Juggernaut: Alpha & Omega

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Autore: Primož Novak

Artista: Periphery
Etichetta: Century Media
Uscita: year_month
Durata: 80:46
Voto: 5/5

Oggi i Periphery sono tra i principali esponenti del cosiddetto genere djent, che si è beccato parecchie critiche dai fan del metal old school, convinti che le band djent riciclino sempre gli stessi riff, costruiti su una sola corda. I Periphery esistevano già prima che il djent diventasse un pomo della discordia. E nel caso dei Periphery queste accuse sono semplicemente senza senso.

Se partiamo dall’inizio, prima del boom del genere e del debutto dei Periphery, la mente del progetto, Misha Mansoor, era solo un ragazzo che pubblicava i suoi demo con il nome Bulb su vari forum dedicati alle chitarre a sette o più corde e alla relativa attrezzatura. Con quei demo Mansoor ha avuto così tanto successo da mettere insieme una squadra per una vera band, la cui formazione è cambiata più volte. Con il secondo album, Periphery II: This Time Is Personal, la line-up si è stabilizzata, con l’arrivo del chitarrista Mark Holcomb e del bassista Adam Getgood (che prima suonava la chitarra nei Red Seas Fire).

Mentre prendeva forma il tanto promesso Juggernaut, la band ha battuto un sacco di tour e intanto scriveva materiale per il disco. La lavorazione è stata così vasta che l’anno scorso il gruppo ha piazzato in mezzo Clear (recensione QUI), un EP sperimentale in cui ogni membro ha contribuito con un brano. Ha fatto capire soprattutto una cosa: quando crea, la band non conosce limiti.

Juggernaut era stato promesso già un anno dopo il secondo album, ma quando la band ha ricevuto l’offerta di un tour con i Dream Theater, il processo creativo si è allungato di brutto, perché i Periphery volevano rifinire tutto meglio e prendersi semplicemente più tempo, ed è stata l’unica decisione giusta. La produzione vera e propria del disco è durata praticamente tutto il 2014. Quando i Periphery hanno finalmente iniziato a registrare, Misha Mansoor ha annunciato: »Spero che amiate gli album lunghi.« Il primo disco durava una settantina di minuti buoni, il secondo un paio di minuti in meno. I sospetti si sono fatti più chiari quando i Periphery hanno annunciato un doppio album.

I doppi album hanno sempre lo stesso problema: è facile che ci finiscano dentro dei pezzi che si potrebbero tranquillamente togliere. E la durata di solito fa sì che il disco si trascini verso la fine e perda la buona impressione iniziale. Insomma, con Juggernaut i Periphery hanno rischiato parecchio. I concept album, oggi, non sono una novità: nella scena prog rock ce ne sono a bizzeffe. In cosa dovrebbe essere diverso il concept dei Periphery, che con musica e testi vogliono costruire un insieme sensato? La risposta è piuttosto semplice. Già nel predecessore i Periphery avevano usato accordature diverse per ogni brano e tutte le combinazioni possibili delle loro chitarre a sei, sette e ovviamente anche otto corde. Così la band ha dato al concept una dimensione più ampia.

