Kotzen incanta Trieste (2012)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Trieste / Teatro Miela / Italia
Data del concerto: 19.03.2012
Presenze: 250

Richie Kotzen, questo artista fulminante dalla chitarra indiavolata, ormai non ha davvero più bisogno di presentazioni. È sempre in tour, sempre a comporre e a sfornare musica nuova. Anche se, in mezzo alla grandinata di date europee degli ultimi anni, è riuscito a passare dalla Slovenia una volta sola, le sue tappe fisse appena oltre il confine hanno portato il suo nome anche nella cerchia ristretta degli appassionati di rock sloveni, quelli che incontriamo con regolarità ai concerti di Kotzen anche all’estero.

Il nuovo tour di Kotzen ha (come previsto) sfiorato di nuovo la Slovenia, con date a Zagabria (Croazia), a Velden in Carinzia (Austria) e a Trieste (Italia). Delle tre tappe, ognuna con la sua esperienza live speciale per chi ci va, quella di Trieste era particolarmente invitante.  Se devo essere sincero, fino a quel giorno non ero ancora riuscito a vedere Richie Kotzen su un vero palco da concerto. Sempre e solo sulla pista della sala accogliente del club Blueisana a Velden e una volta sulla barchetta Nina II, in mezzo al porto di Fiume, in Croazia.

Il Teatro Miela è il posto ideale per concerti di questo tipo. Poco tempo fa ci sono passati, coi loro show, anche l’insuperabile chitarrista blues Eric Sardinas e il vocalist vellutato John Waite (ex-Bad English, ex-The Babys).  Come ai concerti dei due appena citati, anche Richie Kotzen è stato accolto da una buona fetta di 250 fan entusiasti, che per lui sono stati una vera piccola salvezza, visti i disastrosi 80 spettatori in piena capitale croata il giorno prima.

Alle nove di sera suonavano già i lussemburghesi Porn Queen. Il quartetto sfida il pubblico con un atteggiamento rock n’ roll diretto, crudo e rotolante, in cui cerca di infilare spunti blues e di aggiungere pure un velo di melodia sudista. Tra facce abbondantemente segnate, occhiali Ray Ban e pelle tatuata, i quattro hanno messo subito le palle sul piatto. All’esibizione non è mancata una bella dose di divertimento e di suonato corretto, ma sul palco il quartetto non è riuscito a conquistare, perché gli manca il vero carisma e anche la brillantezza autoriale. Tutto quello che hanno mostrato i Porn Queen lo fanno molto meglio altri, o lo facevano molto meglio altri. A partire dai The Black Crowes e via di seguito…

I Porn Queen sono finiti presto nel dimenticatoio, e poco dopo le dieci sul palco è saltato con la sua squadra il nostro vecchio amico spensierato e grande eroe della chitarra Richie Kotzen. L’anno scorso Richie ha pubblicato il suo nuovo album solista in studio, intitolato »24 Hours«, e infatti lo ha messo in primo piano nel repertorio live. Eppure la scaletta ha riservato una piccola sorpresa: Richie ci ha infilato ben sette brani dell’album »Into The Black«, che in pratica significa tre quarti dell’intero disco. Parliamo di un ottimo album uscito nel 2006, che nemmeno ai tempi dell’uscita aveva ricevuto un’attenzione dal vivo come quella che gli è toccata in questo tour. Il concerto è partito proprio con Sacred Ground, un pezzo del disco appena citato, e nella prima parte si sono alternati i brani del nuovo album e di »Into The Black«. Possiamo dire che stavolta Kotzen si è presentato con una scaletta e un’interpretazione più cariche di quanto suggerisca l’esperienza dei suoi concerti al club Bluesiana. Almeno sul palco l’effetto era questo! Il trio d’urto si è scatenato fino in fondo, anche se il palco spazioso non ha »ingannato« Kotzen, che non ha tirato fuori particolari trucchi da show-business. Non ne ha bisogno, un musicista che gli anni di testosterone sfogato con i Poison se li è lasciati alle spalle da un pezzo. Per lui è chiaro che sul palco parla solo la musica. In mano una Fender Telecaster nera, da cui negli ultimi anni non si separa nemmeno per un attimo, e con la destra che da un bel po’ suona usando soltanto le dita. La voce serve Kotzen alla grande. Ha quel peso pieno, convincente e subito travolgente di malinconia blues amara, che si lega ancora in modo fenomenale al suo principio rock, in cui intreccia influenze funk e soul Motown, il tutto sostenuto da forti influenze blues. Kotzen ha sorpreso anche inserendo il brano Player. È un pezzo perso dai tempi delle registrazioni dell’album »Piece Sign« (2009), che Kotzen non aveva incluso nel disco. Subito dopo il pubblico si risveglia con l’esecuzione dell’amatissima Fooled Again (»Go Faster«), mentre dopo Peace Sign segue una lunga jam strumentale, in cui di nuovo si fa sentire forte la straordinaria manifestazione chitarristica di Richie, intrisa di uno sweeping fluido.

