Judas Priest – I maratoneti fanno il giro d’onore (2011)

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Luogo: Vienna / Wiener Stadthalle / Austria
Data: mercoledì 29.06.2011


Se n’è parlato parecchio, di questa incredibile accoppiata di due band che hanno deciso di unire le forze e partire in tour insieme. Per spirito e missione musicale, due standard incarnati, intagliati da mondi completamente diversi. Judas Priest e Whitesnake. Probabilmente state già rotolando gli occhi e borbottando sottovoce. Ma i fatti sono questi.

I Judas Priest hanno covato a lungo questo tour. Volevano chiudere con questo la loro attività. Tirare le somme nel modo più bello possibile. Arrivano gli anni della saggezza, in cui puoi dispensare solo consigli assennati e basta. Ti sei fatto il nome 30 anni fa e sono 15 anni che vivi di rendita. Prima o poi arriva il momento in cui dici: “Basta così.” e ne hai tutto il diritto. Anzi. Ce l’avevi già anni fa. I Judas Priest hanno battezzato il tour con un nome adatto all’occasione: “Epitaph”.

Dall’altra parte ci sono i Whitesnake, comandati ovviamente da nientemeno che David Coverdale. A differenza dei Judas Priest, almeno a livello di attività esterna e di linguaggio diplomatico, loro non ammettono assolutamente che sia tempo di pensare alla pensione. Coverdale e i suoi compagni di squadra decisamente più giovani hanno pubblicato quest’anno un nuovo album in studio che suona davvero bene e merita di essere provato fino in fondo. Si intitola “Forevermore”, un titolo che lascia intendere che per David Coverdale la faccenda non possa proprio finire.

Al di là degli alibi per la “grandeur” in un modo o nell’altro di entrambe le band nel 2011, oggi le due formazioni hanno anche parecchi punti in comune. Il primo è la forma dei due cantanti, che bussa alla porta dicendo che la data di scadenza delle corde vocali è ormai alle porte. Se questa somiglianza li avvicina da circa cinque anni, la seconda è di origine un po’ più recente. Il cambio di formazione. Se ti esce dalla line-up K. K. Downing, l’uomo che ha contribuito a gettare con i Judas Priest le fondamenta dell’heavy metal moderno, è un problema bello grosso. Nonostante il pianeta pulluli di ragazzini che affilano la chitarra con tale classe da portarsi la discografia dei Judas Priest nel mignolo, la figura di K.K. sul palco è insostituibile. Lui deve esserci, altrimenti non esiste la definizione di “duo heavy metal”, anche se la definizione di Judas Priest senza Downing, dopo vari risvegli da un incubo, in qualche modo la mandi giù e ti fai passare l’addio di Downing. Dall’altro lato, Coverdale, dopo la nuova reunion dei Whitesnake di qualche anno fa, insiste con una formazione di rockettari “grezzi” più che di raffinati bluesman. Da qui il nuovo sound della band, parecchio più duro, che eseguendo i vecchi inni in qualche modo non incarna più quel vero carisma Whitesnake dei tempi d’oro, quello del nucleo Moody/Marsden. Sì. Si può dire che i giganti del rock (Whitesnake) e del metal (Judas Priest) siano arrivati al 2011 con la dentatura un po’ scheggiata.

All’ultimo momento, appena un mese prima, è arrivata l’ufficialità: alle due band, per la tappa europea del tour, si aggiungeva un’altra formazione precursore nell’enciclopedia della cultura rock. I Thin Lizzy, con il loro fondamento di doppia armonia di chitarre, che il classico heavy metal avrebbe presto fatto suo con in testa il movimento N.W.O.B.H.M. all’inizio degli anni Ottanta. Il grottesco è che, vista la strada proseguita dopo quella data spartiacque per i Thin Lizzy, il 04.01.1986, oggi i Thin Lizzy senza Phil Lynott fanno una fatica enorme a giustificare il proprio nome. Con il prefisso “tribute to” non ci sarebbe niente da ridire.

