Kapa Records Festival 2012: anche al secondo giro, niente da buttare

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Luogo: Gala Hala Metelkova
Data del concerto: 18.05.2012
Numero di spettatori: 200
Prezzo del biglietto: 7 € / 10 € il giorno del concerto

Dopo l’anno d’esordio lungo il sentiero del piacere musicale targato Kapa, ogni passo in più è sempre più un pio desiderio, e superare i picchi è roba da far tremare i polsi. Ma la teoria regge anche alla prova dei fatti? Per usare un eufemismo – da quando tre, pardon – ormai quattro anni fa sul palco della Gala Hala ho assaggiato la succosità di Moveknowledgement, Red Five Point Star e We Can’t Sleep At Night, ogni nuova voglia di rivivere la stessa dose di adrenalina rischia di somigliare, più di qualunque altra aspettativa, alla caccia all’estasi irraggiungibile del primo, perfetto nirvana, che però non si fa vedere né ora né mai. Eppure, con appetiti frenati e un sano pessimismo moderato, sono arrivato anch’io al giorno in cui non ho potuto far altro che stare zitto e buttare via tutte le mie vignette pessimiste di onnisciente arroganza, e le munizioni, ovviamente, le ha fornite l’élite appena riunita dell’alternativa slovena: all’evento non si poteva rimproverare proprio niente, o meglio, siamo onesti e restiamo pure un filo critici, quasi niente.

Dopo una settimana di lavoro massacrante, un po’ di relax sotto il palco estivo della Gala Hala ci sta proprio a pennello, e così, nella speranza che la promessa di aria fresca venisse mantenuta, verso il tempio degli orgasmi alternativi si è incamminata anche la nostra piccola ciurma, sempre affamata di sfide (e pure assetata). La line-up prometteva l’accoppiata stiriano-pansovenica dei Coma Stereo, il dissoluto spettacolo dei punk sfioriti che rispondono al nome di Buldogi, la fresca sensazione BeatMyth, dove a ripulirsi intellettualmente i chakra della gola è il mastermind oratorio dei Moveknowledgement, mentre il resto della serata era più o meno un grosso enigma. Nell’elenco, fino a venerdì del tutto anonimi e davvero straordinariamente sovversivi, c’erano Ludovik Material e l’enigmatica sorpresa della serata, venduta come un acquisto assolutamente nuovo dell’etichetta Kapa. A giudicare dall’attuale rosa di nomi e generi che hanno trovato casa sotto il tetto della Kapa, potevamo aspettarci godimento totale e grandi nomi della scena slovena, ma anche sovversione totale e qualche prodotto davvero spiritualizzato, dopo il quale uno potrebbe solo cadere in coma e, nella speranza della redenzione, farsi aprire le vene per abbreviare le pene – eppure la Kapa finora ha deluso raramente. Tutto era possibile e, nonostante le carte scoperte, la serata era tutt’altro che scritta e chiara.

