Judas Priest: Demolition

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Etichetta: SPV/Steamhammer
Data di uscita: 16. 7. 2001
Produzione: Glenn Tipton
Durata dell’album: 70.44 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 7.5/10


“Demolition” è uno degli album più controversi usciti sulla scena metal nel 2001. Controverso perché agli occhi del pubblico il risultato non combaciava con le aspettative. Ma è il problema di tutti quelli che speravano ancora in un nuovo “Painkiller” (1990) o “Defenders Of The Faith” (1984), me compreso. Dopo “Turbo” (1986), “Demolition” è il secondo album della band che finora ha sopportato un’infinità di esperimenti musicali sfacciati. È una storia nuova a sé e in modo fantastico fonde lo spirito del passato e del presente della band, che i Judas Priest dosano da sempre con una bella dose di suoni futuristici. “Demolition” è un nuovo ottimo album della band, diverso sotto ogni aspetto, provocatorio, fresco e totalmente personale. Chi mi conosce dirà che il mio cervello ormai sta andando in pappa, perché appena uscito questo disco ero rimasto così scioccato che non volevo nemmeno sentirne parlare. Ma quella era una fissa della mia testa, un problema mio. I Judas Priest hanno dimostrato ancora una volta che se ne fregano dei trend e che sfornano sempre, in totale libertà e senza alcun limite, album davvero speciali, sia nel suono che nello stile, restando al tempo stesso fedeli alla loro postura d’acciaio di base, quella che li ha portati tra i più grandi del mestiere metal.

L’album si apre con Machine Man, in pratica l’unico pezzo della categoria più veloce, perché per la maggior parte “Demolition” propone brani a tempo medio.. Quello che stupisce subito in Machine Man è la produzione. Il pezzo parte con un intro di batteria, niente di nuovo per i Priest, visto che si aprono così, per esempio, anche classici come Painkiller o Sinner. Il doppio pedale, ancora udibile all’inizio, viene poi travolto da un riffing di chitarra velenoso, che suona proprio cattivo. Il suono tagliente, d’acciaio e sibilante delle chitarre non è spinto in primo piano: al centro c’è la voce di Ripper e, curiosamente, lo “snare drive” di Scott, che a causa dei bassi tagliati suona molto “piatto” (flat), monotono, e può annoiare, perché in effetti sembra uscito da uno stampo industriale. Il ritmo, infatti, in questo pezzo è sempre lo stesso. Un sacco di spazio, invece, si è trovato nel suono per il rimbombo del basso di Ian Hill. Il suono profondo e rotondo del basso gratta a pieni giri ed è sempre ben distinguibile nella produzione, portando un contrasto straordinario nei pezzi, soprattutto in quelli a tempo medio.

“Demolition” non ha un suono estremo come “Jugulator” (1997). Sul nuovo album i Judas Priest hanno di nuovo ammiccato ai Settanta e agli Ottanta, aggiungendoci suoni moderni e groovosi dal design fresco. Chi conosce l’album solista di Glenn Tipton “Baptism Of Fire” può già iniziare a farsi un’idea di dove andremo a parare. Anche “Demolition” è stato prodotto da Glenn Tipton, l’uomo che nella band è evidentemente il più ferrato nel “contorcere” in chiave moderna le rigide forme dei riff e nell’inventare nuove, eccitanti immagini sonore quasi “mansoniane”.

I pezzi scritti insieme da K.K. Downing e Glenn Tipton contengono il maggior numero di elementi dei Judas Priest classici, nel senso che sono quelli a prevalere. Sono One On One, Hell Is Home, Close To You, Bloodsuckers e Lost And Found. Per esempio, One On One, un peso massimo da ring, è alla base un pezzo impostato in modo classico, ma il suo abito sonoro offre una serie di suoni new age da brividi, e questo ai fan dell'”era Halford” non va giù per niente. E di questi trucchi il disco è pieno dall’inizio alla fine: a volte ce n’è un po’ di più, a volte un po’ meno, ma evitarli del tutto è impossibile. Un incrocio estremamente interessante tra il vecchio suono “classic” e gli approcci new age è In Between. Accanto a lui, esperimenti altrettanto interessanti sono Jekyll And Hyde, Devil Digger, Subterfuge, Cyberface e la conclusiva Metal Messiah, che proprio per questo risultano particolarmente groovose rispetto al resto del materiale.

