Kdo miži, chi ha paura dell’uomo nero? (2014)

0 9

Luogo: Orto Bar, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 24.01.2014
Presenze: 40 – 50
Prezzo del biglietto: 6 € / 10 € (album incluso)

È dura partorire qualcosa di proprio e poi, dal riparo sicuro del proprio garage, rifugio antiaereo o qualsiasi altro buco per le prove, condividerlo con il mondo. Prima sotto forma di concerti, poi anche di disco, davanti al quale i sedicenti intenditori ed »esperti« di solito si spaccano in due fazioni: da una parte quelli che nella tua creatura trovano il seme, la scintilla d’ispirazione, i lati positivi, l’eccezionalità e la dolcezza, dall’altra gli altri, quelli più frustrati e inaciditi, che spargono filamenti di negatività capaci di ammazzare la voglia di crescere e sbocciare. Io sono sempre aperto alla diversità e a ciò che è diverso: dopo il diluvio e la parata di rimatori blink-blink, di oscuri propagandisti della sotterraneità gangsta di Slovenia e del mondo, e dopo le rare perle d’intelligenza come, per dire, N’Toko, Trkaj, qualche Klemen dalla lingua tagliente elevato al quadrato o i più galanti coltivatori di rime pesanti senza parolacce Murat e Jose, dopo tanto tempo è arrivato il momento di darci una ripulita a orecchie e anima, dopo Kocka e Pasji kartel, con un altro po’ di hip-hop non troppo purista dalle parti di Tržič. A dire il vero i T.M.S. Crew (The Masta Skillz Crew), con i loro freschissimi tre anni di esistenza, li piazzerei piuttosto nella zona grigia di un pop progressive raggae-jazz-funky-rock con un flusso verbale di idee, critiche e ispirazione rimata a ruota libera davvero curatissimo, più che spacciarli per qualcosa di così sacrilego per Rockline come l’hip-hop duro (anche se io stesso sono un sostenitore pure di quello, ma solo se è potente, pieno di contenuti e traboccante di energia di qualità …). Andare al concerto di venerdì nelle viscere dell’Orto di Lubiana è stato un intreccio di circostanze curiose, di un invito sincero da parte di gente che so che di buona musica, quella vera, se ne intende, e per il resto è stata più o meno questione di perfetta sintonia tra contesto, un po’ di tempo libero nelle ore serali e buona energia pulita, puro feeling, se proprio vuoi.

Il duo rap The Masta Skillz è formato da Luka Vogelnik a.k.a. Lucky L., uno dei principali autori dei testi nonché centro tantrico della coppia, che punta all’equilibrio e all’armonia delle energie della vita in tutta la tavolozza in bianco e nero della dualità degli estremi, e da Jošt Urbanc a.k.a. Joe-Joe, che aggiunge al duetto vocale a lingua veloce un po’ più di positivismo situazionale e una spinta extra di energia. Oltre ai due MC, stavolta sul palco si schiera un intero collettivo di giovani promesse musicali dell’Alta Carniola, ispirate e di qualità: il talentuoso chitarrista Teo Peternelj e il suo antipode rastafariano Mitja slabe a.k.a. Rasta all’altra chitarra, il bassista Simon Roblek a.k.a. Sine, il talentuoso ritmico tra pelli e piatti Tomi Eler, la graziosa Sanja Potežica nella parte femminile del supporto al microfono, e poi gli ospiti: il fisarmonicista Jan Ulčnik, il sassofonista e clarinettista Robert Bone, la flautista dai capelli chiari Maruša Žlindra e, ultimo ma non per importanza, gli inserti d’ottone del trombettista Leon Slabe. Damn! Tutta questa gente annunciata, ma se conosci il palco dell’Orto sai che non è certo il palco del Cankarjev dom: lì lo spazio manca già per una formazione in quattro, figurarsi per un collettivo di undici (o dodici) invasati della musica. Per il primo assalto a Lubiana i T.M.S. Crew hanno deciso di schierare tutta l’artiglieria disponibile, perché la nascita del primogenito (l’album Kdo miži, annunciato a dicembre scorso, se la gioca tranquillamente con la nascita del primo figlio …) capita una volta sola nella vita, e tutto il resto sono solo repliche e upgrade. Se poi aggiungiamo che ragazzi e ragazze avevano deciso di perdere la verginità sul palco lubianese proprio all’Orto, il sostegno di tutti quelli che nel disco atipico della band hanno sentito qualcosa di fuori dal comune e di avvincente era ancora più scontato. Le lancette si spostavano dalle nove verso le dieci, e alle dieci e mezza lo sbarco è cominciato con l’arrivo del chitarrista con il copricapo di piume indiano e con il palco completamente riempito da tutti i complici elencati sopra.

