Kansas

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Kansas
Etichetta: Epic Records
Uscita: 1974
Voto: 4/5

Mentre in Gran Bretagna il rock progressivo all’inizio dei ’70 viveva il periodo del suo massimo splendore e del suo successo commerciale, e i nostri vicini occidentali sfornavano un bel po’ di gruppi prog di culto, lo stesso non si poteva dire per la culla tradizionale del rock, gli USA, dove le band prog locali, quasi tutte senza eccezione molto oscure, si ammazzavano di fatica senza successo per sfondare commercialmente. Il pubblico americano, a parte il rispetto per la maggior parte dei titani prog britannici, all’epoca era piuttosto sordo ai progsters di casa, che per tutto quel tempo dovevano masticare amaro e suonare in ogni buco. Questo trattamento da matrigna andava avanti nonostante il fatto che l’America negli anni ’60 avesse regalato parecchi pionieri prog importanti, con in testa Hendrix, Vanilla Fudge e Iron Butterfly, e che grazie a Miles Davis fosse diventata col tempo la principale incubatrice di gruppi jazz rock fusion innovativi, per non parlare delle imprese immortali del grande Frank Zappa, per alcuni addirittura il padre del rock progressivo. Il prog è rimasto così, fino a metà anni ’70, un genere musicale tradizionalmente britannico, e niente lasciava pensare che il più grande mercato musicale sarebbe riuscito a presentare una band capace di misurarsi alla pari con i colleghi britannici per innovazione, virtuosismo e personalità.

In questo ambiente tutt’altro che accogliente verso gli innovatori di casa è piombato del tutto a sorpresa un sestetto di Topeka, impolverata dalla sabbia del deserto, che ha preso il nome dallo stato federale del Midwest in cui nasceva. Fino ad allora quello stato era conosciuto soprattutto per i vari western e per il film Il mago di Oz (il nome Kansas deriva in realtà dalla tribù indiana dei Kansa, a cui era legato anche il soprannome “popolo del vento del sud”; più tardi sarebbe diventato il titolo di uno dei classici dei Kansas, “People Of The South Wind”).

La formazione che ha registrato il debutto omonimo era in realtà già la terza della loro storia e, con gli anni, si è affermata come la più amata dai fan. Era una specie di fusione tra la precedente versione dei Kansas guidata dal virtuoso della chitarra Kerry Livgren (molti anni dopo da quella seconda versione dei Kansas è nata l’attuale band di Livgren, i Proto-Kaw) e la band White Clover, guidata dal tastierista e cantante Steve Walsh. I White Clover erano più vicini al rock sudista tradizionale alla Lynyrd Skynyrd che al rock progressivo, ma l’eredità di Walsh si è comunque rivelata un bonus. Nello scrivere e creare gli arrangiamenti sinfonici, Livgren e Walsh si sono alternati fin dall’inizio, perché erano entrambi ottimi tastieristi. Mentre Walsh col tempo prendeva in mano le redini come tastierista principale, Livgren trovava un solido appoggio anche nel chitarrista ritmico Rich Williams. Ai vecchi compagni di Livgren, il batterista Phil Ehart e il bassista Dave Hope, che formavano una delle sezioni ritmiche più movimentate del rock americano di allora, si è unito anche Robbie Steinhardt, maestro del violino elettrico, che ha portato quell’elemento chiave che ha reso i Kansas riconoscibili da lontano e allo stesso tempo incredibilmente britannici nel suono.

Nella loro musica i Kansas mescolavano varie influenze dei classici progsters sinfonici britannici dei primi anni ’70, con in testa i Genesis e gli Emerson, Lake & Palmer, alcune finezze del blues rock e dell’hard rock (qui come influenza chiave spiccano senza dubbio i Deep Purple) e, in misura minore, anche influssi di boogie di casa loro. Dai grandi nomi britannici hanno imparato a costruire arrangiamenti sinfonici magniloquenti, complessità e cambi di tempo insoliti, e li hanno mescolati con un po’ di rock che veniva dalle loro parti. Il suono dei Kansas si distingueva in modo importante anche perché sapevano usare il violino nella loro musica come riuscito a pochissimi contemporanei prog: diventava uno strumento del tutto alla pari, se non addirittura centrale, della loro tavolozza sonora (anche qui hanno imparato parecchio dai King Crimson e dalla Mahavishnu Orchestra). Livgren e Walsh si sono imposti subito come autori chiave di musica e testi. La differenza tra i loro due modi di concepire la musica in “Kansas” è sempre ben chiara, anche se in seguito il confine si sarebbe fatto sempre più sfumato. Mentre Walsh qui era ancora visibilmente sotto l’influsso “cowboy” della sua band precedente e tendeva ai pezzi più brevi, le creazioni di Livgren erano nettamente più “britanniche”, cioè più complesse e lunghe, e anche nei testi dominava una buona dose di misticismo e di influssi delle religioni orientali, piuttosto insoliti per la mentalità americana. Livgren studiava con entusiasmo le caratteristiche di queste ultime prima della sua conversione a “cristiano rinato”.