Eppure gli approcci classici della band brillano in ogni brano dell’album. Quindi “Demolition” offre di nuovo molta più melodia di quanta ne offrisse “Jugulator”. La dinamica del disco ondeggia di continuo, perché i pezzi sono mescolati con gusto dal punto di vista stilistico. Dopo il groovoso In Between arriva, per esempio, un attacco di puro “eighties riffing” con Feed On Me, ma guarda un po’, anche il suo inserto strumentale centrale porta con sé un pizzico di sperimentazione.

“Ripper” rispetto a “Jugulator” offre ancora più canto. Un canto vario. Riportare in vita le atmosfere volute nei pezzi, grazie a lui, è riuscito del tutto. “Ripper” è sempre al posto giusto nelle strofe. Strofe e musica si completano alla perfezione. In realtà raggiungono, nell’espressione della band, un doppio effetto, di reciproco rafforzamento. Quindi dimenticatevi dello stile di Halford, anche se “Ripper” è in grado di evocarlo senza problemi. E lo evoca, ma solo dove serve davvero per raggiungere una certa atmosfera (i ritornelli di Metal Messiah e Bloodskuckers, gli scream extra durante Hell Is Home). Quello che offre “Ripper” è strettamente la sua espressione personale, che era anche il desiderio degli altri membri della band: che “Ripper” si liberasse dalle catene che eventualmente lo legano all’ombra del predecessore. “Ripper” è anche su “Demolition” il cantante dei Judas Priest e ogni sfogo patetico e ogni piagnisteo per Halford è solo una perdita di tempo ed energia e, in fondo, un semplice paraocchi che non fa altro che restringere l’apertura della mente umana verso le novità.

Ma dei Judas Priest sappiamo di che pasta sono fatti. Non si sono mai voltati indietro, quindi non aspettatevi su “Demolition” qualche classico nel senso al 100% della parola. Il più vicino è la fantastica ballad Lost And Found, che fa davvero rivivere i Judas Priest dei Settanta, ma non nel suono, che anche quando c’è l’acustico puro è moderno e vivamente temprato d’acciaio. Non è quindi difficile intuire che i pezzi hanno molte facce. In essi, come nel disco, gli assoli e le armonie a tre voci hanno perso il loro primato: i Judas Priest moderni costruiscono una nuova immagine esclusivamente sulla creazione di un’atmosfera massiccia, che raggiungono con un riffing espressivo dal suono di compressore affilato e vivo, con una linea di basso groovosa, con il canto vario di Ripper, sempre al centro, e con il lavoro contrastante di Scott sui tamburi. Tutti questi ingredienti di base li hanno insaporiti alla grande con inserti sonori distorti in chiave moderna, senza i quali non si può immaginare quell’atmosfera particolare che “Demolition” evoca.

Ops, ancora un avvertimento. In Europa “Demolition” esiste anche in edizione digipack nera con due bonus track, adesivo con il logo e plettro della band. Le due bonus sono una vera sventola indemoniata, Rapid Fire, con un “Ripper” che strilla al massimo, e Green Manalishi (With The Two Pronged Crown), che i Judas Priest grattano via a un tempo più lento di quello a cui ci hanno abituato nelle altre versioni ufficiali di questo pezzo. Godetevi le urla senza compromessi di Ripper!

“Demolition” è un disco di contrasti estremi, di profondità sonora che si riversa con arte attraverso tutti gli elementi di approcci freschi e ben rifiniti di una produzione nuova e maledettamente viva. I Judas Priest restano sulla strada giusta e “Demolition” lo conferma. Unire la tradizione a nuove idee creative e fresche. Per questo i Judas Priest anche stavolta suonano giovanili e scioccanti, eccitanti e provocatori, che è sempre stato il loro motivo di fondo.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Machine Man
2. One On One
3. Hell Is Home
4. Jekyll And Hyde
5. Close To You
6. Devil Digger
7. Bloodsuckers
8. In Between
9. Feed On Me
10. Subterfuge
11. Lost And Found
12. Cyberface
13. Metal Messiah

Formazione:
Tim “Ripper” Owens – voce
Glenn Tipton – chitarra
K.K. Downing – chitarra
Ian Hill – basso
Scott Travis – batteria


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