»Vi dimostreremo che si può rappare sulla fisarmonica, Lubiana! Noi siamo i T.M.S Crew!« annuncia l’apertura della serata Lucky L. Subito dopo arriva l’eccezionale favola rastafariana easy di Rata res. Il tastare piano piano la densità del clima lubianese parte con un bel equilibrio di chitarre succose, suoni di fisarmonica e tromba, anche se si vede che la giovane Sanja sui tacchi alti non si sente benissimo nel monitor. Piccole sbavature, ma senza perdere un grammo di massa gravitazionale. Il pezzo, con il duetto dei due MC Lucky L. e Joe-Joe che si passano i microfoni in modo piuttosto rilassato, funziona come una meditazione sognante, e la discesa sullo scivolo parte in stile frullatore energetico. Kva hočte od nas con i suoni più neworleansiani di un blues colorato di fisarmonica scivola verso acque più interessanti, a giri più alti. Un sarcastico intreccio di parole su creatività, connessione nei tempi moderni, prospettive dei giovani, quel solito ritornello sentito mille volte che ci dice che è tutto rose e fiori: i T.M.S. Crew preferiscono lasciarsi andare alle scintille di creatività, musica e positività con cui si può superare anche il grigiore di un quotidiano morboso. Il rap di Tržič ha un’impostazione più leggera e non spacca le ossa già alla prima battuta e alla prima rima, devo ammetterlo, e dopo l’inizio i trenta e rotti spettatori e spettatrici presenti preferiscono abbandonarsi al ritmo, all’onda della musica, a un evento energetico che è senza dubbio al livello giusto, solo che sul palco c’è pochissimo spazio per aprire del tutto le valvole. Nel primo terzo i T.M.S. continuano il volo nella sfera della sicurezza.

To je u men, più funkeggiante, si regge su chitarre più in evidenza e su suoni sognanti di ottoni di tromba, deliziosamente speziati. Il resto è dedicato a una ribellione chiara e civile contro il sistema. I due MC sono più morbidi nelle rime, più simili a Murat e Jose che a Stekli psi o al sempre incazzato Klemen Klemen. Le sfumature sono diverse, più da suono dal vivo e in fase di costruzione, alla scoperta dei propri limiti tra lecito e illecito, mentre Sanja con i bei sottotoni del suo vocione femminile e sexy aggiunge all’insieme un sottile basso di fondo. Tutti abbiamo bisogno del nostro cerchio per conservarci, svilupparci e rivelarci in tutta la nostra pienezza, e la quota di psicoterapia del ciclo di autodistruzione totale, depressione sociale ed emarginazione vista dall’altra parte del campo visivo la svela bene la splendida Moj krog. Un sentimento ben completato di dolore totale e liberazione si arricchisce dei suoni di flauto e sassofono. Niente finzioni né scorciatoie, e i ragazzi e le ragazze dimostrano di saper servire i propri strumenti senza posare sul palco e senza bruciarsi in una pacchiana parata di ego. Bello! Che l’insieme sia abbastanza allettante anche per ospiti musicali più eminenti lo conferma il seguito. »Chi è l’hip-hopper sloveno più potente e prolifico, il miglior MC sloveno?« chiede Lucky L. Trkaj? N’Toko? No! Nel contesto stavolta ci sta meglio Zlatan Čordić di Fužine, a.k.a. Zlatko. Sui suoni di fisarmonica, tromba, chitarre, basso e batteria, accanto ai due rimatori di Tržič si inserisce bene un ospite che ha dato ai ragazzi un valore aggiunto e un po’ più di acuminata tempra. Niente è più importante del momento qui e ora, dicono in Učer, dons, jutr Lucky, Joe e Zakladko. Il pezzo scorre fluido e senza intoppi. Tutti anneliamo ai tempi d’oro e a un domani migliore, e il buon wordflow esce dalle casse come una melassa musicale di qualità, certo un po’ poppeggiante, che promette ai ragazzi di Tržič un bel po’ di rotazioni sulle onde radio. Dopo un’esibizione collettiva ben rodata arriva un po’ di raffreddamento di qualità con una jam session in apparenza del tutto spontanea che, nonostante tutta la simpatia, suona più imparata a memoria che davvero spontanea. Zlatko ricorda i suoi momenti d’oro e la verità che la vita è una scuola che ci insegna, ci tempra e ci plasma tutti, e che i cambiamenti non solo accadono, ma sono necessari per la sopravvivenza di noi stessi, delle nostre idee e anche della nostra creatività. Lucky L. e Joe-Joe devono ancora accumulare chilometri di esperienze e impressioni, ma per ora camminano su una strada sicura e ben asfaltata.

