Judas Priest: British Steel

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Etichetta: Columbia Records
Data di uscita: 14.04.1980
Produzione: Tom Allom
Durata: 36.02 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 9.5 / 10


C’è chi pensa che il titolo di questo disco sia stato scelto apposta per suonare familiare alle orecchie dei britannici, ma in fondo se lo merita eccome. L’esplosione è avvenuta in Gran Bretagna, e i Judas Priest hanno portato il ritratto della band al suo apice. Non dirò l’apice creativo, ma tutti i fattori e le circostanze legati alla nascita e all’uscita dell’album si sono incastrati alla perfezione. “British Steel” incarna il vero culmine della scena metal del 1980. “British Steel” ha regalato ai Judas Priest l’immortale titolo di dèi del metal.

Per questo album eccezionale i Judas Priest sono riusciti a mettere insieme un po’ di pezzi che ancora oggi finiscono volentieri perfino su parecchie radio commerciali. Sentire Living After Midnight o Breaking The Law su Val 202 non è certo una novità, anche se, in mezzo al diluvio di imitatori del rock, sentire i Judas Priest in radio è sempre una bella sorpresa, che fa ancora sperare che il tempo per gli abitanti di Kranj si rimetta al bello.

Dal punto di vista stilistico i Judas Priest non hanno inventato niente di “clamoroso”, ma “British Steel” nel suo insieme è un album fatto alla perfezione, sia come composizioni sia come esecuzione. È un disco che ha un posto speciale nel cuore di ogni vero amante delle chitarre “elettriche”. I temi dei testi restano la ribellione, il rifiuto di tutto ciò che ci impongono, a braccetto, preti e politici, e un appello alla disobbedienza e a una generale rivolta tutta metal, che si è sposata alla grande con l’esplosione della N.W.O.B.H.M. nello stesso anno.

“British Steel” contiene vere bombe al neutrone come Living After Midnight, Breaking The Law, Rapid Fire, Grinder e Steeler. Poi, ovvio, c’è la magnifica Metal Gods, con soli due riff semplicissimi intrappolati negli accordi di D ed E e di E ed F#, con cui i Judas Priest si sono costruiti un monumento e che chiude nel modo più bello possibile il ritratto della band e la sua fede nell’heavy metal. In The Rage viene fuori l’arte di unire un atteggiamento aggressivo a una sofisticatezza romantica, che la band ha sempre saputo esprimere in modo così convincente lungo tutta la carriera. Lo stesso vale per You Don’t Have To Be Old To Be Wise. Entrambi i pezzi sono i più melodici ed epici del disco, anche se “British Steel” in generale non ha chissà quali trucchi melodici epico-pomposi tirati per le lunghe. Tutto è tagliato con l’accetta, “a uno-due-tre-quattro”, senza ombra di complicazioni, pezzi affilati come rasoi e un approccio, da parte di tutti i ragazzi, letteralmente fanatico. United è il brano con cui la band trasmette nel modo più diretto la propria fede alle masse. Prendiamoci insieme la giustizia in mano e conquistiamo il trono (“United we never shall fall!”). Ai Judas Priest sono sempre piaciuti questi brani con appelli alla rivoluzione, come ad esempio Take On The World o, tra quelli nati negli anni Ottanta, Rock You All Around The World, Heavy Duty/Defenders Of The Faith o Monsters Of Rock.

Quanto siano importanti i Judas Priest per l’heavy metal lo dimostra anche il numero di band che hanno preso il nome da titoli di canzoni del gruppo. Qualche esempio: Sinner, Running Wild, Steeler, Rage ed Exciter.

In Breaking The Law i Judas Priest hanno lasciato fuori gli assoli di chitarra, mentre in Living After Midnight l’assolo è così semplificato che quasi non te ne accorgi. L’intento della band era mantenere nei pezzi quanta più botta primordiale possibile. Riff espressivi, brevi e concisi regnano su tutto il disco e sono una vera piccola scuola di composizione, che ti fa ribollire il sangue nelle vene fin dal primo ascolto. Allo stesso scopo sono stati adattati anche i ritmi, semplificati al massimo. Per l’album “Britsh Steel” i Judas Priest hanno accolto in squadra il nuovo batterista Dave Holland, e con lui la formazione è rimasta stabile per tutto il decennio successivo. Dave ha portato esattamente ciò che serviva ai Judas Priest: una dose maggiore di esplosività alla batteria. Dopo l’addio di Les Binks, i passaggi di batteria non hanno più suonato così sofisticati e raffinati, ma ora i Judas Priest avevano bisogno di una potenza devastante nella musica, e Dave era la soluzione giusta. Anche il timone della produzione è passato a un nuovo uomo, Tom Allom, che è rimasto con la band, come Dave, fino all’album “Painkiller” (1990).

Questa versione remaster spiazzerà parecchi, quando la infileranno nel lettore CD. Si parte con Rapid Fire. Breaking The Law, che nell’edizione originale apriva l’album, nel remaster attuale si trova al terzo posto, dopo Metal Gods. Da un punto di vista psicoanalitico, l’inizio del disco è per l’ascoltatore medio praticamente la parte più importante, perché è lì che la concentrazione su ciò che il disco offre è al massimo. Per mia personalissima supposizione, nel 1980 Breaking The Law fu messa di proposito in apertura per motivi commerciali. Con l’attuale remaster, che si apre con Rapid Fire, si è invece (di nuovo, è un mio parere personale) finalmente realizzato il desiderio della band, che probabilmente voleva scegliere Rapid Fire come brano d’apertura già 21 anni fa. La ristampa contiene due bonus. Il primo ha un titolo che c’entra molto con quello dell’album, ma non con lo stile: è la canzone Red, White & Blue. È l’inno “personale” della band alla patria (il titolo si riferisce ai colori della bandiera del Regno Unito). Ovviamente questo canto solenne non c’entra niente con un album dei Judas Priest, ma è una cosa molto interessante uscita dalla penna del gruppo. L’altro bonus è la versione “live” di Grinder dal tour di British Steel, dove nel marzo del 1980 i Judas Priest avevano come spalla i caldissimi esponenti della new wave Iron Maiden. Ma questa è un’altra storia.

“British Steel” è l’album che ha reso immortale il nome dei Judas Priest. Ancora oggi è uno dei dischi più importanti nella storia dell’heavy metal. In generale, nella seconda metà degli anni Settanta i Judas Priest hanno acceso la luce e aperto spazi alle band della nuova ondata sul suolo britannico, mentre anche la scena heavy metal tedesca, molto vivace ma con una dose minore di clamore mediatico, si andava affermando, e anche su di essa i Judas Priest hanno lasciato un segno indelebile. Nel 1980 la terra ha tremato, l’heavy metal è finito sotto i riflettori delle masse e i Judas Priest, con “British Steel”, come premio per la strada piena di spine che avevano percorso, si sono presi meritatamente il trono del metal, perché quell’anno è stato completamente loro.

autore: Aleš Podbrežnik (marzo 2002)


Tracklist:
1. Rapid Fire
2. Metal Gods
3. Breaking The Law
4. Grinder
5. United
6. You Don’t Have to Be Old to Be Wise
7. Living After Midnight
8. The Rage
9. Steeler

Formazione:
Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Dave Holland – batteria

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