I Thin Lizzy si sono riuniti un anno fa in una formazione rinnovata. Persino la più vicina possibile ai Lizzy classici, ora che Phil Lynott non c’è più e che Brian Robertson e il compianto Gary Mooore non mostravano più il minimo interesse a riattivare la loro attività nella band. Scott Gorham è riuscito a convincere il batterista originale Brian Downey, e c’è anche un’altra gradita new entry, il tastierista Darrel Wharton. Qualcuno di voi forse conosce Wharton anche dall’ottima band AOR Dare. Qui c’è l’elemento Lizzy del burlesque glam-shock e del divertimento, un tizio che va e viene. Marco Mendoza al basso. Il posto di cantante è toccato al cantante degli Almighty, Ricky Warwick. Accanto a Scott Gorham avrebbe dovuto esserci sul palco anche Vivian Cmpbell, che per gli impegni con i Def Leppard ha saltato il tour con i Thin Lizzy. I suoi stivali per questo tour dei Thin Lizzy li ha calzati Richard Fortus, dell’attuale incarnazione dei Guns N’ Roses di Axl Rose.

Una formazione rattoppata così, ovviamente, non ha lasciato una cattiva impressione. Con una scelta di classici del genere è semplicemente impossibile. In mezz’ora ha scaldato a dovere il parterre ben pieno della Stadthalle di Vienna con una serie di marce: ha aperto Are You Ready, poi una dopo l’altra sono arrivate Waiting For An Alibi, Jailbait, Don’t Believe A Word, Whiseky In A Jar, The Boys Are Back In Town e, in chiusura, Rosalie di Bob Seager.

Tutto funziona come un orologio. Warwick regge con successo l’eredità di John Sykes, un tipo dall’intonazione media e dal registro leggermente nasale, con un pizzico di machismo recitato; Gorham, che col suo fascino maturo ricorda sempre più Donald Sutherland; e il giovane, nasuto e potente Fortus, di bassa statura, nelle combinazioni ben rodate. Poi c’è la parte più attiva dell’intrattenimento nella squadra dei Thin Lizzx, Marco Mendoza, accanto al quale i Lizzy non avrebbero bisogno di illuminazione di scena, perché ci pensano per la band il “million dollar smile” di Marco e lo splendore della sua dentatura di porcellana lucidata. Un’esecuzione attiva, dinamica e di qualità in tutto. Il suono? Dignitoso, ma non perfetto. Wharton non si sentiva proprio per niente. Per i fan della band, che sanno digerire il fatto dell’insostituibilità del marchio, del carisma, della figura e dell’opera di Phil Lynott, i Thin Lizzy di oggi sono semplicemente un concerto da vedere per forza.

Alle otto in punto di sera sul palco c’erano i Whitesnake. Un’ora e venti. Un repertorio costruito con i pezzi del nuovo album e i mega hit che non possono mancare in scaletta. Inutile sprecare parole, perché si ripetono da un concerto all’altro dei Whitesnake in questo scorcio di decennio. Coverdale ha i soldi, ha il nome. Così si compra i migliori musicisti. E infatti suonano senza sbagliare un colpo. I due chitarristi-sciabolatori Reb Beach e Doug Aldirch si prendono a metà concerto, dopo la canzone Forevermore, un bel pacchetto di minuti con cui allungano il minutaggio mentre Coverdale riposa le corde vocali nelle retrovie, e dopo Love Will Set You Free c’è già Brian Tichy che aspetta il suo intreccio solista di batteria. Ovviamente i numeri solisti incarnano divertimento a pieno regime, soprattutto Tichy che pesta a mani nude. Fughe in avanti virtuosistiche a tutto spiano.

