Judas Priest: Killing Machine

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Etichetta: Columbia Records
Data di uscita: 09.10.1978
Produzione: James Guthrie
Durata dell’album: 35.06 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 8.5 / 10


“Killing Machine” è il disco in cui i Judas Priest hanno mollato del tutto la complessità per buttarsi sul colpo secco e crudo. Pezzi come Victim Of Changes, Sinner o Beyond The Realms Of Death puoi dimenticarteli subito.

Nel giro di un anno i Judas Priest hanno quindi sfornato due album parecchio diversi. Oltre al salto di stile, c’è anche uno scarto di produzione: “Killing Machine” è stato prodotto da James Guthrie, con cui i Judas Priest erano rimasti molto soddisfatti dopo il lavoro fatto su Better By You, Better Than Me (“Stained Class” è stato prodotto per intero da Dennis Mackay, brano appena citato escluso). “Killing Machine” ha un suono ancora più cristallino del predecessore, alti e bassi più distinti, contrasti sonori più marcati, in generale un’immagine sonora più piena e un suono più profondo. Il punto è che Mackay è riuscito a tirare fuori dalla band in modo più convincente ciò a cui i Judas Priest hanno sempre ambito: suonare in modo estremamente scioccante, tagliente e rumoroso. E in questo “Killing Machine” è l’evoluzione definitiva di “Stained Class”. Vero, i Judas Priest hanno sacrificato un pizzico di raffinatezza, ma la maggiore compattezza dei brani del nuovo disco, costruiti in modo più semplice, ha potenziato ancora di più l’impatto e l’immediatezza del loro modo di essere. Come se non bastasse, questo ottimo remaster offre lungo tutto il disco una base di riff ancora più precisa, cosa che si nota soprattutto nei passaggi e negli assoli di chitarra. Molto più espressivi e atmosferici sono anche i sintetizzatori in Before The Dawn.

Nel remaster del 2001 sono inclusi due pezzi bonus: una versione primitiva di Rock Hard, Ride Free (uscita originariamente su “Defenders Of The Faith”, 1984) intitolata Fight For Your Life, con strofe identiche nel pre-ritornello ma con un ritornello completamente diverso, qualche passaggio e qualche assolo di chitarra differenti, e la scheggia “live” Ride Like A Wind, uscita in origine nel 1982 su “Screaming For Vengeance”. A qualcuno di voi, come è successo a me, potrebbe dare fastidio la presenza di entrambi i pezzi qui, visto che cronologicamente non seguono l’evoluzione della band, ma sono senza dubbio imprescindibili nella collezione di CD di ogni fan dei Judas Priest.

Questo album ha tutto. Randellate efficaci come la fantastica opener, aggressore terrorizzante, Delivering The Goods, le devastanti Rock Forever e Running Wild e ovviamente la granata da cannone Hell Bent For Leather (era il titolo originale del disco uscito negli USA). I rappresentanti del tempo medio li troviamo nelle erotiche Burnin’ Up ed Evil Fantasies e nella title track, dai versi oscuri sulla nostra smodata prostituzione per il denaro. Uno dei picchi melodici sta nella commerciale Evening Star, semplice ma efficace, suonata di getto. Non poteva mancare nemmeno l’inno Take On The World, e ancora una volta hanno sfoggiato il loro genio per le cover. Stavolta hanno deciso di rifare il classico dei Fleetwod Mac Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown). Il pezzo è già di suo carico di tragicità, schizoide com’era il suo autore, il maestro dell'”anglo-blues” Peter Green negli anni in cui lo scrisse, ma nelle mani dei Judas Priest suona per giunta malvagio come un vampiro. I Judas Priest hanno messo anche la triste e delicata ballata acustica Before The Dawn, che mantiene un contatto autentico con i Settanta, così i contrasti dell’album risaltano davvero.

Al loro ruggito, ormai diventato marchio di fabbrica indelebile, hanno aggiunto il cuoio. Cuoio consumato e catene. L’idea del cuoio l’avrebbe portata nel gruppo nientemeno che Rob Halford, direttamente dai night club gay. Il cuoio comunque non era una novità sul palco: prima dei Judas Priest ci si erano già conciati Alice Cooper e i Kiss. Ma i Kiss, nel loro travestimento, restavano sul palco “irreali” come degli alieni perfetti, mentre Alice Cooper sembrava di nuovo un pazzo arlecchino d’occasione. I Judas Priest invece la folla l’hanno davvero stregata con l’immagine in pelle, perché la loro nuova moda, unita a un taglio di chitarra devastante e senza freni, l’hanno avvicinata alla massa in modo disarmantemente semplice. Sul palco sembravano “gente del popolo”, ragazzi di strada venuti a prendersi quello che era loro. Hanno mostrato alla massa che si può strappare il frutto proibito e restare impuniti. Anche da questo lato, la popolarità dei Judas Priest ha cominciato a salire a picco.

Tutti i pezzi di “Killing Machine” si incastrano alla perfezione. L’album ha una dinamica eccezionale, le canzoni offrono atmosfere diverse e di alto livello. Rabbia e furia, tristezza, amore,…e tutto insieme riflette un ardore e una voglia straordinari di “essere quello che senti di voler essere”. Di questa band mi sono sempre piaciuti la sincerità e il coraggio. I Priest hanno sempre sperimentato senza paura e in tutta la loro storia è difficile trovare due album in cui non si avverta un cambiamento positivo in avanti.

I Judas Priest erano a un passo dal catapultarsi tra i nomi immortali del rock. “Killing Machine” fotografa la consapevolezza di una band che si avvicina al picco delle proprie forze, uno slancio creativo eccezionale e una carica energetica sprigionata dalla chimica del gruppo. Quando i cuori di tutti i membri puntavano davvero alla stessa cosa (i versi di Rock Forever dicono tutto al riguardo). E una volta che capisci che con una forte volontà puoi realizzare qualsiasi sogno, nessun ostacolo ti ferma sulla strada verso l’obiettivo. I Judas Priest erano semplicemente sulla strada giusta e in quel momento ne erano consapevoli più che mai. Mentre le discoteche, sulle note di Boney M, Tina Turner e Bee Gees, erano piene di corpi sudati e bollenti e la virosi ostinata di una mostruosità chiamata punk aveva già da tempo divorato i giganti del prog dei primi anni Settanta, l’embrione di una nuova dimensione musicale si stava lentamente preparando a venire al mondo vagendo. Si avvicinava il momento dell’esplosione e della resurrezione generale dell’heavy metal, dopo la quale il mondo non fu mai più lo stesso.

autore: Aleš Podbrežnik, marzo 2002

Tracklist:
1. Delivering The Goods
2. Rock Forever
3. Evening Star
4. Hell Bent For Leather
5. Take On The World
6. Burnin’ Up
7. The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown)
8. Killing Machine
9. Running Wild
10. Before The Dawn
11. Evil Fantasies

BONUS TRACK NELL’EDIZIONE REMASTERIZZATA DEL 2001
12. Fight For Your
13. Riding In The Wind (Live)

Formazione:
Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Les Binks – batteria


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