Judas Priest: Painkiller

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Etichetta: Columbia Records
Data di uscita: 3/9/1990
Produzione: Judas Priest & Chris Tsangarides
Durata dell’album: 46.03 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 10/10


Questo è uno di quegli album speciali dell’heavy metal! La bibbia del metal! Ogni volta che i metallari ne pronunciano il nome, chi è intorno trasale con un pizzico di reverenza, ma anche con un entusiasmo smisurato, felice di poter condividere i suoni di questa magia fantastica che “Painkiller” regala. La cosa più importante è che tutti i fattori che hanno portato alla nascita di questo disco si sono incastrati alla perfezione. Quando l’idea originale centra in pieno scopo e obiettivo.

“Painkiller” parte in quarta con il rombo del doppio pedale, il nuovo ingrediente del nuovo volto dei Judas Priest. Perché “Painkiller” dovrebbe essere così speciale, in tutto questo? Perché i Judas Priest hanno dimostrato che si poteva ancora fare un salto in avanti rispetto al suono devastante del disco precedente. Questo nuovo volto e questo nuovo suono sarebbero stati impossibili senza l’arrivo in band del nuovo batterista Scott Travis. Scott Travis veniva dai Racer X (dove suona ancora oggi) e la sua nuova tecnica è stata fondamentale per sviluppare il suono nuovo e più pesante mai sentito fino ad allora dai Judas Priest. Quello che poi lascia a bocca aperta, già dalla title track, è il riff principale accordato mezzo tono sotto, cosa che i Judas Priest nei dischi precedenti avevano sempre evitato. Questo porta “Painkiller” su un livello completamente diverso rispetto a tutta l’eredità dei Judas Priest. Come se fosse caduto da un’altra galassia. Con “Painkiller” i Judas Priest hanno tagliato definitivamente il cordone con gli anni Settanta. Tutti i dischi precedenti avevano quel retrogusto rock’n’roll che i Judas Priest si portavano dietro fin dagli inizi, anche solo come un alito di vento che filtrava attraverso le vibrazioni del gruppo. Ecco perché “Painkiller” ebbe un successo incredibile, e vale ancora oggi! Un successo perché mette d’accordo tutti i vecchi fan, che da sempre ammiravano l’enorme senso e talento della band nel comporre musica dosata e bilanciata con raffinatezza tra melodia e atteggiamento aggressivo, e i metallari più giovani, la nuova generazione cresciuta a pane e thrash, che per natura chiedeva sempre il più brutale, il più veloce, il più potente, insomma pura forza bruta. “Painkiller” mette insieme tutti questi ingredienti. Per questo in questo album non c’è nemmeno un singolo punto debole.

La title track di apertura convince subito. C’è un’impennata di distruttività e una dose in più dell’attitudine metallizzata e vampiresca dei nuovi Judas Priest, mentre in sottofondo resta sempre un “feel” malvagio, fortissimo dall’inizio alla fine. Affascinante è anche il fatto che il pezzo sia in realtà costruito in modo piuttosto complesso e, ovviamente, tecnicamente perfetto, eppure ti entra nelle orecchie con una facilità incredibile, e lì puoi goderti senza limiti tutto lo splendore metallico che offre.

Il disco è speciale anche perché, ogni volta che i ragazzi si spingono verso acque brutali (soprattutto nella title track, in All Guns Blazing e in Metal Meltdown), Rob Halford con la sua voce garantisce comunque una dose equivalente di melodia nei pezzi. Quelli in cui il rapporto pende più chiaramente dalla parte della melodia sono Night Crawler, A Touch Of Evil, con ottimi arrangiamenti di tastiere, e Between The Hammer & The Anvil. Questi ultimi due sono i vertici atmosferici dell’album. Ma è difficile indicare dei picchi: tutti i pezzi sono limati al massimo e emanano la magia straordinaria che i Priest sapevano evocare, da vecchi volponi di esperienza. I criteri per decidere dove stiano i picchi se li può quindi fissare ogni fan per conto suo.

Uno dei riff meglio costruiti è sicuramente quello di Leather Rebel. Qui il bombardamento del doppio pedale steso sul delirio delle chitarre crea un contrasto particolarmente potente. L’album esplode di intensità e dinamica poderose. Il quinto pezzo, Metal Meltdown, è ancora una volta una rapsodia dei due chitarristi, piena di lead break e di ogni possibile succosa decorazione chitarristica. Più i Priest sono aggressivi, più Halford urla con foga. Ma la sua linea vocale, per quanto possa impazzire in modo travolgente, mantiene sempre una melodia straordinaria, lungo tutto il disco. Halford non strilla a casaccio: è sempre completamente dentro il pezzo e si adatta al mood di ogni singolo momento di ogni canzone.

Il primo bonus di questa ristampa rimasterizzata è la fantastica ballad metal mai pubblicata prima, Living Bad Dreams, piena di carica emotiva. Il secondo bonus è la versione “live” di Leather Rebel. Devo ammettere che qui il canto di Rob non è dei più convincenti, soprattutto nel ritornello, il che fa pensare che il tipo non respirasse più all’unisono con gli altri membri della band.

I Priest ruggiscono come mai prima. Questo album è il loro monumento e il loro gioiello, quello che tra tutti i dischi della corona dei Judas Priest brilla con più intensità. E dopo tutti questi anni è un album che per le band metal più giovani resta incredibilmente ispirante. Da dove sono partiti i Judas Priest e cosa hanno detto di definitivo 21 anni dopo con la famosa “Painkiller”. Il fatto triste è che questo sia stato l’ultimo disco registrato con l’icona del metal Rob Halford. I Judas Priest non suoneranno mai più così.

Però, in generale, anche se Rob non farà più parte del gruppo, lo scopo della band in tutti questi anni non è mai stato copiare sé stessa. I Judas Priest hanno sempre puntato a un cambiamento positivo continuo, a una perfezione eterna e a spingersi oltre ciò che avevano raggiunto. È questo il loro asso nella manica, che gli ha permesso di restare sempre in piedi e di tenersi sulla loro strada, riconoscibile e sempre giusta. I Deep Purple direbbero: “Listen, Learn And Read On!” E nel caso dei Judas Priest non c’è nessuna differenza. “Fighting on with dignity, in life and death we deal, the power and the majesty, amidst the blood and steel.” Alcuni versi di One Shot At Glory si possono leggere come il requiem personale di Rob per la band, per esempio questo: “Fate stands before me, words have all been said!” oppure “Destiny calls me (nuove sfide sul cammino della vita), one night of fire (tutta la fede ardente che ha messo nella band), One Shot At Glory (tutto il suo lavoro, che come prodotto di questa forte fede si è materializzato nel gruppo nel corso degli anni)”. Mentre all’orizzonte sorgeva un nuovo giorno, una delle epopee della band si era appena conclusa, in modo trionfale e per sempre. L’era dei Judas Priest “classici” era compiuta.

Autore: Aleš Podbrežnik, 2002

Tracklist:
1. Painkiller
2. Hell Patrol
3. All Guns Blazing
4. Leather Rebel
5. Metal Meltdown
6. Night Crawler
7. Between The Hammer & The Anvil
8. A Touch Of Evil
9. Battle Hymn
10. One Shot At Glory
bonus track nella ristampa rimasterizzata del 2002:
11. Living Bad Dreams
12. Leather Rebel (Live)

Formazione:
Rob Halford – voce
K.K Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Scott Travis – batteria


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