L’epopea dei Periphery si apre con il brano tranquillo A Black Minute, che all’inizio, per l’ambient, ricorda i Tesseract, poi guadagna ancora in atmosfera con l’arrivo di chitarre post-rock e tastiere, con la melodia in primo piano. La voce è melodica, ma piuttosto cupa. Con MK Ultra comincia il caos, con l’accento su chitarre atonali che, ovviamente, nello stile Periphery sono accordate bassissime, a dimostrazione che la band non si è allontanata dal djent. La chiusura del pezzo ha un che di scherzoso, con un finale jazz soft che starebbe benissimo nella musica da ascensore. Con Heavy Heart si vede abbastanza chiaramente che la prima parte di Juggernaut è un disco più luminoso. Heavy Heart funziona infatti come un hit dal mood positivo, del tipo che scrivono le band di prog rock moderno alla Coheed And Cambria. Dopo il breve pezzo atmosferico The Event arriviamo a The Scourge, che mostra il talento della band nello scrivere brani basati sul »twist«. The Scourge parte infatti tranquilla, dominata dalla voce delicata di Spencer Soltelo, poi arriva una parte più aggressiva, che a sua volta sfocia in un passaggio calmo e non distorto, ma subito dopo i Periphery esplodono con chitarre potenti e una sezione ritmica che molla solo alla fine, con un finale piuttosto sdolcinato che porta il tutto in Alpha, che dopo l’intro »Atari« picchia con riff catchy e un ritornello ancora più in evidenza. Alpha è il pezzo più pop dell’intero lavoro, con la struttura più semplice. 22 Faces ha una base simile, solo che le chitarre sono più potenti e gli assoli più marcati. In Rainbow Gravity i Periphery servono di nuovo caos, con il sestetto impazzito che sciorina riff caotici alla Meshuggah e una voce infuriata. Ma verso la fine il caos si calma e la voce torna melodica. Segue il breve strumentale Four Lights, in cui la band non fa altro che mostrare la potenza dei suoi strumenti con una serie di breakdown poco convenzionali. Juggernaut: Alpha si chiude con l’epica Psychosphere, che contiene una botta lenta, voce melodica, ma anche caos sincopato, una sezione ritmica folle e un’atmosfera morbosa sul finale.

Il finale è promettente, ma di sicuro non basta. E per fortuna c’è ancora la seconda parte dell’epopea, intitolata Omega, che rappresenta il lato più oscuro del concept Juggernaut.

Dopo il breve e delicato brano Reprise, Omega porta l’ascoltatore dritto in The Bad Thing, che picchia con un riff pieno di groove e si calma con il ritornello, ma in The Bad Thing ci sono parecchie sorprese, dovute alla struttura insolita. La ballad Priestess è probabilmente il pezzo più sdolcinato dell’intero lavoro. Ci contribuisce l’intro con la chitarra acustica. Qui i Periphery mostrano senso della melodia, ma con l’elettronica spezzano la monotonia della ballad convenzionale. Segue un cambio totale con il pezzo veloce Graveless, brutale e tecnico, e come extra i Periphery aggiungono pure un assolo jazz che suona un po’ comico. D’altra parte è solo un’ulteriore prova che ai Periphery piace lavorare »outside the box«. Con il brano successivo, Hell Below, la band conferma definitivamente che Omega è davvero il lato oscuro di Juggernaut. Hell Below, con la sua lentezza sludge costruita sulla chitarra a otto corde, regala al concept morbosità e oscurità. Ma i Periphery non chiudono qui la loro epopea: subito dopo arriva il pezzo più complesso e vasto, Omega, che dura quasi 12 minuti. In questo lasso di tempo i Periphery dimostrano di essere al culmine delle proprie forze. Il brano è pieno di svolte folli, di riff ce ne sono a tonnellate. Dopo una breve introduzione al pianoforte i Periphery colpiscono senza compromessi, e lo si vede dalla complessità e dalla brutalità. Anche la voce è arrabbiata, seguono parti più melodiche, e la voce torna melodica. Verso la fine del pezzo, dopo una piacevole parte calma e ambientale con un assolo »da feeling«, compare il ritornello di Alpha, qui con una linea vocale e di chitarra diversa, che suona perfino più emotivo. Omega si chiude così con un breakdown potente, che porta il tutto fino all’ultimo brano, Stranger Things. Con Omega i Periphery avrebbero potuto semplicemente chiudere l’album. Il culmine era stato raggiunto. La varietà di Omega, con la sua maestosità, rivaleggia con Racecar del debutto, finora nota come il pezzo più particolare dei Periphery per la durata (15 minuti) e la progressività. Ma Omega, a modo suo, è ancora più succosa. Come detto, per chiudere i Periphery piazzano ancora Stranger Things, emotiva, a tratti complessa e atmosferica. Finisce come comincia il disco, creando così un collegamento sensato tra prima e seconda parte, che dà forma all’insieme Juggernaut.