Anche il suono molto decente. I Whitesnake, che nel 2010 hanno rinnovato di brutto la formazione con Tichy, il bassista Michael Devin e il tastierista Michael Ruedy, hanno superato le tempeste soprattutto nell’esecuzione dei classici obbligatori, che nella parte iniziale erano incarnati da Give Me All Your Love, Love Ain’t No Stranger e Is This Love. Tutta la squadra di supporto sostiene Coverdale anche nei cori, e a sua volta Coverdale riceve molto aiuto dal mixer, che si nota nell’effetto echo caricatissimo e perfino in qualche base preregistrata di sottofondo (la matrice), che include anche quegli urli “giganti” dimenticati da una vita. Una Slide It In accorciata che si è riversata all’improvviso in Fool For Your Lovin’ è una mossa bizzarra da parte della band e non esattamente un gesto gentile verso il classico, e ancora meno verso la comunità dei fan. Ma oggi va così. Poi c’è il momento più imponente del nuovo album, la nuova Forevermore con la classica intro acustica, e la trascinante Love Will Set You Free, che funziona alla grande dal vivo. Il picco del concerto con Here I Go Again e una delle opere più belle della carriera dei Whitesnake, Still Of The Night, che aiutano a dimenticare in fretta i guai della voce logorata di David Coverdale. Quando David si rifugia in un’interpretazione vocale a cui aggiunge gutturalità, esagerando ogni tanto gracchia e basta. I ragazzi suonano benissimo, per Fool For Your Lovin sono decisamente troppo ruvidi, ma bisogna farsene una ragione.

Molto probabilmente a questo tour con i Judas Priest seguirà anche un tour tutto loro, in cui i Whitesnake si presenteranno con un repertorio più ampio e un omaggio al nuovo disco “Forevermore”. Aspettiamo un mesetto e vedremo cosa ci portano i tour appena prenotati per il 2012.

E alla fine l’attrazione principale della serata. I titani del metal, i padri della bibbia del metal. Judas Priest. Si sono davvero impegnati. Un palco spazioso con scenografie enormi e un enorme schermo di proiezione. Come sempre. La batteria di Travis sollevata, con delle scale che ci portano, e la pedana allargata in modo che ci possano stare sopra anche gli altri membri della band. A destra e a sinistra del palco spuntano due enormi croci dei Judas Priest.

Monitor completamente nascosti. A destra e a sinistra davanti al sipario e accanto allo schermo, catene enormi. I Priest attaccano con l’intro Battle Hymn alle 21 e 45. Ma questa intro non sfocia in One Shot At Glory, purtroppo no. E stavolta non conta. “Are You Rady for some Judas Priest heavy metal style!” Rapid Fire e la sparatoria da tutte le posizioni ha inizio. Suono ottimale fin dal primo secondo, soprattutto in fondo al parterre. Caratteristiche sonore eccellenti. Il tempo di girare la testa ed eravamo già in Metal Gods. La gente si scatena. La maggior parte è qui stasera per i Priest, e loro hanno preparato un repertorio straordinario, pescando da tutti i dischi dell’era “Halford”. Con i veri “fiori” storici. Ovviamente Rob Halford ha ricevuto la maggior parte dell’attenzione del pubblico grazie al solito look di scena, che incarnava una combinazione di messia metallico d’acciaio  e angelo d’acciaio in uno. Cambi d’abito come alla catena di montaggio. Il “Metal God” stavolta è stato sicuro in tutto. Davvero? Tolta la voce un po’ scheggiata, ovviamente. I concerti estivi in Europa nel giugno 2008 hanno trovato nella nuova esperienza della Stadthalle di Vienna la conferma che Rob doveva essere davvero malato, allora. Se conoscete l’approccio di Rob sull’album in studio “Made In Metal” (2010), è un buon punto di partenza per farvi un’idea di come Halford gestiva la sua estensione vocale anche sul palco della Stadthalle di Vienna.

Si è tenuto sensibilmente alla larga dalle tonalità alte e altissime, ma è stato sicuro in tutto nei registri bassi e medi. Nel giugno 2008 non riusciva a mettere insieme decentemente nemmeno quelli. Stavolta ha risparmiato saggiamente la voce e solo qua e là ha urlato, richiamando alla memoria della comunità quei momenti di antica gloria e grandezza, di eccellenza vocale e unicità, che incarnano la figura senza tempo dei Judas Priest e di Rob stesso. Sì. A tratti era chiaro che gli “scream” erano aggiunti sulla base, cosa che non è sfuggita nemmeno al più sordo in Painkiller (nella fase finale dello show). Ma senza sensazione di pretenziosità. Dove non si poteva, non si poteva, e lì Rob ha insistito con diligenza e sfidato le note più basse. Del resto Rob non nascondeva di sentirsi benissimo. Ha curato il contatto col pubblico per tutto il tempo, più volte si è piazzato come una statua o un busto commemorativo a destra e a sinistra del palco, fissando immobile davanti a sé e il pubblico. Per Hell Bent For Leather è ovviamente arrivato sul palco in moto, è smontato e si è avvolto nella bandiera austriaca, con cui ha aperto il secondo bis. Ovviamente la sala non è rimasta indifferente a questo gesto. Durante le pause Rob ha portato i presenti attraverso la storia dei Judas Priest. Ha presentato quasi ogni canzone riassumendo come è nata. Fantastico. Già solo con questi interventi Rob ha incollato a sé il pubblico con il suo straordinario carisma. Tra Hell Bent For Leather e You’ve Got Another Thing Coming non è mancato il classico numero di Rob, “Shout Oh Yeah!”, mentre costringeva il pubblico a un veemente allungamento delle corde vocali quando siamo salpati verso la parte finale del ritornello del brano citato. Insomma. Halford ha fatto il meglio che poteva nel 2011. Anche se non riesce più a fare miracoli vocali, la sua presenza nei Judas Priest è semplicemente insostituibile. Tanto basti su Rob.

L’asse ritmico Hill-Travis è indistruttibile. Mentre il silenzioso Ian, sempre al lavoro dietro le quinte, è il miglior Ian possibile, standard, estremamente affidabile e semplicemente la spina dorsale dei Judas Priest, Scott ha stregato i presenti con la sua straordinaria tecnica e conoscenza della batteria, che ha arricchito tutti i classici dei Priest dando loro un aspetto completamente nuovo e rinfrescato, in cui suonano ancora più furiosi e ringhianti, senza cedimenti. Il suono della batteria era fantastico e Scott regnava sul palco da solo, raccogliendo nei passaggi fulminei, e soprattutto nell’ouverture di Painkiller, qualche fragorosa ovazione.

Il punto chiave che stavolta ha fatto sollevare gli animi è ovviamente il lavoro delle chitarre. A Glenn Tipton non faceva compagnia K.K. Ma qualcun altro sì. Gli somigliava parecchio. Solo molto ringiovanito. Richie Faulkner. Un nome del tutto sconosciuto, che aveva però attirato l’attenzione come parte della band di supporto della cantante Lauren Harris, figlia di Steve Harris, bassista dei leggendari Iron Maiden. Faulkner ha ereditato la caratterizzazione del ruolo base di K.K. Downing. Ha ereditato il suo abbigliamento di scena, perfino il taglio di capelli. Ha ereditato il suo “gear” chitarristico, cinto da marche e tipi di chitarre come li usava K.K. E questo posto d’onore se l’è meritato con un’esecuzione e un modo di suonare di scena bravurosi, che anche nei movimenti sul palco ricordavano K.K. Downing. Proprio l’ottima padronanza del repertorio dei Judas Priest ha portato a Faulkner tanti punti a favore da far sì che lo show dei Judas Priest mantenesse tutto il pedigree della sua grandezza passata, quella dei tempi classici con K.K. in formazione. Faulkner è davvero un ottimo chitarrista. Ad alcuni assoli si è avvicinato davvero a un palmo dagli originali di K.K., mentre quelli in cui non è riuscito a calzare esattamente le scarpe del predecessore li ha plasmati con gusto e in sintonia con l’essenza del repertorio classico dei Priest. Tipton e compagnia possono fidarsi di Faulkner al 100%. I Priest si sono comportati con Richie in modo estremamente corretto. L’hanno accettato come uno dei loro. Nessuno dei membri ha mostrato nei suoi confronti la minima traccia di sufficienza. In pezzi come Hell Bent For Leather e Breaking The Law, ovviamente, Faulkner e Tipton non hanno dimenticato di “strimpellare” spalla a spalla. Anche questo è uno di quegli standard del metal che i Priest sono stati i primi a presentare al pianeta. Ottimo il gioco dei due chitarristi. Dinamica eccezionale, intesa eccezionale. A voler essere sinceri, in ogni caso preferiremmo vedere K.K. al posto di Faulkner, ma è evidente che, nella situazione data, con un “golfista appena nato” che ha deciso di andare in pensione anticipata, i Priest hanno ottimizzato la situazione con Faulkner e possono quindi andare avanti con grande flessibilità, del tutto rilassati e senza pesi.