La prima delusione è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Siccome a Lubiana a maggio di solito fa di colpo troppo freddo per bivaccare all’aperto, gli organizzatori hanno spostato tutto nella pancia della spesso fin troppo stretta Gala Hala. Nonostante i timori, però, l’avvio è stato all’insegna di un’inflazione di spazio per ballare e di un deficit di pubblico completamente devoto all’alternativa. Alle nove, o poco dopo, la gente ha cominciato piano piano ad ammassarsi nella Gala, occupando gli angoli sicuri vicino al bancone, mentre i più coraggiosi si sono presi una distanza di sicurezza dal palco, aspettando “skulati” il primo atto della serata. A rompere il ghiaccio della gelata lubianese di maggio sono stati gli atipici alternativi di Maribor, esaltatori di ritmi transgalattici, i Coma Stereo. Il primo contatto dal vivo con la band somiglia al battere ritmico delle nebulose degli dèi psichedelici degli anni Settanta, i Pink Floyd, sulle sponde della quiete post-rock di certi Tangerine Dream (con un pizzico degli sempre attuali Isis e Red Sparowes). Sul lato sinistro del palco si piazza Sašo Stamatovski, ben equipaggiato di moog e sintetizzatori. Il podio centrale spetta a una pletora di effetti analogici, davanti ai quali si mette il riservato chitarrista Tomaž Kurež. Il lato destro è occupato dal bassista dai capelli corti Marko Širec, e nelle retrovie, dietro i tamburi, lo completa in modo massiccio il sognante ritmometro Domen Repnik. Il primo volo lungo la parabola del piacere parte con la title track del disco precedente, Transgalaktika, e la matrice di fondo è servita. I Coma Stereo sono cavalieri cosmici dell’apocalisse post-rock, e più che linee chiare e nette nel suono dominano spesse coltri di nebulose colorate e strati effettati di pura sensualità. La combinazione di delay a profusione, distorsioni delicate con un sacco di riverbero, phaser amorfi e chorus trasforma la chitarra elettrica in un pennello a sei corde che porta alle orecchie la sottigliezza di un sussurro intercosmico; i sintetizzatori non fanno che rinforzare il tutto, mentre i contorni principali si intrecciano sull’ossatura di un basso pulito e dominante. I Coma Stereo srotolano la loro continuazione sciamanica con Jasmin Starwars, un seguito energico del avvio un po’ assonnato. Il ritmo del basso, il tempo di batterie alla NoMeansNo. Il fischiare degli effetti e la bellezza sgangherata delle chitarre alla Sonic Youth risvegliano le passioni e portano tutto a una marcia più alta. Voci non ce ne sono e a nessuno manca niente, e il quadro sonoro, in modo bizzarro e oscuro, ricorda una versione post-rock rielaborata dei Srečna Mladina. Dopo i momenti di una storia recente segue la rivelazione del presente dei Coma Stereo con il brano 1000 Mest. “Pojem v puščavi. / Rišem obzorje. / Tisoč mest,” è l’haiku che Tomaž canta in modo intenso e purificato fino alla confessione, e la narrazione, come se l’avessero scritta con amarezza gli astronauti sopravvissuti all’apocalisse, riporta tutto nelle sfere di un passato apparentemente caotico. Iskra riattualizza ancora una volta Transgalaktika, dopo un breve salto nel vecchio continuum spazio-temporale, mentre con i brani Črna Jutra e Bogomila torna a farsi strada in primo piano l’aspetto più sinistro dei contorni attuali delle Mille Città. I Coma Stereo suonano come l’eccezionale colonna sonora di un film di fantascienza degli anni Sessanta, e la musica è allo stesso tempo più che adatta per ballare e per staccare del tutto il cervello. Dopo un breve applauso di entusiasmo che si risveglia, dalle casse risuonano i dolci toni del divino Kristalni voz. Delicate pressioni sui tasti accelerano il battito del cuore e il chakra del cuore si scioglie del tutto nel dolce picchiettare di tamburi e chitarre ipnotiche. Nell’intreccio entrano gli Hammond, che crescono verso una suspense sempre più fitta alla maniera dei Deep Purple, solo che stavolta non c’è da aspettarsi l’esplosione chitarristica di mille riff. Sui suoni di questi virtuosi del sentire di Maribor si intreccia con naturalezza un nuovo verso della serata, nel brano Vse misli so odveč. “Vse misli so odveč …” Con la mente me ne vado alla deriva così facilmente oltre i confini dell’universo e mi aggrappo al velo degli dèi, potrei continuare questo flusso di parole e non mentirei nemmeno un po’ se dicessi di aver sfiorato almeno un poco la nebulosa dell’eccezionalità divina. Ma che vuoi farci, la fede si spegne e ogni cosa bella trova la sua fine in una chiusura teatrale. Harakiri è l’ultimo momento in cui la sensazione si fa verbo, con versi mistici. “Nirvana je v zraku. Kroži nad Zemljo. Čaka na večnost. Ji je že kdo povedal, da je preveč neba? Nekdo pa poje pesem o Soncu. Isto sonce bo pelo nam. Pripravljen sem prekleti vse, pripravljen sem odpustiti vsem.” Dopo la catarsi ogni parola sarebbe di troppo, ma quello che si è sentito, a suo modo dolce, è stato così indescrivibile che basta dire che i ragazzi hanno soddisfatto tutte, ma proprio tutte le aspettative. E la perfetta eiaculazione di emozioni ha chiuso solo il primo capitolo del festival!

