale insieme alla chitarra elettrica di Barre, mentre in mezzo si alternano di continuo le tipiche sortite di flauto di Ian. Secondo me è un pezzo clamorosamente sottovalutato, che dovrebbe stare tra i classici della band. “Nothing To Say” è pervasa da malinconia e da un senso di cinismo, che trasuda soprattutto dalla voce incredibilmente espressiva di Ian. Le parti di chitarra elettrica di Barre, di impronta hard rock, aggiungono drammaticità. Proprio quando ti aspetti che l’intensità a cui contribuisce la sua chitarra salga ancora, arriva a sorpresa un finale bellissimo, segnato da una splendida malinconia celtica e da meravigliosi scambi tra gli assoli di Barre e la chitarra acustica di Anderson. Un’altra classica dimenticata. Anche “Alive and Well and Living In” ha uno spirito estremamente cinico, riflesso nelle ottime armonie tra chitarra, flauto e pianoforte. Proprio sul piano si può sentire per la prima volta anche l’abilità del nuovo arrivato Evans. Gli arrangiamenti di flauto di Ian, poi, anche stavolta sono splendidi. “Son” si apre con un tempo tirato di chitarra e con la voce di Ian, cinica all’estremo e quasi beffarda. Qui si nota quanto fosse progredito il suo modo di cantare fino a quel momento e con che disinvoltura il tipo giochi con la sua voce così versatile. Uno dei momenti migliori dell’album è senza dubbio “For Michael Collins, Jeffrey and Me”, un altro di una serie di brani (dopo “A Song for Jeffrey” (This Was, 1968) e “Jeffrey Goes To Leicester Squarre” (Stand Up, 1969)) dedicati al futuro bassista dei Tull Jeffrey Hammond-Hammond. Evidentemente è dedicato anche a Michael Collins, leggendario combattente irlandese per l’indipendenza. La voce di Ian e il continuo alternarsi di tempi veloci e rilassati tra chitarra acustica ed elettrica sono il fascino principale di questo pezzo meraviglioso, che ha tutto il potenziale del classico dei Tull ed è uno dei miei preferiti del disco. “To Cry You a Song” è in sostanza hard rock con elementi classici, un riff di Barre quasi metal e il suo assolo frenetico nella parte centrale del brano. Nel finale entusiasma di nuovo l’interazione tra le due chitarre, e in alcuni punti compare anche un sound bluesy di cui la band, nella maggior parte degli altri pezzi, si era ormai liberata. Anche questa è una delle composizioni migliori del disco, e allo stesso tempo contiene più virtù progressive di tutte. “A Time For Everything?” smorza un po’ l’atmosfera, anche se resta comunque una cosa piuttosto energica. Anche stavolta entusiasmano i classici elementi dei Tull, cioè il flauto e soprattutto la chitarra di Barre, che qui trova ancora più spazio del solito. “Inside” ha un’atmosfera un po’ più leggera e si posa bene dopo il ritmo incalzante dei brani precedenti. Di tutti i pezzi, soprattutto per la chitarra di impronta blues, è quello che ricorda di più i loro primi lavori. “Play in Time” ha un’atmosfera leggermente psichedelica. Qui si sentono più assoli di flauto energici di Ian che in qualsiasi altro brano dell’album. Gli arrangiamenti vari e i suoni insoliti che la band tira fuori dai suoi strumenti sono notevoli, ed è senza dubbio il pezzo più scatenato e positivo di tutto il disco, che in questo modo si stacca parecchio dal resto. Il cinismo vocale di Ian raggiunge il suo apice con un’altra ottima composizione, “Sossity; You’ re a Woman”, dove il ritmo combinato di chitarra acustica e flauto sostituisce con successo la batteria di Bunker, stavolta del tutto assente. Allo stesso tempo, la band dimostra ancora una volta la sua abilità nell’innestare con efficacia elementi di musica classica.
