John Malkowich, alieni, l’effetto psichedelico della nostalgia ovvero una serata con i Primus (2012)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Pordenone / Palasport / Italia
Data del concerto: 23.03.2012
Spettatori: 1600
Prezzo del biglietto: 40 €
Con certe band ti ritrovi in bocca uno strano retrogusto, a tratti persino un po’ amaro. Per me è così con gli eccentrici americani Primus. Da ragazzo non li ho mai sopportati del tutto. Probabilmente anche perché non li ho mai capiti abbastanza: il mio cervello, allora ancora giovane e svuotato, non riusciva a processare la combinazione perfetta di sarcasmo, intelligenza irritante e talento musicale che a tratti supera il limite del buon gusto. Può darsi che ci abbiano messo lo zampino anche la scarsa dedizione alle sostanze psicogene e il fatto che il loro cantante non passi proprio per l’oratore più piacevole da ascoltare, però il basso lo domina da dio (e, a essere sinceri, nemmeno il solito duo d’accompagnamento, fatto di chitarra oscura e batteria malatamente elaborata, resta indietro rispetto al centro a bassa frequenza della danza musicale). Eppure si sono infilati così bene nella corteccia cerebrale di un cervello ormai un po’ invecchiato e incallito che, quando gli italiani hanno annunciato che la conquista dell’Europa sarebbe partita proprio da Pordenone, a un tiro di schioppo dal nostro angolino sonnolento di paradiso sotto le Alpi, mi è stato subito chiaro che a quel concerto dovevo andare, per metterli alla prova dal vivo e sulla mia pelle.
L’epopea della squadra RockLine è cominciata con qualche ora di viaggio verso ovest, tra complicazioni logistiche, smarrimenti e ritrovamenti, fino all’arrivo in un posto da cui ci aspettavamo soltanto di sfamare la curiosità: le aspettative troppo alte le avevamo lasciate davanti alla porta del Palasport di Pordenone. Fuori dal palazzetto si mescolavano l’odore di polli arrosto, grasso riscaldato mille volte, fumo di sigaretta e birra, e sulle bancarelle si vendevano le ormai proverbiali copie a basso costo delle magliette, smerciate da venditori calcolatori sempre ben disposti verso la pirateria e il guadagno facile. Visto che l’ora era quella giusta per entrare nel tempio provvisorio di questa celebrazione musicale del passato, la folla di formiche umane aveva già cominciato a ingolfarsi con disciplina attraverso le porte, verso l’interno.
Un’occhiata veloce a tribune e parterre conferma che la serata dei Primus sarà tutto fuorché sold out. Un buon 1500 di spettatori (in matematica di questo tipo sono sempre stato un po’ scarso) si era già disposto tatticamente nei punti strategici sotto il palco, e le luci si spengono. Ai lati del palco due astronauti giganti puntano il dito verso il pubblico e, dopo le prime note di una chitarra che suona come una pressa industriale, dalla visiera si illumina il volto di un uomo stupito e insieme annoiato, che ricorda subito la faccia di John Malkowich. Sul palco avanza il chitarrista Larry “Ler” LaLonde, alla batteria si siede Jay Lane e, tra le urla della folla, per ultimo compare il centro di tutto quanto: virtuoso, visionario e fenomeno da baraccone, Les Claypool. L’attacco di Those Damned Blue-Collar Tweekers, dall’album uscito nell’anno della nostra indipendenza, il fenomenale Sailing On The Seas Of Cheese, fa capire che stasera, più che di novità, avremo una retrospettiva completa e variopinta. Il fondale si illumina delle animazioni di un omino caricaturale schizzato a mano, e dalle casse esplode un suono pieno e per nulla compromesso, la combo perfetta di funk, alternative, funghi matti e spigolosità che in vent’anni non ha perso un grammo del suo peso.
Subito dopo si salta al 1997 e a Brown Album. Se i Beatles hanno offerto al mondo la loro tavolozza di tre album colorati, i Primus hanno offerto la loro sfumatura di marrone militare, che da giovane mi faceva pensare a una mandria di escrementi. All’improvviso, al posto del solito amaro in bocca, ho sentito una traccia di dolcezza nostalgica, e ai fondi di caffè si sono aggiunti un paio di grammi di cioccolato della migliore qualità. Les non sarà il miglior cantante, ma con il suo aspetto da Muppet e la voce da Kermit a ogni battuta entusiasma sempre di più. I Primus sono musica per alieni, e lo conferma anche il filmato in cui un disco volante atterra nel deserto, mentre i sensi ignari vengono scossi da una miscela reattiva di figure ritmiche e melodiche suonate con leggerezza piumata, che presto ti sembrano del tutto naturali. Dopo quasi tre decenni passati a camminare sul filo tra avanguardia e ascoltabilità, ostinatamente all’opposizione rispetto alla commercialità, la bestia a tre teste chiamata Primus resta ancora sinonimo del morso perfetto di sarcasmo, stranezza e divertimento progressivo fuori dal comune, elevato all’ennesima potenza.
Ne è la prova anche l’ode alla pelliccia villosa di Wynona nel brano Wynona’s Big Brown Beaver (beaver, castoro, si può tradurre anche come pelosetta sul monte di Venere …). Les gorgoglia: “Wynona’s got herself a big brown beaver / and she shows it off to all her friends. / One day, you know, that beaver tried to leave her, / So she caged him up with cyclone fence.” Forse Les pensava davvero all’animale e non all’indumento, decisamente fuori stagione, del paradiso femminile promesso? Possibile, ma i Primus sono sempre stati maestri della manipolazione velata. Dopo il racconto psichedelico di questa ciotola di piacere musicale condita di sostanze allucinogene (Wynona è uno degli assi più forti del disco davvero gonfio Tales From The Punchbowl …), torniamo al mare di formaggio, e ci sta alla perfezione anche la storia che i media americani non dipingono quasi mai: American Life. Un brano sulle persone crollate sotto il peso dei sogni americani irrealizzati e sputate ai margini della società, tra veterani a fine servizio, poveracci e barboni; dietro le proiezioni del riflesso patriottico perfetto del Monte Rushmore e i volti dei padri della “grande America” si intreccia una critica sottile e un’intelligente voce di rivolta contro il sistema. Les è un re, e i Primus servono al pubblico il loro regno di redenzione nel mare del caotico presente! Subito dopo i Primus ci convincono a lanciarci di nostra spontanea volontà oltre il bordo delle cascate del Niagara. Over The Falls si chiude nella classica euforia della folla, poi il talentuoso batterista Jay Lane, preciso come un orologio svizzero, sfoggia le sue abilità. Una parte della squadra RockLine fa notare che il ragazzo potrebbe suonare i King Crimson per gioco e a occhi chiusi, e a questo possiamo aggiungere qualcosa di ancora più complesso a livello ritmico. Al centro del palco viene piazzata un’asta di basso autoportante e Les, con Whamola Jam, mostra che il basso si può suonare anche con archi e percussioni. Dalle casse spira un perfetto distacco me(n)tale; dopo lo straordinario intro di batteria di Eleven navighiamo nel quadrante alternativo dell’universo Pink Floyd, poi si accelera con l’eccezionale hit del disco They Can’t All Be Zingers Jerry Was A Race Car Driver. Les canta “Jerry was a race car driver / And he drove so goddamned fast / He never did win no checkered flag / But he never did come in last / Jerry was a race car driver / He’d say “El solo number one” / With a bocephus sticker / On his 442 he’d light ‘em up / Just for fun”, e poi esplode una brutale combinazione di chitarra pesantemente distorta, basso a due note e batteria che suona come se ti investisse un blindato. Il ritmo, con cui hanno fatto una superficiale conoscenza anche i Korn, scatena ovazioni in piedi, mentre la parte maschile della popolazione comincia a curarsi l’erezione in piedi durante la pausa di venti minuti e l’intervallo per i cartoni animati.
Dopo tre cartoni in bianco e nero di un Braccio di Ferro abituato a ben di peggio e almeno dodici chili di spinaci verdi, appena aperti e pieni di ferro, comincia il secondo atto dell’eccezionale spettacolo musicale. Alla prima conta si scopre che il pubblico non ha ricevuto nemmeno un brano dell’ultimo album Green Naugahyde, quindi la promozione del nuovo disco è più che altro una straordinaria passeggiata nei ricchi archivi del passato. E la seconda parte si apre con Prelude To A Crawl, che nella sua massicciezza sonora somiglia all’eco dell’universo o al borbottio degli dèi dopo la fine apocalittica del mondo. Hennepin Crawler prosegue l’oratorio dell’eccezionale decimo disco e, nella successione sincrona dell’ultimo lavoro in studio, il brano Last Salmon Man non fa il minimo torto a un prodotto di studio così bello. La fede nei Primus nei credenti non fa che rafforzarsi, mentre noi scettici di un tempo, dopo la prima comunione sudata e il battesimo di fuoco a colpi di frusta, luci e speranza che dopo il concerto resti almeno un grammo di cervello ancora funzionante, cadiamo in trance e in un automatico ondeggiare della testa, da cui i Primus hanno scacciato ogni preoccupazione e ogni problema. La nuotata nell’ultimo disco continua con l’estatico e carnevalesco Eternal Consumption Engine, coronato dall’eccezionale monolite di un pezzo comico e al