Revolution Saints
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Revolution Saints
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2015
Durata: 53:22
Voto: 4/5
Cosa succede se tre pesi massimi dell’hard rock, per non dire veri titani del genere, uniscono le forze? Deen Castranovo, batterista dei campioni dell’AOR Journey, poi Doug Aldrich, attuale chitarrista dei Burning Rain ed ex chitarrista di DIO, Whitesnake e roba che manco finisco di elencare, e infine Jack Blades, bassista e cantante di un altro storico veterano dell’AOR »west coast«, i Night Ranger. Una combinazione folle.
Hanno scelto il nome Revolution Saints, che è anche il titolo del loro esordio in studio. I pezzi sono ben 12. Ci sono diversi fattori che, in un tempo quasi da record, hanno portato alla nascita lampo del disco: esperienza, chilometri sulle spalle, rodaggio e, sopra ogni cosa, lo straordinario talento compositivo di tutti e tre i musicisti, che lavorando insieme hanno creato una chimica creativa fuori dal comune. Ci hanno messo del loro anche due ospiti, membri dei Journey: il cantante Arnell Pineda e, ovviamente, uno dei chitarristi più affascinanti dell’era rock, Neal Schon.
L’album »Revolution Saints« è quello che richiama più di tutti la musica dei Journey. La componente melodica e il fiuto per le melodie sono eccezionali. Immagina una versione decisamente più dura dei Journey, dove al posto degli assoli razionali e stilizzati di Neal Schon, che dosa le note con grande attenzione e ama cavalcare i bending, passano in primo piano gli scatenati vortici di scale a velocità infernale del purosangue dal sangue caldo Doug Aldrich; anche le frasi di chitarra in produzione sono un po’ più taglienti, e gli arrangiamenti di tastiera stavolta hanno un ruolo subordinato. C’è poi un altro fattore importantissimo che alimenta di continuo le associazioni con i Journey: la voce di Deen Castranovo. A tratti è velenosamente simile a Steve Perry e ad Arnell Pineda, tanto che a volte viene da chiedersi perché i Journey abbiano davvero bisogno di Arenlla Pinedo, visto che Deen potrebbe cantare tutte le parti vocali al posto loro. Dream On è già spudoratamente troppo simile ai Journey. Il ritornello dell’iniziale Back On My Trail ti dirà tutto in proposito.
I ritornelli sono pomposi all’estremo, incredibilmente rapaci nell’effetto della melodia. Se nessun’altra lo farà prima, Locked Out of Paradise di sicuro ti si infilerà sotto pelle in un attimo e ti stregherà con la sua passione. Il trio suona con un’energia e una passione straordinarie. Lo stesso vale per tutte le parti dei cantanti, soprattutto Deen! I pezzi sono intagliati secondo la maniera old school di comporre nell’AOR. Due strofe, ritornello, spesso in combinazione con un pre-ritornello di passaggio, un mid-eight e la ripetizione dell’ultimo ritornello. Niente Einstein. Tutto è subordinato al senso della resa melodica ottimale, che ti si pianta sotto pelle all’istante. Aldrich poi impazzisce senza freni negli assoli. Raramente in carriera il chitarrista si è trovato in sfere così estremamente melodiche come quelle dei Revolution Saints, per cui stavolta il soliare è stato per lui una sfida artistica ancora più grande.
Ci sono però pezzi in cui le influenze delle band madri dei tre musicisti si esprimono in pari misura: Stranges to This Life e subito dopo Better World sono così, e anche la malinconica Way to the Sun, più un punto decisamente cupo del disco, che si trova poco prima della chiusura. È How To Mend A Broken Heart, dove il riff d’apertura di Aldrich ha un impatto nettamente devastante, con un’anima metal risvegliata. Curioso, però, che in Way to the Sun, dove Blades canta la voce principale, entri nell’assolo di chitarra l’ospite Neal Schon. È curioso perché questo pezzo è costruito in modo da starci meglio in un disco dei Night Ranger che dei Journey, il che è una deviazione stilistica gradita rispetto al resto del materiale. Qui a fare da “ossatura chitarristica” è Doug Aldrich.
Il problema di questo album è che è troppo bello, o meglio che di fatto non ha difetti. Cosa significa? Deen Castranovo con la voce ricorda Perry e Pineda, nel disco ospita Pineda e, per finire, perfino i momenti in cui entra Jack Blades, che ha un altro stile vocale, nei duetti di due brani con Castranovo vengono tirati verso il sound »alla Journey«. Come se si fossero messi d’accordo prima. Il risultato è che le voci si somigliano troppo tra loro. Può dar fastidio a qualcuno, a molti. A me, per esempio. In realtà non vedo il senso di avere Pineda ospite, perché lui e Castranovo sono troppo simili per interpretazione e timbro. La band avrebbe dovuto cercare contrasti vocali, visto che invitava ospiti, e sfruttare più spesso anche l’ottima voce di Blades, cosa che avrebbe di sicuro dato un’ulteriore, gradita varietà alle atmosfere dei pezzi. Oppure dire semplicemente che canta tutto Castranovo e punto, e allora tutto questo filosofare in questo paragrafo non ci sarebbe stato.
Forse sorprende la somiglianza fin troppo marcata di questo album con i Journey, che non ti aspetteresti così, ma non c’è assolutamente nulla di male. »Revolution Saints« è infatti un album bellissimo e curatissimo. Ha una produzione viva e dinamica, un cantato eccezionale, un’esecuzione sentita che ti afferra al primo ascolto, una vivacità continua nei motivi principali. È il lavoro brillante di tre musicisti eccezionali che hanno trovato una straordinaria »sintonia« reciproca, quindi speriamo che non sia solo un progetto nato per un unico album in studio, ma che ne seguano altri.
Formazione
Deen Castronovo – voce, batteria
Jack Blades – basso, voce in Turn Back Time & Way To The Sun
Doug Aldrich: chitarra
MUSICISTI OSPITI:
Alessandro Del Vecchio – tastiere, cori, voce in Way To The Sun
Arnel Pineda – voce in You’re Not Alone
Neal Schon – assolo di chitarra in Way To The Sun
Produzione
Alessandro Del Vecchio
Tracklist
1. Back On My Trail
2. Turn Back Time
3. You’re Not Alone (Feat. Arnel Pineda)
4. Locked Out Of Paradise
5. Way To The Sun (Feat. Neal Schon)
6. Dream On
7. Don’t Walk Away
8. Here Forever;
9. Strangers To This Life
10. Better World;
11. How To Mend A Broken Heart
12. In The Name Of The Father (Fernando’s Song)