Resta una figura da palcoscenico degna di tutto il rispetto, rifinita, da vero frontman, che nella stessa botta è un chitarrista unico e un interprete vocale. Il suo modo di suonare conserva, anche dopo quanto mostrato a Trieste, tutti i marchi di fabbrica per cui Richie è sempre così stimato nel mondo della musica, e soprattutto gli elementi di imprevedibilità, spontaneità e sensibilità incandescente, che distinguono questo musicista dalla media e lo piazzano nella lega dei migliori. Sono gli elementi del suo contenuto espressivo che il linguaggio unico della sua chitarra traduce ancora in modo così flessibile, autentico e sfacciato.

L’intero concerto si può vantare di superlativi, con una sola eccezione. Dopo circa un’ora Kotzen si prende qualche momento per sgridare il fonico, perché la pianti di spostare le impostazioni sul mixer e le riporti al punto zero, cioè quello definito durante il soundcheck. Il Teatro Miela, con il suo soffitto alto, può essere una trappola acustica. In questo concerto se la sono passata peggio soprattutto quelli seduti sotto il balcone, e già davanti al mixer il suono si perdeva diffuso nella sala. Dovevi stare proprio sotto il palco, o al massimo a due, quattro metri da lì, per cogliere l’ottimo del suono del concerto.

La band ha portato la sua energia al culmine nel finale, con una versione scatenata del brano dell’album »Peace Sign« intitolato Paying Dues, e ha incantato definitivamente la sala con la popolarissima Go Faster, suonata nel bis. Il pezzo è stato aperto da una lunga jam strumentale d’introduzione, in cui la band ha dato fiato un’ultima volta a tutto e si è »scatenata« sugli strumenti, poi Kotzen ha stabilito per l’ultima volta un ottimo contatto col pubblico e il gruppo, interpretando lo standard già citato, tanto orecchiabile, che nelle scalette di Kotzen non può mancare.

A fine concerto la gente non voleva proprio rassegnarsi al fatto che fosse tutto finito, e ha continuato ad applaudire entusiasta nella sala per qualche minuto, chiamando Kotzen a tornare sul palco. Era la prova che Kotzen con la sua squadra ha di nuovo infiammato tutto e regalato un’altra indimenticabile sessione live, che ha toccato il pubblico nel profondo. Ed è questa autenticità sul palco quella che cerca chi va ai concerti. Niente finzioni, niente protesi da artistoidi, niente nascondersi dietro agli effetti o distogliere l’attenzione dall’interpretazione della musica con una marea di scenografie e chiacchiere senza fine tra un pezzo e l’altro. Per Kotzen conta solo la musica e il suo modo autentico di proporla. Ogni volta un po’ diversa e ogni volta da maestro. Così convincente e sincero che a fine concerto ti ripeti ancora e ancora che a un concerto così, alla prima occasione, ci torni senza dubbio con il massimo piacere.

Scaletta

1. Sacred Ground
2. 24 Hours
3. Fear
4. The Shadow
5. Help Me
6. Love Is Blind
7. Player
8. Bad Situation
9. Fooled Again
10. My Angel
11. Livin’ In Bliss
12. Peace Sign
13. Instrumental Jam
14. You Can’t Save Me
15. Till You Put Me Down
16. Lie To Me
17. Paying Dues
—bis—
18. Go Faster

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