Klubski Maraton 2012: una dozzina di repliche, ovvero quanto sono (in)comprensibili le vie della (r)evoluzione

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Luogo: K4, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 20.09.2012
Numero di spettatori: 80 – 100
Prezzo del biglietto: ingresso gratuito

Il Klubski Maraton è arrivato quest’anno alla sua dodicesima incarnazione e, davanti a una serie ininterrotta di fioriture sempre fresche dell’alternativa slovena, uno non può che stupirsi (almeno guardando il nuovo carico annuale di nomi sconosciuti e generi appena sbocciati) di come una comunità di appena due milioni di anime riesca a esprimersi in modo così prolifico; chi invece segue di più la vita dei club, di fronte a tutto questo punta il dito contro l’artefazione di una cultura sovversiva già denutrita, diventata in decenni di esistenza agonizzante solo l’ombra di se stessa. Dov’è allora la verità? Il fatto è che i club sloveni sono spaccati in una frattura piuttosto crudele. Da una parte ci sono i giovani musicisti innovativi che, con la loro estetica sovversiva e poco adatta al gusto comune, non riescono a ottenere serate né la possibilità di sfogare in modo esibizionista le loro passioni da garage su un palco. Dall’altra ci sono le cantine slovene mosse dalla logica economica, i rifugi urbani dell’azione, i localini alla moda e gli epicentri autoproclamati della scena, che seguono la bussola del gusto sloveno medio, il quale, ammettiamolo, è o piuttosto giovanilmente cazzaro o artsy-fartsy mainstream, e qui ovviamente non mi riferisco a colori, orientamento sessuale, connotazioni politiche e durezza del suono che il grosso corpo molliccio della nostra nazione celeste riesce a digerire e a consumare. Terzo punto: i posti veri dove tarare orecchie e anima su frequenze alternative sono dannatamente pochi, e quel pugno che c’è dipende dai soldi dei propri oligarchi comunali, dalla benedizione dei quartieri circostanti, oppure riesce in qualche modo a sfidare la gravità di tasche svuotate dalla recessione, senza potersi permettere nemmeno un’espressione più concreta dell’esistere, visto che a malapena riesce a far quadrare i conti, mettendo insieme capo con capo e mese con mese. Una boccata d’aria fresca potrebbe dunque essere il Klubski Maraton, insieme al fatto che, dopo anni di avvelenamento elettronico del sottosuolo lubianese, anche l’ex tempio punk e new wave della rivolta, il club K4, è riuscito a rivitalizzarsi di nuovo in chiave più rock. Ed è su queste fondamenta che si è forgiata anche la storia di stavolta, di cui tesso il filo tra queste righe.

Già solo lo sguardo sul pugno di individui smarriti, tra i quali c’era la maggior parte degli artisti in cartellone, all’ora del via annunciato, anzi della vera e propria prima del Klubski Maraton 2012, che Radio študent mette in piedi e porta a termine ogni anno con ostinazione e senza un vero sostegno dello stato, mentre i vincitori della resa dei conti annuale e dello scontro dell’alternativa slovena possono poi registrare il loro album. L’elenco dei nomi si allunga ogni anno, ma, mano sul cuore, sono pochi quelli che in questi lunghi dodici anni sono riusciti a sopravvivere e a sopravvivere a se stessi. Certo, le eccezioni esistono. Per esempio Moveknowledgement, Cancel e sì, se ne troverebbero ancora, ma è anche vero che tutti questi ribelli, non per caso, faticano a farsi strada nelle onde radio di qualsiasi altro media che non sia l’organizzatore sopra citato del momento alternativo dell’anno. E questa alternativa è così variopinta che, tra jazz, noise, versioni garage e rifacimenti di punk, new wave, fitness-pop e chissà cos’altro, uno si chiede: l’opposizione, oggi, a cosa serve di preciso, un’alternativa?

Per primi, dopo più di un’ora di ritardo sull’inizio,  hanno srotolato la loro visione i membri dell’asse tra Novo Mesto e Lubiana Rok Zalokar Trio. Una versione urbana, per altro fertile e per molti versi parecchio ingegnosa, dell’interpretazione jazz delle sfumature d’umore, del gioco artistico con l’ispirazione del momento, dell’improvvisazione e dell’interpretazione di strutture apparentemente già sentite: dimostra che il giovane trio, dove il timone è in mano al padre dell’idea, il tastierista Rok Zalokar, ben assecondato sia dal basso sensibile di Dejan Hudoklin sia dal sincopare ispirato dell’eccezionale ritmico dietro le pelli Jože Cesar, ha le carte in regola. Affiorano alla memoria le immagini dei Mouse On The Keys, poi l’estetica urbana degli standard jazz fumosi, e più che le forme rigide qui colpiscono le immagini inafferrabili di un immaginario che il cervello intreccia in modo del tutto istintivo, passando in automatico al pilota automatico e svanendo lontano dal mondo del qui e ora; e non dava minimamente fastidio nemmeno il fatto che nella tetra tana sotto il palco della Štirka si fossero pigiati poco più di una decina o una ventina di esemplari. I ragazzi hanno timonato con grande efficacia i loro tre quarti d’ora di set e hanno versato nelle orecchie del pugno di quelli arrivati troppo presto un derivato davvero succoso di un anno di collaborazione, grazie al quale il ritorno nelle viscere di quello che fu un glorioso alter club è sembrato sempre più naturale e logico – nonostante tutti gli anni di astinenza e di riflessione.