Nella ristampa si possono ascoltare anche quattro ottime bonus track. La maggior parte ha un’atmosfera completamente diversa da quella dell’edizione originale dell’album. Furono infatti registrate prima della sua uscita, e questo significa che sono molto meno cupe. Per questo, all’ascolto creano un contrasto notevole e si incastrano alla perfezione con i brani originali. “Singing All Day” è un pezzo giocoso e leggero, di impronta acustica, con tanto splendido flauto di Ian. Su un tempo un po’ diverso c’è “Witch’s Promise”, canzone dall’atmosfera intensissima, uscita anche come singolo. Qui si mescolano in modo splendido elementi tradizionali di musica classica, folk e hard rock. Ancora oggi è considerata una delle loro canzoni più famose e amate, anche se la band non la inserisce da tempo nel repertorio dal vivo. “Just Tying To Be” è un brano breve e piacevole, costruito soprattutto sulla chitarra acustica di Ian. In chiusura c’è anche la versione britannica del singolo “Teacher”, che portò alla band il primo successo di rilievo fuori dai confini di casa. Un classico hard rock che entusiasma soprattutto per la voce di Ian, il suo flauto veloce, il basso sempre in primo piano di Cornick e le tastiere psichedeliche di Evans. È evidente che si tratta di un lavoro piuttosto atipico e dall’impronta commerciale, pensato per il mercato americano, dove era destinato a diventare il loro primo hit.
“Benefit” è, oltre a una produzione migliore, soprattutto un album molto più maturo del suo predecessore. Qui la band ha finalmente messo a fuoco la sua identità inconfondibile. Così come Ian Anderson, che all’epoca era diventato il simbolo della band non solo per come suonava e per la presenza scenica, ma anche come uno dei migliori paroliere del rock. Con il suo suono più duro, “Benefit” regge benissimo il confronto con i lavori usciti allora dalle migliori band hard rock britanniche. Allo stesso tempo, grazie a brani sensibilmente più complessi, rappresenta il passo successivo nell’evoluzione progressive del gruppo. Insomma, è un disco in cui possono trovare soddisfazione tutti i fan della band, tanto quelli che preferiscono i lavori più duri quanto quelli che la vedono soprattutto come uno dei nomi di punta del progressive rock. Proprio per questo non mi capacito del perché i Jethro Tull inseriscano così di rado un pezzo di questo album nei loro concerti, tanto che resta uno dei loro lavori più sottovalutati anche per la band stessa. Dopo l’uscita del disco arrivò un cambio importante in formazione. L’ottimo bassista Glenn Cornick lasciò il gruppo poco dopo la fine del tour e fondò i Wild Turkey. Pare che fosse troppo nottambulo e scatenato rispetto agli altri membri, che nel frattempo preferivano leggere libri a letto. Gli subentrò il già citato Jeffrey Hammond-Hammond, un altro musicista ottimo e carismatico (eh già, è una tradizione in questa band), che i fan conoscevano bene fin da allora grazie ai pezzi che gli erano stati dedicati. Nel frattempo era già tutto pronto per l’album successivo: uno dei più grandi capolavori della storia del rock.
Autore: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. With You There To Help Me (6:17)
2. Nothing To Say (5:12)
3. Inside (3:49)
4. Son (2:50)
5. For Michael Collins, Jeffrey and Me (3:49)
6. To Cry You A Song (6:12)
7. A Time For Everything (2:43)
8. Teacher (3:59)
9. Play In Time (3:48)
10. Sossity, You’re A Woman (4:30)
Bonus track della ristampa:
11. Singing All Day (3:07)
12. Witch’s Promise (3:53)
13. Just trying To Be (1:37)
14. Teacher (original UK mix) (3:49)
Formazione:
Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica
Martin Barre – chitarra elettrica
Glenn Cornick – basso
Clive Bunker – batteria, percussioni
Musicista ospite:
John Evans – pianoforte, organo