I Judas Priest hanno sorpreso con alcuni pezzi eccezionali. Il primo è stato Never Satisfied dal debutto in studio “Rocka Rolla” (1974), ancora prima Starbreaker (“Sin Afer Sin”, 1977), mentre uno dei vertici del repertorio del concerto è stata l’esecuzione del mini-epic dall’album “Ram It Down” (1988), Blood Red Skies.

Il condimento di fantastici brani come Heading Out To The Highway, The Sentinel, Night Crawler, Beyond The Realms Of Death e Turbo Lover è riuscito, con poca fatica, a tenere la gente in ipnosi nel mondo unico dei Judas Priest, che si è srotolato davanti a noi per ben due ore. Abbondanza di pirotecnica, salve di fumo, soprattutto nella parte iniziale e finale del concerto, una Breaking The Law intera che Halford ha lasciato al pubblico. Tre bis.

In tutto un’esperienza ottima, che vale ogni euro investito nel biglietto. Bisogna rassegnarsi al fatto che la band non è più giovanissima. Ciononostante, con un’esecuzione brillante domina ancora oggi con facilità l’enorme struttura di palco e la scenografia, con tutte le abbondanti spezie di effetti di luce laser ed eruzioni pirotecniche.

La domanda è quanti concerti restino ancora alla band. Ogni show che i Priest suonano oggi può essere anche l’ultimo. E nonostante le profonde riflessioni sul fatto che i Priest possano ancora essere i Priest dopo l’addio di K.K. Downing, ovvero se possano giustificare il proprio nome dopo la sua uscita, tutto fa pensare che i Priest ce la possano fare ad andare avanti senza K.K. Il concerto di Vienna l’ha confermato in tutto e per tutto. È stato più che ottimo. Terapia shock-show di teatro! Pieno di effetti, dell’unica e inimitabile magia dei Priest, dell’unicità della bibbia del metal della band! Non sappiamo cosa succederà ai Priest in futuro. Smetteranno davvero? Raccoglieranno ancora un po’ di energia e allungheranno la carriera per un nuovo album in studio? Il tour che precede il ritiro annunciato della band vale infatti ogni visita, soprattutto per chi i Judas Priest non li ha mai visti sul palco in vita sua. È molto probabile che dopo il tour “Epitaph” non ce ne saranno mai più. Per quello che i Judas Priest ci hanno dato e portato con la loro musica negli anni, il riposo con i massimi onori se lo sono sudato e guadagnato col sangue già da un pezzo. Che sia o no l’ultimo live report di RockLine su un concerto dei Judas Priest, posso dire solo una cosa. “Grazie, dèi del metal!”

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Jože Hvala, Aleš Podbrežnik (solo la foto dei Judas Priest in basso a destra)

THIN LIZZY: 
1. Are You Ready 
2. Waiting For An Alibi 
3. Jailbreak 
4. Don’t Believe A Word 
5. Whiskey in the Jar 
6. Cowboy Song 
7. The Boys Are Back In Town 
8. Rosalie

WHITESNAKE: 
1. Best Years 
2. Give Me All Your Love 
3. Love Ain’t No Stranger 
4. Is This Love 
5. Steal Your Heart Away 
6. Forevermore 
7. Guitar solo (Doug Aldrich/Reb Beach) 
8. Love Will Set You Free 
9. Drum Solo (Brian Tichy) 
10. Slide It In 
11. Fool For Your Lovin’ 
12. Here I Go Again 
13. Still Of The Night

JUDAS PRIEST:
1. Battle Hymn (intro)
2. Rapid Fire
3. Metal Gods
4. Heading Out To The Highway
5. Judas Rising
6. Starbreaker
7. Victim Of Changes
8. Never Satisfied
9. Diamonds & Rust
10. Dawn Of Creation (intro)
11. Prophecy
12. Night Crawler
13. Turbo Lover
14. Beyond The Realms Of Death
15. The Sentinel
16. Blood Red Skies
17. The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown)
18. Breaking The Law
19. Painkiller
—bis I.—
20. The Hellion
21. Electric Eye
—bis II.—
22. Hell Bent For Leather
23. You’ve Got Another Thing Comin’
—bis III.—
24. Living After Midnight


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