tempo stesso dannatamente assuefacente, Tragedy’s A Comin’. Il ritornello fila il filo del pensiero:“Tragedy’s A’ Comin’ / And I cannot step aside / No I cannot step aside / There’s no place to run and hide / Tragedy’s A’ Comin’ / And I cannot step aside / No I cannot step aside / Damn my bastard pride,” e noi, tutti incantati e stregati, non possiamo far altro che crollare a terra e baciare il suolo su cui piove la manna musicale divina del trio supersonico. Poi lo shock e l’associazione con l’attualità politica nel mondo. Eyes of the Squirrel è accompagnato da un’eccezionale videoproiezione di uno scoiattolo, e nel riflesso del suo sguardo si specchia uno scontro stilizzato tra la polizia e gli attivisti del movimento Occupy a Wall Street. La banale satira del mondo in cui viviamo ricorda i Pink Floyd in un trip demoniaco, e nell’infernale nodo di tempo e spazio si ripetono scene di immagini sempre uguali. Quando Hegel scrisse che i fatti nella storia accadono la prima volta come dolorosa tragedia e la seconda come farsa, Les e compagnia hanno versato tutto questo in un perfetto paesaggio sonoro e visivo di immagini eloquenti. Jilly’s On Smack urla la sua rappresentazione, carica di ritmo, dello stato di sballo, dove il jazz è il mezzo della meditazione e la nuvoletta gonfia di fumo di pace spinge una stampede infernale verso l’ultimo quarto. Tra quanto ascoltato a tirare su lo spirito è soprattutto lo sludge sporco di HOINFODAMAN, e dopo la follia di Extinction Burst arriva l’ultimo atto del rave me(n)tale con il brano Salmon Men e l’uscita di scena. La parte regolare è finita, ma il pubblico, a forza di grida ed entusiasmo, strappa il prolungamento di una stravaganza sonora già lunga due ore buone. Frizzle Fry offre il brano Groundhog’s Day. Un racconto comico della mattina dopo un tour davvero faticoso e sommamente dissoluto, o dopo una festa davvero intensa nel giorno della marmotta, ci porta verso il traguardo con il brano senza cui non c’è concerto dei Primus (beh, almeno non dovrebbe esserci!): Too Many Puppies, che mette finalmente il puntino sulla i a una serata perfetta.
I tamburi di guerra totalitari rimbombano, dalle gole escono gli ultimi strilli sulla necessità della selezione e dell’eutanasia di cagnetti per il resto adorabili e, come ogni cosa bella, prima o poi deve finire anche un concerto che in questo momento posso chiamare senza problemi il vertice d’oro della scena alternativa di quest’anno! Il primo concerto del nuovo tour degli indistruttibili Primus annuncia che sono tornati con un obiettivo chiaro: sottomettere tutti quelli che finora non erano riusciti a convincere. E io, a mano sul cuore, posso dire solo che adesso, vent’anni dopo il primo contatto con questi svitati californiani, capisco che cosa aveva incantato tanto mio fratello, che non voleva sentir parlare dei soliti tizi da hit che erano una costante nel mio santuario grunge della giovinezza. Con l’età e la maturità è arrivato anche il momento di capire che è inutile opporsi al potere dei Borg che si nasconde nello spettro cromatico dei Primus. “We are Primus! Prepare to be assimilated,” è la voce elementare e perfida del mantra del concerto, dopo il quale ha senso abbassare gli scudi della tua astronave, lasciarti modificare e allargare gli orizzonti mentali e, dipendente e agganciato alla dolcezza appena riscoperta, guardare il calendario per capire quando i pianeti saranno di nuovo in perfetta congiunzione e potrai teletrasportarti ancora sul pianeta della stranezza. La gravità delle preoccupazioni si allenta, i legami con la terra diventano leggeri come piume quando ti concedi un po’ di risate, divertimento e pura festa aritmica di psichedelia alternativa.
Scaletta
Prima parte
1. Those Damned Blue-Collar Tweekers
2. Duchess and the Proverbial Mind Spread
3. Wynona’s Big Brown Beaver
4. American Life
5. Over the Falls
6. Drum/ Whamola Jam
7. Eleven
8. Jerry Was A Race Car Driver
Seconda parte
1. Prelude to a Crawl
2. Hennepin Crawler
3. Last Salmon Man
4. Eternal Consumption Engine
5. Tragedy’s a’ Comin’
6. Eyes of the Squirrel
7. Jilly’s on Smack
8. Lee Van Cleef
9. Moron TV
10. Green Ranger
11. HOINFODAMAN
12. Extinction Burst
13. Salmon Men
Bis:
14. Groundhog’s Day
15. Too Many Puppies
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