Dopo una breve pausa, però, la faccenda si trasforma in qualcosa di completamente diverso. Come secondi occupano il palco i portabandiera del Prekmurje dell’avanguardia elettro noise, del suono di Bristol con metrica trip-hop e dei giochini sonori nobilitati dalle chitarre. Un anno evidentemente basta e avanza perché certi osino uscire dal garage dritti sui palchi e offrire le proprie bozze come oro puro per le masse; e, mano sul cuore, la fioritura del gruppo Foe Spre Glass Om, composto da Dejan Ilješ alla chitarra, al synth, alla batteria e alla drum machine, da suo fratello e bassista Dejan Ilješ e dal chitarrista Miloš Skakič, forse ha un po’ bruciato le tappe rispetto al proprio minerale. Il trio, che oltre agli ampli per chitarra e alle chitarre pesantemente effettate si è portato sul palco anche un computer, batterie elettroniche, sampler e soprattutto una visione dell’alternativa completamente diversa, è evidentemente ispirato dall’essenza di un delirio cupo e strafatto; nonostante parecchi problemi tecnici, la ripetizione di pattern degenerati e la figuraccia degli sfoghi verbali di rabbia e frustrazione (questi li ha serviti al pubblico, in modo giovanilmente scomposto, il chitarrista Miloš Skakič), il trio di ipnotici impianta un rumore monotono, sì articolato ma privo di ispirazione. Può anche darsi che io non sia riuscito a godermi la forma nella sua interezza, perché tra il disturbo irritante, le frequenti nebulosità ritmiche e l’egocentrismo furioso sono stato sparato dalle prime file nelle retrovie; e anche dopo averci estrapolato sopra, di cose da vedere ce n’erano ben poche, in compenso nelle prime file si sono infittite le schiere di ikebane alternative. Dopo il jazz è arrivato il gelo dell’elettrificazione, e il secondo atto si è trascinato bello bello quasi fino a mezzanotte; ma il tempo è comunque irrilevante, relativo e, se uno non si diverte fino in fondo, un fattore dannatamente soffocante …

Il terzo atto del via basso è stato all’insegna della festa new wave e dell’umorismo pungente del quartetto lubianese Čao Portorož. Alla maniera dei momenti jugonostalgici di formazioni come Zabranjeno Pušenje e dei momenti più luminosi della new wave belgradese, il bassista e cantante Ivian Kan Mujezinović, rinforzato dal duo di chitarre composto da Anže Petrič e Gregor Andolšek e dal batterista urlatore Aljoša Cetinski, ha servito una presenza scenica di qualità e un pop pompato. Completamente rilassati e per nulla appesantiti dalle aspettative della folla, hanno servito gli standard della festa totalmente sbattimenti-zero e presentato la maggior parte del loro esordio uscito l’anno scorso. Il suono organico del garage, nonostante un tono rustico e vecchiotto, è dannatamente dolce e divertente, e il divertimento sta al primo posto anche per i membri di questa insolita soldataglia indie rock da baldoria della capitale slovena. Si sente che i ragazzi amano suonare e ancora di più divertirsi fino in fondo, mettendo nei loro momenti disarmonici di eiaculazione musicale anima, corpo e tutto quello che c’è in mezzo, e la mojo cola dalle casse sexy, sfacciata e degna di essere definita con attributi alternativi, ma comunque gradevole. Il sapore in bocca è migliorato e anche l’umore si è alzato, nel cuore di una Štirka piuttosto vivace e più accordata sulla birra. Eppure la fila nel fumoir era ancora più lunga, così mi aspettavo ancora qualche climax, invece …