Dopo i suoni del flauto rimbomba la più incisiva Naumi, che ha un po’ più di impatto distorto, e dopo gli echi di chitarra parte un gioco di parole su come possiamo scegliere sempre e solo il nostro campo di spontaneità, e su come, senza ispirazione e senza la forza del futuro, tra preoccupazioni di soldi e peso dell’esistenza ci dissolviamo spesso come miraggi e da giovani idealisti spariamo nel nulla totale di un’età adulta grigia. I T.M.S. si girano il loro film rock-raggeae e con un buon sottotono di critica sociale toccano il cuore anche dei più sensibili, quelli che di solito fanno un po’ più fatica a fare i conti con la gravità della realtà. Il canto carniolino qui è più cauto e troppo poco devastante verso il sistema e verso i limitatori sociali che ci cavalcano e ci rubano l’oro del domani e i colori dell’arcobaleno; mi chiedo se il suono mainstream del collettivo T.M.S. sia più socialmente accettabile, ma comunque punzecchia l’attualità, con meno voglia di conflitto, rivoluzione e sovvertimento dei valori marci. È tutto un grido di »Peace! Love! Unity! Respect!« e stavolta, con il brano P.L.U.R., il collettivo lascia andare nell’etere sonoro un po’ più di critica sociale, ma con un sottotono di rispetto, civiltà e della morbidezza che gli è propria. La splendida voce di Sanja ammorbidisce gli sfoghi di rabbia del momento, che stavolta non rinunciano nemmeno alle parolacce, ma con un contesto per un domani migliore. C’è qualcosa di idealista in tutta l’impalcatura lirica, e i T.M.S., tra l’approvazione di un pubblico un po’ trattenuto ma comunque in vena di ballare, portano il concerto nella direzione giusta. La più incisiva Apokalipsa richiama alla mente la tristezza di scoprire che dopo il 2012 ci è toccato un sequel che non ha ancora visto la distruzione e l’istinto di sopravvivenza di Mad Max, ma tutto va verso il degrado, lo svuotamento da recessione, la scarica della carica creativa, e nelle teste e nei cuori ci hanno installato pacemaker della frustrazione. Stavolta Apokalipsa centra il chiodo in testa e, con un po’ meno riserbo, romba più in stile French Funk Fundation che con la morbidezza sentita prima. I T.M.S. sulla potenza distorta mi accendono di più e mi smuovono di più. Poi arriva la dose giusta di adrenalina con il pezzo Pad u feeling not, che mette sincronicamente insieme scale balcaniche, funk e un ritornello cantabile che chiede se siamo caduti nel feeling giusto. Assolutamente. Senza dubbio, ma al secondo ascolto e alla seconda visita di pezzi già ben sedimentati la cosa attiverà ancora di più i centri del rilassamento motorio di quei muscoli che, davanti a una buona metrica da ballo, già stavolta quasi partono in una fase di dinamica autonoma. Il blues-ska-chillout finale, con il brano Kdo miži, mette il punto sulla i della serata, e qui i T.M.S., oltre al dettato della matrice melodica e ritmica del disco, si concedono ancora un po’ di ali libere, che lasciano spazio a un trattamento ancora più intenso del pezzo, che critica il silenzio dei silenziosi scontenti che non riescono nemmeno ad ammettere a se stessi che siamo nella merda e che servirebbe un cambiamento, una trasformazione. La parte conclusiva, con una parafrasi più intensa in stile Red Five Point Star di Trbovlje, i T.M.S. la usano come paravento di un upgrade totale con un finale distorto che, dopo l’invito di Sanja a ripetere il ritornello, chiude la parabola della persuasione concertistica con gusto, ma senza un vero climax fino a una conclusione del tutto lodevole. Segue un breve inchino e un saluto collettivo al pubblico, poi uscita espressa dal palco. La storia del primo atto lubianese dei T.M.S. si è conclusa. Fiasco non c’è stato, ovazioni in piedi e scroscianti purtroppo nemmeno.