Sul palco sono saliti poi i punk di Moste, i Buldogi. Rianimare il passato punk sloveno è quanto di più vicino a un esperimento alla Frankenstein, e per aroma e suono questa bestia rantola proprio così. Sull’esempio dei Pankrti e dei riesumati Niet, Kuzel e Lublanski psi, anni fa anche i Buldogi hanno deciso di ritagliarsi la loro fetta di torta e, a giudicare dalla quantità di feromoni attempati, l’ode a un momento trentennale della creatività slovena oggi è un po’ stantia e banalmente faticosa. RV Maček con la sua voce roca e la chitarra è tutto fuorché l’idea dello slancio giovanile. Il cantante Damo Zorc cerca di restare in contatto con il nucleo di critica sociale del vecchio passato rivoluzionario alla maniera poco sexy del frontman sfiorito, e quando al tutto si aggiungono le chitarre un po’ scordate di Rok Zupan e il ritmo opportunamente impreciso del duo Janez Fifolt e le (a)ritmie del batterista Blaž Grm, già subito dopo il più grande successo della band, il brano Mi smo (Legende), viene presto la noia, anche se il livello estetico dell’insieme lo descrive eloquentemente già il titolo del disco – Ni lepo. Non dico che i vecchietti del quartiere non abbiano niente da dire, solo che la data di scadenza è in modo doloroso più vicina a un certo Novi (stari) rock che alla mentalità progressista della giovane etichetta Kapa e del suo festival, ma è solo questione di gusti e di adeguatezza. Si tratta forse di ostinazione e di adattamento genetico? Come dopo l’apocalisse sulla Terra resteranno solo Keith Richarrds e gli scarafaggi, così i Buldogi a modo loro sono sopravvissuti a due ordinamenti statali, hanno avuto il loro momento di gloria e attenzione nel nuovo millennio e a modo loro (stantio) propagandano un’immagine idilliaca di tempi ribelli come non lo sono mai stati. I momenti persi ora si possono recuperare anche dopo 27 anni e la storia si può sempre riscrivere, no? La folla lasciata ai Buldogi resta in uno stato di shock semiconfuso, mentre io, a un’immaginaria baldoria, diciamocelo, scappo con la birra in mano all’aria aperta. Il punk è del resto franchezza, sarcasmo, una sana dose di presa in giro, e la sua consapevolezza sociale e la sua critica lasciano intuire che per quanto scritto non dovrebbero esserci rancori troppo seri, no?

Dopo questo atto unico intermedio di rumore musicale o forse extratestuale, si torna allo stato delle onde cerebrali »normali«. Dopo una pausa più breve è arrivato il momento di svelare la sorpresa della serata – l’ultimo acquisto dell’etichetta madre Kapa: il gruppo Ewok. Gli occhi si accendono di gioia e ottimismo quando sul palco sale un trio con una guida spirituale di rango superiore. Dietro le tastiere si mette l’ispirato domatore di ritmi dub, di eccezionali grida elettroniche e della piena spettralità tonale del miglior momento della musica slovena – Miha Šajina dei Moveknowledgement, stavolta in un’incarnazione musicale un po’ particolare. Dietro la batteria si siede il membro della band, il simpatico Luka Kuhar, mentre dopo anni di assenza dai palchi sloveni il suo posto naturale dietro il microfono lo riprende l’ex motore vocale e pendolo di uno straordinario gruppo sloveno che purtroppo ha smesso di esistere – Milan Jerkič, già prima voce dei guerrieri dub dell’alternativa Intimn Frizurn. Il battesimo, ossia il vero primo atto concertistico, la prima riga su un foglio finora immacolato della nuova sensazione da palco e la penetrazione totale nel centro dei cuori degli appassionati sloveni di buona musica possono cominciare. Gli Ewok sono un ibrido atipico di elettronica, ritmi techno e variante organica dub del rock. Sono l’alternativa a tutte le norme incallite e la risposta a ogni supposizione che l’alternativa possa essere solo atonale e, per via dei fitti strati di intellettualità, accessibile solo alle masse. Gli Ewok sono pop e stavolta pop non è un insulto, ma un sincero complimento. Pur essendo una novità assoluta nel cielo musicale sloveno, il trio di veterani della musica si passa il pallone dell’ispirazione in modo così naturale e affiatato come se avesse alle spalle già mille concerti. Il lato sinistro del palco è completamente sotto il controllo del semidio di mixer e tastiere, Miha, il centro del palco, per la sua combustione ventricolare, usa un Milan un po’ invecchiato ma ancora migliorato. Su solide matrici di ritmi e suoni ben ponderati Luka si inserisce con la precisione chirurgica di un cacciatorpediniere intergalattico e il risultato dell’equazione è la sintesi perfetta di tre anime in un’unica forma equilibrata. Dopo il brano d’apertura, adatto a regolare a ritmo di danza la libido collettiva, Don’t Stop, arriva il momento dei supereroi. Oltre a Pacman, nei ritmi da ballo si accende anche il simbolo di Superman, e il conglomerato di ritmica e melodia, tecnicamente perfetto e affiatato, risucchia gli ultimi atomi di scetticismo trattenuto. Gli Ewok sono il nuovo comandamento, e la loro musica è il vangelo di una nuova fede nei miracoli musicali. I ragazzi sembrano cavalieri rodati del rodeo musicale, e nemmeno per un istante si nota la minima deviazione dalla massima della perfezione. Booty smuove anche i culi più cementati, dopo Finacolada nella gola scende un ettolitro di pura succulenta gustosità e di dolcezza pop equilibrata, dopo la quale il diabete non è più una maledizione così grande e sinistra come forse è stato finora. Fin troppo in fretta un eccezionale concerto di grandi momenti e di sequenze piene arriva all’atto conclusivo, Are You Ready, e diciamocelo – non vedo l’ora che i ragazzi servano il primo album vero, solido e di sangue pieno, che migliori e alzi ancora l’offerta dell’etichetta Kapa!

Che dopo i picchi e le cadute visti finora, secondo la logica della probabilità matematica generale, siano possibili solo saliscendi sulla sinusoide della serata lo confermano anche gli elettro-punk Ludovik Material. L’album Passion For Red coincide per caso con il giorno del festival, e la nascita del primogenito del trio lubianese – il mago dei pulsanti elettronici e della chitarra Matija Dolenc, il batterista Jernej Koren e l’energica, eccentrica cantante Tina Perić – porta a Lubiana la propria visione del concetto di Prekmurje Noise Conspiracy. Così infatti si potrebbe descrivere l’atipico disco noise della giovane formazione, descrizione per la quale i Ludovik Material sono descrivibili come una band dove a comandare è un ex produttore di musica trance, un bassista che cerca di suonare la batteria e una cantante che cerca di suonare la chitarra, e il quadro si completa con qualcosa che è tutto fuorché ordinario e facilmente digeribile. In realtà è il fattore shock a scuotere il sistema nervoso centrale con una provocazione espressamente musicale e sonora tutta d’un colpo. L’oratorio musicale è cupo e malinconico fino all’amen, il lato organico, dove gli occhi si incollano all’atipica anti-diva post-punk con calze strappate e trucco sbavato, si stringe la mano in modo così crudo e spietato con la rumorosa elettronica alla Atari Teenage Riot che il risultato può essere davvero ruvido, poco elegante e provocatoriamente abrasivo, uno sfregamento di eccessività caotica. I Ludovik Material sono provocazione e un’autentica esperienza da palco di pura sovversione, che però non è sempre necessariamente innovativa. Con quest’ultima osservazione tocco i pattern ripetitivi, che però non incrinano l’immagine d’urto del trio e a modo loro offrono proprio ai Ludoviki la soluzione per far convivere i Buldogi con gli altri protagonisti. I Ludoviki sono un ponte borgiano tra il mondo dell’organico e dell’inorganico, insomma hardcore digitale, e in un rilievo piuttosto freddo del mondo, in modo rumoroso e quasi industrial, spicca soprattutto il brano Passion In Red. La passione prevale, e Tina, nonostante l’occasionale sensazione di smarrimento sul palco, naviga tra gli scogli dell’autodistruzione e un innegabile carisma scenico. L’estetica di un’interpretazione urbana e morbosa dei tempi e degli spazi delle nostre vite cementate invita nella mente e nel cuore tanto immagini di rivolta e sdegno totali quanto di completo incanto, e i Ludoviki riescono a vivere contemporaneamente su entrambi i continenti divisi del (non) bello. Di bizzarria e cinismo non ce ne manca, e perciò, in modo atipico, è davvero difficile seguire l’insieme con piena concentrazione. Non manca nemmeno la sensazione postmoderna e sinistra di una fine imminente, che spinge il penultimo atto della serata verso la sua conclusione significativa e sostenuta da un bell’applauso.

E dopo uno strano episodio mentale di scissione dicotomica arriva il momento della pacificazione eclettica e dell’estasi definitiva. Che arriva ben oltre la mezzanotte e nelle vesti di un’eccezionale coesione di cavalieri sonici del dub, dell’elettro e della superiorità binaria dal suono duro: la formazione Beat Myth. Per molto tempo non mi sono lasciato incantare dall’elettronica, ma dopo il primo contatto con Chemical Brothers, Massive Attack o, siamo un po’ patrioti sloveni, Moveknowledgement, ogni resistenza al ritmo e all’imperativo della danza è diventata del tutto insensata. L’unico criterio per goderne è, ovviamente, un alto livello di intelletto, di succosità e di cura sonora, perché non è che qualunque scorreggia di sintetizzatore possa permettersi di annebbiare del tutto mente e giudizio già al primo rumore. I BeatMyth sono in realtà l’evoluzione concettuale dell’eccezionale lavoro freestyle del cantante e performer ispirato, rapsodo e viandante N’Toko con DJ Plank Ton (Igor Vuk) e Mike Preeters (nella vita di tutti i giorni e senza alter ego meglio noto come Mitja Pritržnik). Quello che diventa subito evidente è l’inclinazione immediata a tagliare dritto nel vivo e senza preliminari. I BeatMyth penetrano nell’anima da club della Gala Hala con il pezzo di N’Toko Masterplan, a cui i BeatMyth infondono una solidità ancora più tagliente e soprattutto più inflessibile, da mondo postapocalittico. La sintesi suona come cemento armato che nemmeno l’imprevedibilità delle situazioni dal vivo riesce ad ammorbidire. Un tagliente razzo drum&bass dubstep di pura estasi danzante affonda nella terra vergine come un aratro da dieci tonnellate, e il cuore, solcato, si arrende all’algebra binaria del ritmo e alla totale, giocosa indefinitezza, dopo la quale chiunque può diventare solo un fervente seguace e non un critico dell’innovazione elettronica slovena, che supera facilmente anche i confini della nostra proverbialmente limitata gallina. N’Toko porta all’orgasmo con acrobazie linguistiche, gli altri due con una manipolazione sonora ancora più abile. Segue un razzo organico di passione per nulla più dolce con il brano Bondage, perché la mente collettiva possa vedersela con Leviathan. Quest’ultimo è industrialmente calcolatore e sinistro, e più freddo del più duro acciaio. N’Toko è l’oratore di immagini oscure di un magnetismo fobico totale dell’inferno, e lo scontro con le immagini claustrofobiche sfocia nella catarsi con il brano Hands, per il resto un eccezionale singolo dell’ultimo disco degli eccezionali Moveknowledgement. Il pezzo da ballo acquista sottotoni un po’ più sinistri, e nella mia mente si insinuano l’immagine e la visione del Nebukadnezar di un tempo, più oscuro e dal suono più duro. Probabilmente è solo un lampo, perché stavolta l’entità scenica è tutt’altra, eppure il retrogusto dell’Ade non lo lava via tanto facilmente nemmeno la quinta birra … Il primo atto del nuovissimo album in studio Questionable Image lo presenta il brano Arp, che è senza compromessi e duro come l’uccello di Priapo, e il fecondo scintillio dell’intelletto di un acume intergalattico sfocia nel remix del brano Weedmo, in cui già Boltzman aveva dichiarato il suo amore per l’amore del THC – o almeno le mie orecchie hanno colto così un barlume di questo tipo di amore per i prodotti botanici. Your Own Two Heads mi ricorda Zaphod della Guida galattica per gli autostoppisti, e invece di un insensato umorismo da impiccati i BeatMyth tagliano la nebbia del club con il ritmo e le rime affilate di N’Toko. Non sono un esperto di testi, ma l’invito maschile a ragionare contemporaneamente con entrambe le teste offre molti spunti (orgasmici), solo che stavolta, al posto della procreazione, ha prevalso la voglia di ballare e di far esplodere l’universo alla maniera dei Prodigy. L’insieme è tagliente come un razzo elettro-punk dell’acume britannico nell’incarnazione dei Prodigy, e questo non è per forza un male. Anzi! Basta unire i punti sul cielo stellato e il quadro è più magnifico della oscura minimalità nostrana elevata all’ennesima potenza. Connect The Dots è un gioco di ritmo e di break beat che chiunque abbia nove grammi di vita in corpo si farebbe volentieri girare in testa, lasciando che il cuore salga a galla e gridando a squarciagola: »Esisto!«. Il brano Questionable Image, title track del terzo lavoro in studio dei BeatMyth, è il completamento qualitativo delle eruzioni energiche, e la coscienza intanto si è già ben sciolta nel solvente della genialità del cuore, mentre briciole e bollicine d’anima scivolano imponenti attraverso i pori verso l’esterno, perché l’uso degli occhi ha ceduto da un pezzo. Io mi sono abbandonato al ritmo e al tocco delle onde sonore, degli tsunami sonici, ho chiuso gli occhi e sono semplicemente andato alla deriva oltre i confini dell’universo, mentre sotto l’imperativo della piena manipolazione sonora respirava e pulsava tutta la Gala. Il gran finale della serata è stato chimicamente perfetto con il brano Sick e gli ultimi atomi di lucidità si sono dissolti nella tempesta dell’euforia.

Non c’era niente da aggiungere, niente da togliere. La serata e le prime ore del mattino sono state così perfette e completate in modo sublime. La fredda mattina di Lubiana ha abbracciato i rapsodi pensierosi, che a gocce svuotavano lo spazio della Gala, annuendo scossi e felici al fatto che il compito festivaliero della Kapa fosse stato più che soddisfacente e tutti gli appetiti dannatamente saziati, anche se non abbiamo gustato nomi da star né attrazioni da radio. Se saremmo stati in qualche modo più felici altrimenti è il pensiero con cui posso chiudere il mio flusso di impressioni. Non servono risposte a voce alta, perché la domanda è solo retorica … Intanto il conto alla rovescia dei battiti del cuore verso il nuovo festival della Kapa, ovvero la notte delle sorprese infinite, è già cominciato, perché dopo la salita sulle vette dell’estasi totale per la prossima volta serve una dose ancora più grande di droga musicale, così che la vita possa essere più completa. Missione impossibile? Non scommetterei più su quella frase scettica e consumata e su quel ronzino vuoto, perché alla Kapa le sorprese sono sempre possibili. Lo conferma anche la mia standing ovation stavolta e il sincero desiderio di bis e presto – ma non tra tre anni …

 

Scaletta

COMA STEREO:

1. Transgalaktika
2. Jasmin Starwars
3. 1000 mest
4. Iskra
5. Črna jutra
6. Bogomila
7. Kristalni voz
8. Vse misli so odveč
9. Harakiri

BULDOGI:
1. Mi smo (Legende)
2. Dvign glavo
3. Svetilnik stoletja
4. Ta ptič
5. Aroma
6. Slepa ulica
7. Suicid
8. Globalna štala
9. Oda revežu
10. Kolk rabš?
11. Drhal

EWOK:

1. Don’t Stop
2. Pacman-Superman
3. Booty
4. Finacolada
5. Street Light
6. Beat april
7. Are You Ready

LUDOVIK MATERIAL:

1. Intro
2. Passion for Red
3. Gun
4. Almihty
5. Made In
6. Come
7. Večerni program
8. Heart for Sale
9. Kraljević Marko
10. Bis: Večerni program (punk verzija)

BEATMYTH:

1. N’toko: Masterplan (BeatMyth remix)
2. Bondage
3. Leviathan
4. Moveknowledgement: Hands (BeatMyth remix)
5. Arp
6. Boltzman: Weedmo (BeatMyh remix)
7. Your Own 2 Heads
8. Connect the dots
9. Questionable image
10. Sick

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