Anche nel terzo album in studio si vede che i Periphery danno il massimo risalto alle chitarre. Con tre, anzi quattro chitarristi non c’è niente di strano. Ma voci e batteria non restano certo sullo sfondo. Tutto merito dell’ottima produzione, curata stavolta da Adam Getgood, il bassista della band. La produzione delle voci invece l’ha fatta il cantante stesso, Spencer Soltelo, e si sente senza dubbio che stavolta le voci sono le più curate della carriera della band. Le idee di Soltelo si vedono in linee elaborate, in passaggi interessanti tra voce aggressiva e melodica, che a volte sale parecchio. Il suo timbro melodico si potrebbe anche attribuire a una qualche band punk-rock o metalcore, eppure nel frattempo la sua voce è diventata un tratto distintivo degli stessi Periphery.

Sempre in forma eccellente il batterista Matt Halpern, che per questo album ha ampliato il set con qualche tom di passaggio. Il suo stile complesso, però, non è cambiato. Il senso del ritmo di Halpern è eccezionale. Halpern è pieno di trucchi tipici dei mostri sacri della batteria, come Tomas Haake (Meshuggah) e Gavin Harrison (Porcupine Tree). La sua fantasia tocca il culmine verso la fine, in Omega e Stranger Things, quando ha un po’ più campo libero.

Come detto, le chitarre sono le protagoniste della band. Del tutto logico, vista la quantità di post che la band mette sulla sua pagina Facebook per dire la sua sulle nuove chitarre e sull’attrezzatura che riceve da provare. Certo, i Periphery, soprattutto Misha Mansoor, sono dei veri »gear geek«, ma bisogna riconoscere che Misha Mansoor, Jake Bowen e Mark Holcomb conoscono alla perfezione i propri strumenti. Mansoor è noto come principale scrittore di riff, ma stavolta hanno dato un grosso contributo anche Bowen e Holcomb, che hanno firmato pure degli assoli. Negli assoli spicca Holcomb, che nella band ha il ruolo di »shredder« principale. Nonostante le chitarre in primo piano, stavolta ha trovato il suo spazio anche il basso, che grazie all’ottima produzione si sente bene. Adam Getgood, che tra l’altro ha contribuito anche con riff di chitarra, offre pure qualche linea sua che riempie qualche parte calma. Nonostante le accuse, in 80 minuti i Periphery non offrono un solo riff fatto su una corda. Certo, anche stavolta di riff sincopati non ne mancano, ma con tutte le melodie, il groove complesso, i breakdown, le parti non distorte e gli assoli, i Periphery danno all’odiato djent un significato molto più ampio.

Juggernaut è l’album più rifinito e più ingegnoso dei Periphery. Alpha e Omega, che rappresentano yin e yang, si collegano in modo sensato; i testi sono inseriti alla perfezione nella musica, che porta l’ascoltatore in un lungo viaggio pieno di svolte inaspettate.

Con Juggernaut può finire tutto. O anche cominciare. I Periphery hanno infatti mostrato quanto si possa creare per dare un senso al djent. Introducendo altri generi, come metalcore, progressive rock, jazz, anche post-rock e così via, hanno aperto dimensioni eccezionali, che non tutti i generi possiedono. Può rappresentare tutto ciò che nel djent è possibile raggiungere. Oppure, a forza di sperimentare, si può aggiungere ancora qualche dimensione in più. In ogni caso, si spera che questo album faccia da esempio a tutte le altre formazioni djent che hanno preso la cosa nel modo sbagliato.

Formazione

Misha Mansoor – chitarra

Jake Bowen – chitarra

Marc Holcomb – chitarra

Spencer Soltelo – voce

Matt Halpern – batteria

Adam “Nolly” Getgood – basso

Produzione

Adam “Nolly” Getgood

Tracklist

Juggernaut: Alpha
A Black Minute (4:16)
MK Ultra (2:50)
Heavy Heart (4:22)
The Event (1:45)
The Scourge (5:36)
Alpha (5:31)
22 Faces (3:52)
Rainbow Gravity (4:39)
Four Lights (2:18)
Psychosphere (6:16)

Juggernaut:Omega
Reprise (1:25)
The Bad Thing (5:54)
Priestess (5:04)
Graveless (3:56)
Hell Below (3:43)
Omega (11:44)
Stranger Things (7:35)

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