The King of Metal? Macché, è solo Blaze Bayley per la prima volta a Lubiana! (2012)

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Autore: Rok Klemše

Luogo: Gala hala, Lubiana
Data del concerto: 19.03.2012
Spettatori: 100

Blaze Bayley non è certo una novità sui nostri palchi, visto che negli ultimi due-tre anni ci è salito sopra più di una volta. L’ex voce degli Iron Maiden è riuscito a ogni concerto da noi a regalarci due ore di heavy metal bello tosto. Stavolta però, durante il suo King of Metal tour, Bayley si è fermato dalle nostre parti addirittura due volte: prima del concerto di lunedì a Lubiana, Blaze aveva suonato anche a Maribor. Il tour era dedicato alla presentazione del nuovo album The King of Metal, registrato da Bayley con una nuova formazione, e il concerto era interessante soprattutto per capire cosa sapessero mostrare i nuovi membri e se Blaze fosse riuscito a incidere un disco in grado di misurarsi con i suoi ottimi predecessori.

 

Ma prima ancora, a caccia dei loro quaranta minuti di gloria sul palco, sono saliti i veterani dell’heavy metal sloveno, i Lene kosti. Non hanno usato l’esibizione solo per presentare in modo bello concreto il nuovo album Penetrator, ma anche per presentare un nuovo membro – al posto del chitarrista Giovanni Kavaš è arrivato Edo Sabljakovič, nella vita chitarrista dei Forgotten Eden. I Lene kosti, da vere belve dell’heavy metal, hanno attaccato con gli inni devastanti, penetratori del nuovo disco, che mostrano la band sotto una luce nuova. Del tipico boogie ballonzolante su Penetrator c’è giusto un assaggio, perché ha lasciato il posto a un heavy metal ruggente che ha scosso i Lene kosti al punto che potrebbero tranquillamente togliere l’aggettivo dal nome della band. Il boogie ballonzolante lo abbiamo quindi vissuto solo nel classico d’acciaio Russian Girl, per il resto la formazione, guidata dalla carogna da palco Milan Krušič, ha sciorinato in grande stile i distruttori del nuovo disco – Refuse to Die, Penetrator, The Cage e l’inno epico 13th Warrior – e ci ha investiti per gioco come il camion assassino del Duel di Spielberg. Se sia un male che i Lene kosti abbiano abbandonato il loro suono piuttosto unico di boogie metal lo dirà il tempo, ma una cosa è certa: con Penetrator i Lene kosti suonano ancora più aggressivi, ancora più velenosi e semplicemente »heavy as fuck!«

 

Il nuovo Blaze »motherfuckin’ cunt« Bayley, ora pelato come un uovo, è piombato sul palco sulle note della classica di Blood & Belief Will To Win e si è piazzato proprio sul bordo estremo del palco, da dove non si è schiodato praticamente per tutto il concerto. Il grande interrogativo stavolta era come avrebbe suonato Blaze con la nuova formazione che si è messo intorno dopo aver licenziato (in barba, mica tanto coerente con quello che predica dal palco) praticamente da un giorno all’altro Nico e David Bermudez e Jay Walsh. Gente che lo aveva aiutato a scrivere gli ottimi dischi The Man Who Would Not Die e Promise and Terror, dischi che avevano riportato Blaze tra i vivi. Ma Blaze ha preso un’altra strada (secondo me sbagliata) e ha ingaggiato musicisti (italiani) a basso costo, che lo hanno aiutato a scrivere l’album The King of Metal e nel tour attuale fanno da musicisti »session«. Bayley è dunque circondato dal batterista Claudio Tirincanti, dal bassista Lehmann e dai chitarristi Andrea Neri e Thomas Zwijsen (l’unico olandese della band). La formazione sul palco ha retto con assoluta sicurezza, la base musicale è stata suonata in modo solido, a tratti perfino estremamente convincente e dannatamente potente, anche se con troppe pose. Non si può certo rimproverare ai ragazzi una scarsa preparazione tecnica, ma non basta, soprattutto se poi non si è capaci di scrivere buoni pezzi, cosa dolorosamente evidente nei cinque brani suonati dal nuovo disco. Con la nuova squadra su The King of Metal Blaze ha sbagliato completamente bersaglio – ne è stata una bella prova già la prima novità, un patetico tentativo di omaggio al compianto Dimebag con un testo stupido, che ha funzionato un po’ meglio solo nella parte in cui i ragazzi imitano strumentalmente il groove dei Pantera. Per niente più emozionanti la title track con le sue noiose linee vocali e chitarristiche, il quasi-»tribute« a Dio The Rainbow Fades to Black in cui Blaze scimmiotta le linee vocali di Dio, Fate e la demenziale The Black Country. Molto più godibili stavolta i vecchi classici, eseguiti alla grande, con in testa Ghost in the Machine, Silicon Messiah, Leap of Faith e Stare at the Sun. Stavolta Bayley ha dato (fin troppo) spazio anche alla sua carriera negli Iron Maiden: sono stati suonati ben cinque macinasassi da The X Factor, Virtual XI e perfino Best of the Beast. Sì, Blaze ci ha fatto una piacevole sorpresa con l’esecuzione dell’assassino, trascurato singolo dei Maiden Virus. Sentire gli Iron Maiden fa sempre piacere, soprattutto se i pezzi li canta chi li ha cantati nell’originale, ma Blaze può comunque vantare cinque ottimi album solisti che meriterebbero una presentazione più ricca. Per giunta Zwijsen ha storpiato con successo, nello stile di Gers con i Maiden, gli assoli, che oltretutto erano pure decisamente troppo alti di volume.

 

Nonostante tutte le (giustificate) critiche, a Blaze non si può rimproverare la forma dal vivo. Sa ancora tenere il pubblico in pugno, la sua voce profonda è ancora minacciosa e potente, e sul palco riesce ancora a spremere fino all’ultimo atomo di energia. Purtroppo però, secondo me, ha fatto la mossa sbagliata licenziando ottimi musicisti con cui, continuando a collaborare, avrebbe forse potuto salire in una serie superiore dell’heavy metal, vendere più dischi, riempire sale più grandi. Invece con i musicisti session a basso costo è riuscito solo a far entrare qualche euro in più nel portafoglio. Per via di queste ultime mosse è altrettanto doloroso ascoltare i suoi lunghi monologhi, che un tempo sembravano sinceri e in buona fede, mentre oggi suonano studiati, da marketing, perfino patetici. Nonostante l’ottimo concerto, a causa del retroscena resta quindi un retrogusto amaro – Blaze Bayley è ancora un’esperienza live di prima classe, solo che il nuovo disco e la nuova squadra indicano che la sua forza si sta spegnendo. Con queste mosse Blaze ha senza dubbio perso una parte della sua credibilità e della postura del guerriero heavy metal, e gli è riuscito anche di perdere la magia heavy metal dei due album precedenti. O forse, tagliandosi i capelli, ha perso la capacità di scrivere ottimo heavy metal, proprio come Sansone perse la sua forza.

Scaletta

1.    Will to Win
2.    Lord of the Flies 
3.    The Launch 
4.    Dimebag 
5.    Ghost in the Machine 
6.    The King of Metal 
7.    Silicon Messiah 
8.    The Rainbow Fades to Black 
9.    Fate 
10.    The Brave 
11.    The Black Country 
12.    Leap of Faith 
13.    Stare at the Sun 
14.    The Clansman 
15.    Man on the Edge 
16.    Futureal 
————–
17.    Virus
18.    Faceless

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