Judas Priest – tuono e fulmine degli dèi del metal tra le rovine dell’anfiteatro di Pola (2026)

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2026
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Judas Priest (band di supporto: Jelusick)
martedì 25 agosto 2026, dalle 20.30 alle 23.30
Pola (Pula) / Arena / Croazia


La storia dei Judas Priest che, 57 anni dopo la nascita a Birmingham nel 1969, calcano ancora i palchi di mezzo mondo sembra più una trovata pessima che altro. E invece no. Questa band sta in piedi. Conserva tutta la sua potenza. Fa dischi – e per giunta dischi della Madonna! E resta lucidissima, con le idee chiare. Anzi, di più: promette pure un nuovo album. Signori del metal, anzi, ovviamente dèi del metal! Un gruppo di pionieri, fonte d’ispirazione eterna, che dopo tutti questi decenni di attività anche nel 2026 non sa e non può deludere. Nonostante i tanti dubbi (più che legittimi) sul fatto che ogni loro show possa essere l’ultimo, i Judas Priest hanno una risposta chiara anche a questo. Restano una forza della natura anche nell’autunno della loro vita.

Il tour “Faithkeepers” fa il pienone ovunque. I concerti sono sold out. E con questo tour i Judas Priest sono tornati in Croazia solo per la seconda volta, conquistando l’Arena di Pola. Sono tornati dopo 35 anni: la prima volta li avevano visti qui a fine febbraio 1991. Allora fu Zagabria, il giorno dopo il concerto a Lubiana. Ed era quel famoso tour di “Painkiller”. Il ritorno di leggende imponenti, che negli anni Settanta hanno scoperto l’heavy metal e lo hanno messo sulla mappa del mondo, prometteva quindi una vera festa. Fiumi di magliette nere sono arrivati all’Arena da ogni dove. Già alla periferia di Pola, mentre guidavi, notavi gruppetti di gente che sapeva benissimo dove avrebbe passato la serata. Al casello, subito prima dell’uscita per Pola, dove la gran parte della coda e degli ingorghi la facevano ancora i turisti, vedevi in mezzo un sacco di targhe da tutta la Croazia, e dalle macchine (a finestrini abbassati) rimbombavano le marcette dei Judas Priest.

E poi è arrivata la pioggia. Di nuovo. Era l’unico giorno della settimana con le previsioni brutte. Eppure. L’Istria intera sotto i nubifragi (parlo anche della parte slovena)! E Pola, che sta nel sud della penisola? Se l’è cavata piuttosto bene per tutto il giorno. Più che altro è stata ‘leccata’ e allagata tra le sette e le otto, mentre noi due ci scaldavamo tranquilli e all’asciutto, non lontano dall’Arena, con un giro o due di birra. Il temporale, che minacciava di continuo da nord, alla fine se n’è andato, ma quell’acquazzone breve ha comunque allagato per bene l’Arena e tutto è slittato di mezz’ora. I Jelusick sono quindi saliti sul palco alle otto e mezza, mentre fuori dall’Arena c’era ancora un mare di gente in attesa di entrare. L’esibizione dei Jelusick ce la siamo quindi sentita solo ‘alla meno peggio’, cioè ‘da fuori’ e con ‘mezzo orecchio’. Dino e soci li becchiamo dal vivo un’altra volta. I Jelusick suonano un sacco nella nostra regione, e i due album che hanno pubblicato sono ottimi. Dino è un cantante stimato e richiestissimo in tutto il mondo, e la band, con un frontman così, è in forma smagliante.

