Johnny Winter ha scacciato l’inverno da Trieste! (2012)

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Autore: Urban Bolta
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Trieste / Politeama Rossetti / Italia
Data del concerto: 27.02.2012
Numero di spettatori: 1200
Prezzo del biglietto: 40,00€ (platea davanti) / 34,50€ / 31,00€ / 28,50€ (tribuna) / 23,00€

Non era ancora passato un mese dal concerto degli House of Lords che Trieste ci ha richiamati di nuovo a sé. Nell’ambito del nuovo tour europeo, dopo due date di fila a Zagabria, stavolta è toccato a Trieste ospitare Johnny Winter, il maggiore dei celebri fratelli Winter. Se nel corso di tutta la storia suonare il blues è stato più che altro roba della popolazione nera, Johnny Winter è proprio uno dei più grandi nomi bianchi del genere, quindi, se il blues ti scorre nel sangue e non hai mai incontrato una leggenda del blues faccia a faccia, andare al suo concerto dovrebbe essere praticamente un obbligo.

Winter si è esibito al Politeama Rossetti, un teatro che stilisticamente ricorda lo sfarzo della Filharmonija di Lubiana, ma in dimensioni ancora più grandi e con un’atmosfera più piacevole. Il pubblico triestino ha riempito per bene la sala da 1500 posti, ma senza fare il tutto esaurito. Qui un grosso grazie va all’organizzatore, che a me e ad Aleš ha riservato ottimi posti per goderci il concerto.

Alle nove in punto di sera è salito sul palco il duo The Cyborgs, che ha catturato subito l’attenzione con due maschere calcate in testa, con tanto di microfono del cantante montato direttamente al loro interno. Se esistesse il termine »horror blues«, ai The Cyborgs calzerebbe a pennello! Il sound boogie elettrico si rifaceva all’eredità del delta blues, a cui il frontman ha dato nuova vita con una linea vocale ruvida ma carismatica. Il suono semplice, nato da una combinazione elementare chitarra/percussioni, suonava del tutto naturale e spontaneo, mentre il duo ha messo la propria nota artistica sul boogie da vecchia scuola attraverso linee di ispirazione psichedelica, centrando il bersaglio in pieno! Un’esibizione comica ma riuscita, che ha scaldato sedere e mani dei presenti e preparato le orecchie all’arrivo della leggenda.

Gli strumenti erano già pronti, così la pausa è durata appena qualche minuto, poi il sipario si è aperto annunciando l’inizio del piatto forte della serata.

Da qualche anno Johnny Winter è accompagnato dal chitarrista Paul Neslon e dal bassista Scott Spray, mentre il batterista (e cantante occasionale) Vito Liuzzi si sta ancora abituando al suo ruolo. Il trio ha preparato il terreno al grande momento con un’ouverture strumentale, e poi da destra è comparso Johnny Winter, che con l’aiuto di un roadie si è avviato lentamente verso la sedia al centro del palco. Nel corso della carriera Winter è stato tormentato da continui problemi di salute, quindi è davvero incredibile che, nonostante la evidente stanchezza fisica, questo ometto di 68 anni trovi ancora abbastanza energia per tour dopo tour. Tanto di cappello!

E si parte. L’opener Hideaway ha già dato una risposta parziale su come stesse Winter. Le dita lo obbedivano ancora bene e correvano senza problemi sul manico della sua amata chitarra Erlewine Lazer, tanto che il suo braccio destro, il chitarrista ritmico Paul Nelson, fino all’ultimo pezzo della parte regolare, All Over Now, non ha mai dovuto subentrare al posto di Johnny per salvarlo nei possibili momenti di défaillance. Johnny Winter pensa a tutto! Il concerto era costruito in modo da piacere a tutte le generazioni e a tutti i gusti dei presenti, visto che, soprattutto nella prima metà del set, dal cuore blues si è spesso spinto fino ai confini del rock’n’roll e del boogie, arricchendo ancora di più il quadro ambientale della sua eredità. Dopo la cover di Chuck Berry Johnny B. Good, in cui a causa del tempo veloce Winter è rimasto senza fiato, ha sorpreso tornando indietro con la seducente e lenta Blackjack. Proprio nei pezzi lenti, concentrandosi sulle parti vocali, Johnny si è trovato meglio, anche se gli anni hanno purtroppo portato una perdita irreparabile di potenza e intensità vocale.

Il trio di musicisti di supporto si è occupato con grande mestiere dell’ossatura musicale dell’esibizione di Winter, allungando spesso i brani in parti di jam libere e regalando così al »capo« un attimo o due di riposo. Nei passaggi strumentali i musicisti hanno inserito più volte motivi noti del delta blues o addirittura linee da rock classico, prese in prestito dai Cream di Clapton (Sunshine Of Your Love) e dai vecchi lupi britannici Rolling Stones (Gimme Shelter). Durante Tore Down le parti vocali con una voce cavernosa le ha prese addirittura il batterista Liuzzi, accollandosi così, ancora prima della fine del concerto, parte dei compiti dell’albino canuto con il cappello calcato in testa seduto al centro del palco.

Johnny Winter è tornato sul palco con un’altra chitarra – curvo sulla sedia, stringeva tra le mani un modello Gibson Firebird e ha portato finalmente nel quadro sonoro tutta la grinta di cui il suo blues, o se preferisci il blues rock, ha bisogno. Fino a quel momento la chitarra di Winter si sentiva decisamente troppo poco nell’insieme degli strumenti, perciò i due pezzi d’addio della serata – Dust My Broom dall’album attuale »Roots« (2001) e la cover di Dylan Highawy 61 – sono suonati ancora più carichi di emozione.

Un’ora e 20 minuti di viaggio con una delle rare leggende del blues che non è ancora finita dimenticata ai margini della storia della musica (come è successo a molti coetanei di Winter), a causa della forma un po’ malconcia del musicista, non ha regalato proprio quei momenti di euforia che solo i concerti dal vivo sanno creare, ma l’incontro con un maestro dell’interpretazione musicale, grazie alla sua fama e al suo carisma, è stato comunque un momento che non si dimenticherà tanto presto.

Scaletta

1. Intro
2. Hideaway
3. Boogie Real Low
4. School Girl
5. Got My Mojo Workin’
6. Johnny B. Good
7. Blackjack
8. Tore Down
9. Lone Wolf
10. Don’t Take Advantage
11. Boney Moroney
12. All Over Now
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13. Dust My Broom
14. Highway 61

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