Già il debutto omonimo ha tracciato il loro stile inconfondibile, basato su una combinazione audace e colorata della chitarra affilata di Livgren, dei suoni classicheggianti del violino di Steinhardt e dei magniloquenti arrangiamenti sinfonici di Walsh alle tastiere, per non parlare della sua voce potente ed espressiva, che per ampiezza di gamma era certamente tra le più grandi voci del prog rock di tutti i tempi. La band, nata come ambizioso gruppo boogie/hard rock e costretta per anni a suonare nelle bettole cowboy di provincia, era pronta a conquistare il suolo di casa e poi l’Europa. Le prime influenze boogie qui si sentono ancora in certi punti, anche se restano sempre sullo sfondo di succosi arrangiamenti sinfonici, energici riff di chitarra e magnifiche armonie vocali.

Già l’opener “Can I Tell You”, composizione collettiva, presenta bene la loro miscela unica di prog sinfonico, che si irradia soprattutto dalle parti di violino di Steinhardt e dal suono dell’hammond, e di hard rock-blues con armonie vocali provocanti e riff di chitarra incisivi. I membri della band si sono presentati subito come virtuosi eccezionali, con tanti assoli brillanti sui singoli strumenti. Un inizio solido, che però serve solo da riscaldamento per il meglio, che sta nella seconda parte. “Bringing It Back” è una riuscita cover del noto bluesman J.J. Cale, di cui i Kansas hanno rivoltato a fondo la struttura con assoli infuocati di violino e tastiere. Walsh, qui nel ruolo per lui atipico di cantante blues, se l’è cavata benissimo. Anche in seguito non hanno rinunciato a esperimenti hard rock/blues di questo tipo, che testimoniano bene la loro varietà stilistica. “Lonely Wild” è stata la prima di quelle ballate prog di Walsh da stringere il cuore, che col tempo sono diventate uno dei marchi di fabbrica della band e hanno raggiunto il culmine con l’immortale “Dust In The Wind”. La sua voce potente e carica di emozioni è ulteriormente arricchita da arrangiamenti sinfonici di buon gusto e da armonie vocali. Il brano attraversa parecchi cambi d’atmosfera ambientali.

Segue la prelibatezza sinfonico-pomposa di Livgren, “Belexes”, che col tempo si è affermata, del tutto meritatamente, come uno di quei classici dei Kansas che non possono mancare in nessuna loro esibizione. Questa composizione è impreziosita da passaggi strumentali infuocati e da straordinarie armonie vocali (queste ultime sono competenza di Steinhardt), come quelle che erano di solito tipiche degli Uriah Heep. È difficile evidenziare i contributi virtuosistici dei singoli, perché si concedono qualche assolo incredibile, soprattutto di chitarra e violino. Seguono tre brani in cui Livgren e Walsh hanno unito nel modo migliore le loro forze creative, dando vita ad alcuni dei vertici prog della loro carriera. Il drammatico “Journey From Mariabronn” è uno di quei magniloquenti epici sinfonico-prog che già al primo ascolto capisci essere tra le pietre miliari nella storia della band. Qui si presentano nel modo più bello tutte le influenze dei progsters britannici, e i Kansas si dimostrano allievi incredibilmente bravi. Hanno saputo unire la drammaticità e l’epicità dei Genesis a energiche sfuriate di chitarra, che in seguito hanno influenzato in modo importante anche lo sviluppo del prog metal. Anche stavolta non mancano mai i numerosi arrangiamenti barocchi di tastiere e violino. E la prestazione vocale di Walsh non avrebbe potuto evocare meglio le sensazioni di un viaggio drammatico. Secondo me è stato il primo lavoro pubblicato ufficialmente in cui i Kansas hanno brillato davvero come seri sfidanti dei loro maestri europei e come maestri di innovazione e di quella particolare direzione prog che col tempo ha portato alla nascita dell’arena rock.

