Judas Priest: Turbo

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Etichetta: Columbia Records
Data di uscita: 14 aprile 1986
Produzione: Tom Allom
Durata: 40.58 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 7.5/10


Questo disco è davvero duro da digerire, soprattutto se hai la testa piena del nome Judas Priest e dei predecessori di “Turbo”. Ma chi riesce a saltare questo ostacolo ne resterà semplicemente stregato. Di fatto, la rivoluzione dei sintetizzatori, con i loro tasti colorati e le lucine che lampeggiano, era già saldamente piantata nella musica commerciale, e i musicisti pop, da Duran Duran a Michael Jackson, ci avevano ormai preso la mano da veri maestri. Prima o poi la tendenza doveva contagiare anche le band metal e a metà anni Ottanta i metallari hanno cominciato a studiarsi con grande entusiasmo l’uso dei synth.

Nemmeno i Judas Priest, che hanno sempre sorpreso col coraggio di sperimentare “l’ignoto”, potevano sfuggirgli. Per la quantità di esperimenti musicali di ogni tipo che ha attraversato prima di nascere, “Turbo” è sicuramente al primo posto nella storia della band! Sbagliato guardare a questo album come a una mossa puramente commerciale: personalmente ci vedo semplicemente coraggio e la nascita sincera di nuove idee creative, che i membri della band in quel periodo tiravano fuori a getto continuo. “Turbo” è forse un interessante ibrido primordiale di pop/metal? No, no. È solo che lo shock all’uscita del disco fu così grande da scatenare nei media un’esagerata sensazionalizzazione, che ha sollevato ancora più polvere tra la gente, e da allora, purtroppo, alla parola “Turbo” si associano spesso, senza alcun bisogno, aggettivi di ogni genere e specie. “Turbo” è davvero un capitolo a sé, ma alla base resta sempre heavy metal al 100%!

Più che il modo in cui i sintetizzatori sono usati, quello che respinge buona parte del pubblico è che questo salto di qualità semplicemente non è stato capace di accettarlo, afferrarlo o capirlo. Sul “Turbo” i Judas Priest non erano più quelli che bruciavano tutto, segavano e infuriavano in modo selvaggio, hanno anche cambiato il nero del cuoio con un cuoio dai colori più sgargianti e hanno cominciato a truccarsi in stile glam, le acconciature sono diventate cotonate, e Dave e K.K. si sono addirittura concessi la permanente. I testi apocalittici hanno lasciato il posto alla poesia d’amore. Tutta la faccenda dei Judas Priest sapeva incredibilmente di glam e di pompa!

Già i due singoli atipici, la “dolce” Turbo e la ultraleggera Parental Guidance, usciti prima dell’album “Turbo”, lasciavano intuire ai fan della band che stava bollendo in pentola qualcosa di molto sospetto. E infatti al metallaro, nel 1986, è mancato poco che gli venisse un colpo: tutto su di giri, uscito dal negozio con l’ultimo vinile della band sotto il braccio, è corso il più in fretta possibile al suo giradischi per lasciarsi andare al primo ascolto distratto, convinto com’era, con trepidazione, di avere davanti un album tirato come i suoi predecessori “Defenders Of The Faith” e “Screaming For Vengeance”.

L’album si apre con la title track e che apertura! Con l’atterraggio di una flotta di UFO. Shock: all’inizio solo Halford e un siluro di batteria, poi i Priest, furbi, aggiungono giro dopo giro una tavolozza multicolore di suoni del futuro e li incastonano nei loro elementi di classico distorto, così alla fine ne esce un pezzo completamente variopinto. A livello di produzione l’album è, ancora una volta, un salto in avanti. La batteria è ancora più profonda e piena, le chitarre sono perfettamente separate nel suono, e lo stesso vale per il basso. Gli strumenti non si pestano mai i piedi e sono tutti ugualmente espressivi. L’insostituibile Halford, al centro della produzione, è di nuovo espressivo in tutto il suo splendore.

“Turbo” offre un notevole salto nell’atmosfera, che sale di un gradino nella seconda metà del disco. Uno dei momenti più intensi, con il mood alle stelle, è catturato nel dramma atmosferico di Out In The Cold. I sintetizzatori per chitarra ti fanno capire subito che la tecnologia musicale arrancava dietro alle idee dei musicisti, ma il suono ci porta dritti in pieno anni Ottanta. Insomma, già l’intro oggi suona completamente spoglio e alieno, e per chi è fedele alla distorsione chitarristica anche di cattivo gusto. Per questo è molto difficile sostenere con argomenti solidi la tesi che i sintetizzatori siano stati usati alla perfezione su tutto il disco: senza dubbio su “Turbo” si sarebbe potuto migliorarli di sicuro, anche arrivando a lasciarli fuori in qualche punto (per esempio nell’intro di Out In The Cold). Quanto alla perfezione dei dischi metal con i synth per chitarra, la moda di quei giorni lontani del 1986, gli Iron Maiden con “Somewhere In Time” hanno spianato tutta la concorrenza metal.

Ma torniamo a noi. Out In The Cold per il resto è un pezzo eccellente, carico di tristezza, nostalgia, disperazione. Con un Rob Halford sensuale al centro. Il pezzo è costruito come solo i Priest sanno fare, con una bella sorpresa nella parte strumentale. E che suono glam si portano dietro le batterie nella produzione!!! A questo brano fa da ottimo contrasto, subito dopo, Wild Nights, Hot & Crazy Days, perché ne esce luce da tutte le parti, e Rob cambia il suo approccio sobrio e sofisticato con uno strillare scatenato. L’altro picco atmosferico, oltre a Out In The Cold, è nel pre-ritornello di Hot For Love, che si apre con la linea “Nowhere to run,…”, una bomba che fa venire la pelle d’oca, mentre il culmine del pezzo sta, ancora una volta, nell’inserto strumentale rifinito. Tutto con puro feeling e dando sempre retta al cuore. Il detonatore finale, Reckless, mantiene alto tutto il mood, e non si poteva desiderare una chiusura migliore per il disco.

I due pezzi top del disco sono Locked In, con un fantastico fuoco incrociato di assoli del duo di chitarristi, e Reckless. Gli assoli suonano già in piena sintonia con lo spirito di Ram It Down. I due chitarristi hanno continuato a far crescere il proprio modo di suonare. Con tutta l’unicità che questo duo sprigiona e la continua sperimentazione, si sono costruiti una specie di monumento. Insomma, il suono della produzione negli assoli e lo stile con cui sono suonati sono una vera fuga verso “Ram It Down” (1988). Quindi “Turbo” per loro è solo una tappa di un cambiamento positivo continuo.

Il primo bonus è All Fired Up, un trambusto metal tiratissimo, senza nessun trucco sintetico, e che quindi tira ancora di più verso qualcosa che la band metterà su nastro due anni dopo. È un pezzo più veloce di qualsiasi altro uscito ufficialmente su “Turbo”, ed è proprio strano che la band non abbia deciso di inserirlo nel disco già allora. Sarebbe stato un’ottima variazione e avrebbe contribuito ad alzare la dinamica del disco, dove per numero dominano i pezzi a medio ritmo. Il secondo brano è la versione live di Locked In, che per atmosfera e performance sembra uscita dal tour mondiale di “Turbo”, durante il quale i Priest registrarono il loro secondo album dal vivo ufficiale.

Autore: Aleš Podbrežnik, 2002

Tracklist:

1. Turbo Lover
2. Locked In
3. Private Property
4. Parental Guidence
5. Rock You All Around The World
6. Out In The Cold
7. Wild Nights, Hot And Crazy Days
8. Hot For Love
9. Reckless
tracce aggiuntive nella ristampa rimasterizzata del 2002:
10. All Fired Up
11. Locked In (Live)

Formazione:
Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Dave Holland – batteria


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