Alle nove e mezza, però, si è fatto sul serio. Dopo l’intro registrato, il sipario con il motivo del tour “Faithkeepers” è caduto e la band ha attaccato subito con un classico di “Screaming For Vengeance” (1982), You’ve Got Another Thing Comin’, e ha spiazzato tutti, perché per anni il gruppo aveva tenuto proprio questo pezzo per la coda dei suoi concerti! In apertura i quattro musicisti stavano uno accanto all’altro, guardando il palco in profondità, e dietro di loro, sulla fortezza della batteria, rialzato su una pedana, il grandissimo Scott Travis. Sembravano una squadra di hockey pronta a sparpagliarsi in un attimo su tutta la pista di ghiaccio. E così è stato. Faulkner e Sneap ognuno sulla propria posizione (sinistra e destra), e sul proscenio, a marciare per tutto il campo visivo, uno e uno solo: Rob Halford! Il grande Rob Halford, che proprio il giorno del concerto all’Arena di Pola ha compiuto la bellezza di 75 anni. Rispettabilissimo. Quando vedi sul palco questa persona incredibilmente carismatica, ti prende un brivido. Rob si è tolto presto gli occhiali da sole e, col suo modo di istigare il pubblico così tipico, ha civettato di continuo con la folla. Ora a sinistra, ora a destra, poi di nuovo al centro. Il palco era tutto suo. Per la sua età canta in modo incredibile. Tutte le parti essenziali dei pezzi, quelle che fanno del metal quello che è proprio grazie alle sue peculiarità vocali, anche nel 2026 le canta molto, molto bene. Il che vuol dire che prende ancora quelle sue note altissime inconfondibili. Lo sapete. Halford fa parte di quei cinque cantanti che hanno definito la voce dell’heavy metal per un’intera generazione. Gli altri quattro sarebbero: Dio, Lemmy, Ozzy e Udo Dirkschneider. Tutto quello che è venuto dopo, cercando poi altre vie espressive, è stato più o meno solo abbaiare e strillare. Un omaggio alla leggenda. Un grande omaggio. Già nel 2012, quando a inizio maggio eravamo al tour di “Epitaph” e li abbiamo beccati a Linz, in Austria (allora ancora con Tipton in formazione – RockLine recensione del concerto), si respirava l’aria dell’addio. La sensazione di vederli per l’ultima volta. E invece ora, a più di 14 anni di distanza, sono ancora lì sul palco a far felici le orde dei fedelissimi con i grandi classici dell’universo heavy metal.

Stavolta i Judas Priest hanno preparato una scaletta da cui capisci davvero quali epoche della loro carriera il gruppo considera fondamentali. Anzi, di svolta. “British Steel” del 1980 – Richie Faulkner era appena nato – è di nuovo il disco più rappresentato: oltre ai tre standard che non possono mancare a un concerto dei Priest (Breaking The Law, Metal Gods (con la marcia robotica di Halford) e la festaiola Living After Midnight in chiusura), a metà show ci hanno regalato una chicca del repertorio, Steeler, tornata dopo tanti anni anche sui palchi europei! Due ore scarse di concerto sono poche per scegliere il repertorio, se sei i Judas Priest. Eppure si sentiva l’evoluzione del suono della band soprattutto con l’immancabile Victim Of Changes (Halford l’ha urlata in modo splendido, per la sua età), poi con la cattivissima The Ripper (entrambe da “Sad Wings Of Destiny”, 1976) e poi con la ‘semplificazione del comporre’, percepibile per la prima volta su “Killing Machine” (1978), con le assassine Delivering The Goods e Hell Bent For Leather (Halford è entrato sul palco in moto e ha cantato tutto il pezzo in sella). Gli anni Ottanta stavolta hanno avuto meno spazio, anche se la band si è fatta perdonare con l’indimenticabile The Sentinel (“Defenders Of the Faith”, 1984), mentre Electric Eye resta nel repertorio come standard obbligato di ogni scaletta del gruppo. L’Arena di Pola è andata letteralmente in fiamme tra tutte le emozioni quando i Priest hanno attaccato Painkilller, attesissima per tutta la serata, dall’omonimo album. È un conglomerato mostruoso dell’universo heavy metal, che occupa un posto speciale nell’opera del gruppo e ancora oggi è uno dei documenti più ispiratori del mondo metal, da cui attingono di continuo nuove e nuove generazioni di metallari. Anche senza materiale più recente – quello dell’era ‘Richie Faulkner’ – non si poteva! Due pezzi da “Firepower” e uno dal nuovissimo “Invincible Shield”. Stilisticamente tutti e tre si incastrano alla grande in tutto ciò che immagini sotto il nome Judas Priest. C’è ovviamente anche Turbo Lover, a ricordarci che i Priest per tutti gli anni Ottanta hanno continuato a sviluppare il loro suono e poi… Ah, certo – sarebbe un peccato non dirlo, c’è anche l’altra chicca! Il pezzo migliore dell’album un po’ più “morbido” della carriera dei Judas Priest, cioè “Point Of Entry” (1981), da cui è rimbombata la fenomenale Desert Plains, dove ancora una volta ha brillato, con la sua precisione maniacale e la sua potenza, l’incredibile Scott Travis.

Sull’affiatamento non vale la pena dilungarsi. Come pure sul suono di quella sera. Eccezionale. Se ci aggiungi un posto strapieno, con una folla che letteralmente urla, sente e respira ogni nota e ogni colpo della band sul palco, un’esperienza così è difficile da descrivere con due parole. A differenza del concerto del gruppo all’Arena Stožice di Lubiana il 12. 7. 2022, quando il posto era mezzo vuoto (RockLine recensione del concerto), Pola ha regalato tutta un’altra esperienza. Un’esplosione indimenticabile di passione ed emozioni, in un’arena aperta, stracolma e bagnata fradicia, ma che ribolliva letteralmente come un vespaio. E la band si divertiva da matti. Tra i giochi di luce scenografici, le scenografie sullo sfondo, l’indistruttibile comandante Halford alla testa di un’istituzione leggendaria e, ovviamente, un’esecuzione affilata come un rasoio e dentata come una sega, l’incontro con i Priest all’Arena di Pola entra di diritto nella categoria delle esperienze live indimenticabili e uniche. Un concerto che ti carica di energia, un concerto che finisce troppo presto e dopo il quale pensi già a quanto toccherà aspettare per il prossimo. Questo conferma una cosa sola. Che i Priest, anche dopo tutti questi anni giganteschi, non mostrano nessun segno di cedimento o stanchezza. Anzi, danno l’impressione di una band giovane a inizio carriera. Ma non corriamo troppo. Gli anni sono anni. Può darsi che i Priest all’Arena di Pola li abbiamo visti per l’ultima volta. Le leggende sono leggende. Già da un pezzo, come qualche altro loro coetaneo, hanno raggiunto, allungato e di gran lunga superato l’età pensionabile. Ma invece di stare a casa a fare i nonni, Halford e Ian Hill, due zii indistruttibili, in compagnia del pur più giovane Scott Travis e, per l’età, di due “figli adottivi” in squadra – i chitarristi, quelli a cui dai del lei – Andy Sneap e il particolarmente brillante Richie Faulkner, continuano a farci divertire. Si godono la vita. Si godono semplicemente il momento, e non solo sul palco, ma anche in studio. Come detto. Un nuovo album dei Judas Priest è nelle fasce, il che significa che la band non si ferma. Ah, un ultimo dettaglio. La maggior parte degli assoli li ha suonati Richie Faulkner. Anche i più ‘sudati’, che negli originali sono divisi tra Tipton e Downing. A partire da tutto il condimento solistico del classico Painkiller. Sneap è passato in primo piano solo di rado: a lui è toccato, per esempio, l’assolo in tapping di Hell Bent For Leather.

Lo ripeto. Il conto alla rovescia per il prossimo incontro con la band è partito. Anche se i Judas Priest possono ritirarsi quando vogliono in una pensione più che meritata, a Pola il gruppo non solo ci ha convinti che la bestia ha ancora fame di sangue, ma alla fine di un’esibizione splendida ci ha salutati con la scritta d’incoraggiamento “Priest Will Be Back”. Le sue intenzioni future sono quindi svelate. E che restino così. Il più a lungo possibile.

Autore: Edita Klemen & Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Judas Priest – scaletta:
War Pigs (orig. Black Sabbath)/Faithkeepers – intro registrato
1. You’ve Got Another Thing Comin’
2. Metal Gods
3. Breaking the Law
4. The Ripper
5. The Sentinel
6. Desert Plains
7. Lightning Strike
8. Turbo Lover
9. Steeler
10. Delivering the Goods
11. Panic Attack
12. Victim of Changes
13. No Surrender
14. Painkiller
15. The Hellion
16. Electric Eye
17. Hell Bent for Leather
18. Living After Midnight


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