Nell’intro dell’ottima e piuttosto gioiosa “The Pilgrimage” si possono ammirare anche alcune improvvisazioni jazz rock fusion, che poi lasciano spazio a un ritmo galoppante, al suono del pianoforte e, come al solito, a una prestazione vocale vissuta fino in fondo. Steinhardt e Livgren si passano gli assoli letteralmente a vicenda, mentre sullo sfondo li accompagna un ritmo dinamico che a volte scivola anche in forme più boogie. Se dovessi cercare qui un’influenza europea, sarebbero senza dubbio i Wishbone Ash. Con “Apercu”, il più lungo epico sinfonico dell’album, prima parte della suite conclusiva in due atti, i Kansas sfidano gli ELP per il titolo di band prog più pomposa di quell’anno. Qui Walsh si ripresenta come un cantante che cambia gamma e timbro di voce con una rapidità incredibile, e dice la sua anche l’ottima armonizzazione di Steinhardt (che ogni tanto si alterna anche alla voce principale). Quest’ultimo coccola di nuovo l’ascoltatore con i suoi passaggi infuocati di violino, che sarebbero piaciuti sicuramente anche a me, il più grande maestro di questo strumento, Jean-Luc Ponty. I cambi di tempo si susseguono spesso alla velocità della luce e all’improvviso la composizione si ribalta nell’epico successivo. Nel capolavoro conclusivo, l’epico ecologicamente sensibile “Death Of Mother Nature Suite”, che prosegue direttamente dal brano precedente, i Kansas confermano definitivamente di essere stati il meglio che il prog abbia mai portato al mondo dall’America e di essersi più che meritati un posto sull’Olimpo del rock progressivo. Qui i Kansas ancora una volta uniscono in modo meraviglioso alcuni dei migliori elementi del prog rock in una combinazione incredibilmente efficace, creando un’atmosfera mistica tutta particolare. Elementi di musica classica e tante energiche parti strumentali, che in seguito hanno avuto un’influenza sul progressive metal, soprattutto l’aggressivo chitarrismo di Livgren, qui si fondono in una meravigliosa armonia. Un dieci pieno e uno dei vertici prog rock della loro carriera, che può essere paragonato quasi alla pari anche all’insuperabile “Magnum Opus” (Leftoverture, 1976).

“Kansas” è stato un debutto eccellente, che ha dimostrato a tutti gli scettici che anche gli yankee sono capaci di creare rock progressivo di prim’ordine, se si trovano insieme le persone giuste e se hanno le visioni giuste, come i signori Livgren e Walsh in questo caso. Insieme ai classici “Song For America” (1975), “Leftoverture” e “Point Of Know Return” (1977), “Kansas” rientra senza dubbio tra i quattro migliori album della loro carriera. Purtroppo spesso ci si dimentica di lui quando si elencano i loro lavori migliori, in parte di sicuro perché non ha avuto lo stesso successo commerciale dei suoi successori. Nonostante la band abbia raggiunto il suo apice prog a cavallo del ’70 con l’uscita di “Leftoverture”, “Kansas” resta un capolavoro trascurato e uno dei migliori debutti prog, che è riuscito subito a presentare alla comunità musicale una band ambiziosa e innovativa, come l’America di allora non era ancora riuscita a produrne, figuriamoci a lungo termine. Almeno altrettanto di culto del contenuto era anche la copertina dell’album, che raffigura il leggendario abolizionista americano John Brown, ritratto mentre incita gli schiavi a ribellarsi contro gli oppressori (quest’ultimo sarebbe poi riapparso più volte sulle copertine di varie compilation dei Kansas). Questa figura storica ispiratrice, che un tempo ha rimesso in piedi gli schiavi ed è diventata uno dei marchi di fabbrica della band, potrebbe servire anche come ottimo paragone con la scena prog rock americana di allora, che i Kansas, come band prog americana di maggior successo, hanno tirato fuori a poco a poco dall’oscurità totale. La scena americana è stata avvicinata all’Europa anche con l’aiuto di gruppi più o meno di culto come i Dixie Dregs, gli Starcastle, gli Happy The Man e, in fin dei conti, anche i (primi) Styx (anche se sul fattore prog di questi ultimi si discute animatamente da una vita). Ci sono voluti parecchi anni prima che un gruppo americano suonasse così britannico e così rifinito come i Kansas sin dagli inizi. Chiedetelo ai loro allievi diligenti, tra cui spiccano i Dream Theater e gli Spock’s Beard.

Formazione

Steve Walsh – voce, tastiere
Kerry Livgren – chitarra, chitarra acustica, sintetizzatore
Robbie Steinhardt – violino, voce
Rich Williams – chitarra ritmica
Dave Hope – basso
Phil Ehart – batteria

Produzione

Wally Gold

Tracklist

1. Can I tell you (3:31)
2. Bringing it back (3:33)
3. Lonely wind (4:15)
4. Belexes (4:22)
5. Journey from Mariabronn (7:55)
6. The Pilgrimage (3:42)
7. Apercu (9:43)
8. Death of Mother Nature suite (7:43)

Durata dell’album: 44:44

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