Invece è arrivata la doccia fredda, con un proiettile punk e crust di piscio rumoroso che serve senza compromessi un duo di due giovani con cognomi animaleschi e una rumorosità animalescamente sfacciata e diretta. E che non ci siano equivoci – il chitarrista e urlatore Marko Kos e il batterista Miha Ovca non sono carne fresca sugli scaffali della scena musicale slovena, visto che The Kojn è la bestia spuntata dalle ceneri della formazione noise Schnaps. Di sporcizia non ne manca, le forme pulite sono vietate, l’opposizione HC a ogni norma formale somiglia a un ostinato pisciare controvento, perché alla follia, allo scatenarsi di stati di coscienza degenerativi, agli impulsi del momento e all’accelerazione di un’azione già velocissima non riusciva a tenere dietro nessuno; ciò nonostante, dopo gli applausi fiacchi e il pogo scemo di un paio di sbandati, c’era da concludere che a parecchi di quel che succedeva sul palco importava ben poco, e ancor meno della forma, della metrica e dei messaggi che, attenzione adesso, rifuggono ogni aggancio all’attualità sociale. Alternativa a cosa, allora, è la creazione dei The Kojn? Forse al martellare accordato delle campane di chiesa, all’albinismo mononucleidico della gioventù slovena e ai sottotoni armonici di una felice smarrimento? Chissà?

Ma le ore di scuola intitolate Cos’è l’alternativa slovena nel 2012 non volevano proprio finire. Per ultimo è salito sul palco il solitario elettronico Timo Chinala a.k.a. Timotej Bertalanič. Che dire – il Prekmurje ha evidentemente scambiato le chitarre con surrogati elettronici, e al posto del discorso rumoroso di certi PsychoPath sul palco si è srotolato un esperimento piuttosto ponderato con mixer, ritmi e pattern da ballo. Minimal, poi techno e una versione estatica di pezzi come quelli a cui eravamo abituati negli anni Novanta – io nel frattempo mi sono ricordato dei Snap e di tutto quello che nel mio rifiuto rockettaro e metallaro liquidavo con sdegno, quando quella merda era oro colato per l’MTV già avariata di allora – ecco la ricetta con cui il primo atto del via basso si è trasformato in qualcosa che alla Štirka mi aspettavo, sperando di non doverne subire. Se il K4 negli ultimi decenni è stato proprio questo – un rifugio per i raver e gli amanti del ballo andati di testa – speravo che il Klubski Maraton gli avrebbe soffiato dentro un po’ più di anima alter, versato un po’ più di palle e liberato dalle chiacchiere inutili su una forma musicale artefatta per cui non serve granché – un sampler, un bello strato di effetti e un minimo di senso del ritmo, mentre la musicalità passa in secondo piano … Magari sono ingiusto, ma secondo me all’alternativa del nuovo millennio sono finite le idee, mentre di modelli da copiare e di formule già sentite da martellare ce ne sono più che a sufficienza. Anche per questo il gran finale di annacquamento tripposo l’ho saltato di proposito, concedendomi un po’ d’aria nei polmoni, perché l’assenza d’aria nel monolocale concertistico della Štirka era così tormentosa che si sarebbe potuta tagliare con la scure …

La conclusione del primo atto, dell’autoproclamato via basso della prima corsa tra le bettole e i templi dei club della Slovenia, nonostante l’allestimento di palco ridotto (è mancata la teatralità scenica della formazione assente Trus!), non poteva essere che una: di musicisti ambiziosi nelle nostre lande non ce ne sono pochi, ma una grande innovazione, freschezza e straordinarietà sconvolgente la parabola dell’alternativa di quest’anno non l’ha offerta. Mi trovo d’accordo con un collega che, alla maniera di un agronomo, mi ha detto solo che la raccolta di quest’anno è stata piuttosto magra anche a causa della siccità, e mancava quello che rende la musica alternativa così dannatamente sempreverde e splendida – lo spirito della rivoluzione, della rivolta, di un’erotica attraente e di una presenza straordinaria, che la soldataglia slovena, almeno nell’allestimento di stavolta, purtroppo non possiede. Almeno non nel primo. Segue una serie, sì, estenuante di ventitré repliche o miglioramenti, spero migliori. Ed è proprio qui il senso – non in una serie ininterrotta di repliche annuali di quello che si è già visto e sentito, solo con altri nomi e altre facce, ma in salti più audaci nell’ignoto. E non per i salti in sé, bensì perché in questo modo si esprimano artisticamente l’anima, il senso e la voce chiara della nuova generazione su cui un giorno si reggerà il mondo. Tutto bello e giusto, ma questa generazione è in grado di tessere qualcosa di degno dei ribelli degli anni Ottanta e Novanta? Finora qualcosa che smentisse il dubbio non l’ho ancora incontrato, oppure il concetto di avanguardia, di ribellione, di rivoluzione e di intellettualità sovversiva mi è in qualche modo sfuggito di mano? Chissà?

Scaletta

Rok Zalokar Trio:
1. Snežna gmota
2. Narava je lahko zabavna
3. Vprašanje svobode
4. 4-ka

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