A dire il vero non si tratta di fare una critica. Il punto è che quello che non è ancora ben digerito, assimilato fino in fondo e sedimentato, nella capitale della masturbazione culturale alternativa e centrocentrica non si prende nemmeno lodi evidenti da nessuno. Io mi permetto di dire che i T.M.S. Crew, a modo loro, tendendo al perfezionismo, sono stati a tratti vittime delle proprie proiezioni su cosa dovrebbe servire il concerto ideale, che in prima battuta nessuno avrebbe nemmeno potuto aspettarsi. Del tutto inutile, perché il livello energetico della formazione è perfettamente coerente e ai ragazzi non manca niente, solo, a tratti, un paio di palle più decise e più succose e una spina dorsale più solida. Questione di gusti e questione di visione da parte di un individuo contagiato da proprie dizioni musicali di perfezione, e vabbè, ognuno ha la propria onda mentale di associazioni e deduzioni su cosa lo lancerebbe meglio nella stratosfera in un dato momento. Ciononostante devo riconoscere ai giovani di Tržič (e alle ragazze di Tržič) che sono una bella squadra di intrattenitori ben collegati tra loro, che, scommetto, si tempreranno e si plasmeranno ancora a dovere. È questione di chilometri, e dopo aver rotto il ghiaccio di Lubiana la prossima volta, spero, cadrà anche l’illusione dell’inespugnabilità dei bastioni della rana (le “žabarje” lubianesi). Il carisma richiede un po’ di rispetto in meno e l’abbandono assoluto del metro con cui il musicista misura la propria qualità sulle reazioni di un pubblico mai imparziale. Per la prossima scommetto che saranno capaci di togliere i frangiflutti della loro piena energia catartica e lasceranno che le onde di una rabbia sofisticata ben calibrata e di una critica costruttiva si infrangano più concretamente sulle rive anche di un pubblico meno preparato. Che spazzi via il mondo intero e rimangano solo i più duri a morire, e con l’audacia seguiranno anche salve di riconoscimenti, lodi e dichiarazioni che tutti quelli che hanno saltato il concerto sono stati privati di qualcosa di eccezionale. Stavolta le onde cataclismatiche di piacere non ci sono state, ma abbiamo assaggiato un concerto gustoso di una formazione che lascia intravedere le sagome di un buon profilo estetico e di una musica ben equilibrata, con l’essenza e l’abbozzo di denti che in futuro morderanno ancora più concretamente. A mo’ di consolazione va detto che la verginità concertistica lubianese è caduta e, secondo il principio del maestro che fa l’esercizio e del fatto che l’esercizio fa il maestro, mi azzardo a prevedere che dopo un concerto comunque molto solido in futuro non si può che migliorare. La prossima volta spero dunque in una discesa sudata lungo pendii selvaggi, senza spazzaneve, senza freni e senza maschere, e a questa giovane dozzina di talenti promettenti auguro ancora tante belle esibizioni incisive, grandi conquiste anche di palchi più grandi, sia in patria che all’estero (a prescindere dal fatto che coltivano la bellezza del lessico autoctono). Spero che non me ne vogliano per la sincerità, e mi faccio prestare una citazione dal loro disco: »Gandhi is telling truth! Always!« Stavolta soltanto in nome della prosperità e dello sfondamento evolutivo di tutti i soffitti, dei limiti e dell’abolizione di inutili limitatori di creatività piena, perché i confini non esistono. Sky is the limit, baby! Sky is the limit!

Scaletta

1. Rata res
2. Kva hočte od nas
3. To je u men
4. Moj krog
5. Učer, dons, jutr (feat. Zlatko)
6. Jam (feat. Zlatko)
7. Naumi
8. P.L.U.R.
9. Apokalipsa
10. Pad u feeling not
11. Kdo miži?
12. Kdo miži outro

Galleria fotografica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie