La magia dei Genesis torna a vivere in Austria

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Autore: Peter Podbrežnik

Luogo: Gugl stadion / Linz / Austria
Data del concerto: 18.06.2007
Numero di spettatori: 21
Prezzo del biglietto: 75.00 €

REPORT DEL CONCERTO (1):
Testo e foto: Jernej Vene
Le leggende del progressive rock e, più tardi, del pop rock hanno suonato a Linz, capoluogo dell’Alta Austria. Il loro stadio di calcio ha fatto gli onori di casa al posto di Vienna, dove lo stadio è in ristrutturazione per gli Europei di calcio della prossima estate. Nella loro ultima versione i Genesis sono un trio composto dal cantante e batterista Phil Collins, dal tastierista Tony Banks e dal bassista e chitarrista Michael Rutherford.

La band, che nella sua formazione più celebre si è rimessa insieme dopo quindici anni per il tour mondiale di quest’anno, è riuscita a riempire per bene il Gugl stadion di Linz. Palco e impianto audio giganteschi hanno permesso al pubblico di godersi lo spettacolo alla grande. L’intero fondale dietro il palco era in realtà uno schermo luminoso, e a destra e a sinistra ne hanno aggiunti due enormi, che portavano più vicino al pubblico quello che succedeva sul palco. Nei loro trent’anni di carriera i Genesis hanno vissuto due epoche, perché si sono adattati a dovere al mercato musicale degli ultimi decenni. I signori hanno costruito la scaletta con furbizia, dedicando esattamente lo stesso tempo ai pezzi più vecchi e impegnativi del periodo prog e a quelli anni Ottanta, melodicamente più digeribili. Da trent’anni, in tour, il trio Genesis è accompagnato da due musicisti straordinari. Il batterista Chester Thompson ha messo in piedi con Collins un duetto di batteria convincente, mentre il chitarrista e bassista Daryl Stuermer ha brillato soprattutto nei passaggi strumentali di chitarra, dove ha sostituito con trasporto e sentimento l’ottimo Steve Hackett, che aveva suonato con la band negli anni Settanta. I Genesis hanno suonato due ore e 45 minuti, che è tanto, visto che certi artisti meno importanti, per lo stesso prezzo, suonano molto meno. Una scenografia davvero entusiasmante, con proiezioni coreografate, richiede anche il suo tempo. I Genesis hanno tre allestimenti di palco identici, e per ognuno servono 40 camion e 10 pullman per i tecnici. Quando in inverno è stato annunciato il tour di quest’anno i biglietti sono andati a ruba: per la parte europea dovrebbero venderne ben 800 mila. Phil Collins è noto anche come solista, ma ieri sera ci ha conquistati anche come burlone spiritoso e brillante. Per tre volte si è impegnato a leggere qualche parola in tedesco, e il pubblico è andato in visibilio. Visto che siamo nell’era digitale, ci ha fotografati più volte per il suo album fotografico, e intanto non smetteva di entusiasmare con un canto competente e una batteria eccellente. È quasi incredibile con quanta disinvoltura i cinque si scambino gli strumenti, eppure suonino con la grinta di ventenni. Esperienza e amore per la musica portano buoni risultati. Qualcuno ha sentito la mancanza del cantante Peter Gabriel, che stavolta non c’era.

Alla fine della parte regolare i Genesis hanno regalato al pubblico un breve ma bel gioco pirotecnico. Nel bis hanno suonato il mega successo I can’t dance, con una bella proiezione e qualche acrobazia sul palco, in cui Collins si è distinto su tutti. Come ultimo pezzo hanno suonato The carpet crawlers, di cui Collins ha sottolineato che il testo incarna tutto ciò per cui i Genesis si sono battuti in musica nel corso degli anni. Dopo i ringraziamenti finali e il saluto, questo concerto è entrato nel mio album personale a caratteri cubitali, perché mi hanno regalato un’esperienza musicale eccezionale. 

REPORT DEL CONCERTO (2):

testo: Peter Podbrežnik
Se un anno fa qualcuno mi avesse assicurato che un giorno avrei visto i Genesis, uno dei padri del progressive rock (insieme a King Crimson, Yes, Jethro Tull, Pink Floyd ed ELP, membri fissi dei “grandi sei”), nonché una delle più grandi attrazioni del pop rock anni Ottanta e una band che nella mia vita ha un ruolo piuttosto importante, gli avrei sorriso con cinismo rispondendogli che era una pessima battuta. All’epoca mi avrebbe fatto prendere la cosa per buona il semplice fatto che la band era inattiva da ben otto anni e che l’ultimo album in studio era uscito già nel “lontano” 1997. Poi, nel frattempo, le speculazioni su una resurrezione del nome leggendario si sono fatte sempre più frequenti e quest’anno è finalmente arrivata la tanto attesa reunion, che però non è stata proprio come la volevano tutti i fan, perché alla band non si sono uniti due membri importanti della loro formazione “d’oro” (1971-1975): il cantante originale Peter Gabriel, che ha preferito concentrarsi sul suo tour solista di quest’anno, e il chitarrista Steve Hackett, che nutre ancora certi vecchi rancori legati al suo addio alla band. Così alla fine i Genesis si sono riuniti nel formato trio Phil Collins, Mike Rutherford e Tony Banks, tre vecchi compagnacci della loro incarnazione di maggior successo commerciale, che in passato si era fatta conoscere con alcuni dei successi ancora oggi più amati della storia del pop rock.

Già solo il ritorno di Collins, grande beniamino di tutti i cuori romantici e stella intraprendente dello showbiz (il fatto che sia uno dei migliori batteristi della sua generazione di solito si dimentica sempre), dopo l’avventura commercialmente fallimentare con lo scozzese Ray Wilson (Stiltskin, solista) voleva dire che stavolta i ragazzi facevano sul serio e che si preparava un vasto tour mondiale con partenza dall’Europa. Prima hanno organizzato un’ampia conferenza stampa, dove hanno annunciato il tour “Turn It On Again” e risposto a qualche domanda scottante, legata soprattutto alla scelta dei brani che intendono eseguire. Molti amanti del loro periodo progressivo (e, da un punto di vista strettamente artistico, anche molto migliore) sono rimasti piuttosto delusi dalla notizia che la formazione non avrebbe incluso Gabriel e Hackett, mentre quelli con una dose maggiore di razionalità hanno accettato il fatto che potrebbe essere una delle ultime occasioni per vedere ancora dal vivo queste leggende. Non sono pochi, però, quelli che sotto sotto sperano che questa sia solo l’ouverture della tanto desiderata riunione con Gabriel e Hackett. Su questo, il tempo dirà la sua. A sostituire i due assenti beniamini del prog sono stati, come tante volte in passato, due maestri americani del loro mestiere: Daryl Stuermer (ex-Jean-Luc Ponty, Phil Collins) a chitarra/basso e la leggenda del jazz rock fusion Chester Thompson (ex-Weather Report, Frank Zappa) alla batteria. Quest’ultimo anche stavolta ha sostituito con successo Collins durante le sue numerose gite davanti al microfono, mentre come duo di batteristi i due sono stati una delle attrazioni principali della serata.

Dopo un viaggio relativamente lungo e faticoso fino a Linz, reso più breve soprattutto dalle battute spiritose del nostro valoroso signor Jernej e dai racconti interessanti del fan croato Robert Medvedec, che aveva visto i Genesis per la prima volta già nel 1986, siamo arrivati sul “luogo del delitto”, dove sotto un sole cocente la gente brulicava come in un formicaio, ed era proprio buffo vedere come si sono lanciati in avanti come un gregge senza testa non appena i buttafuori hanno aperto i cancelli di questo stadio gigantesco, che di solito ospita le partite di calcio. Tutto pur di arrivare alle prime file. La vista del palco gigantesco circondato da enormi proiettori jumbotron, montagne di luci e telecamere era semplicemente mozzafiato, perché ho avuto occasione di vedere l’allestimento di palco più maestoso che ricordi. Al suo confronto il ricordo dell’ultimo incontro con l’allestimento (da palazzetto) degli Yes (solo come termine di paragone) sembrava il ricordo di un’esibizione in un localino. I Genesis (con Collins, ovviamente), commercialmente molto più di successo, ancora oggi non risparmiano un centesimo sotto nessun aspetto e da anni sono un’azienda di grande successo, come ha mostrato anche l’ampia scelta di “souvenir”, tra cui persino i bicchieri con il logo della band. Intanto, bastava un’occhiata allo stadio pieno fino all’orlo, dal parterre alle gradinate su entrambi i lati, per capire quanto i Genesis, in una formazione o nell’altra, riescano ancora a riempire uno stadio fino all’ultimo angolino senza problemi, mentre molti loro coetanei oggi suonano (se esistono ancora) poco meno che nelle bettole.

I Genesis, da veri gentiluomini inglesi di famiglia, di solito rispettano alla lettera gli orari stabiliti per l’inizio del concerto (e vale la pena ricordare che per fortuna non sopportano i gruppi spalla). Sono saliti sul palco alle otto e venti, appena si è fatto abbastanza buio, più o meno come da programma. Lo stadio ha tremato dall’entusiasmo quando, accompagnato dai suoi compagni d’arme, è comparso il ben noto ometto allegro con un po’ di barba di qualche giorno sul mento e un grosso bernoccolo in mezzo alla pelata, che ha salutato in fretta il pubblico con la mano. Poi si è buttato sulla sua batteria, personalizzata di suo pugno. Anche gli altri del suo seguito hanno afferrato con passo deciso i loro strumenti e attaccato con l’energica “Behind The Lines”, ottima canzone d’apertura che di solito piace sia agli amanti del prog sia a quelli del pop. Ecco, i Genesis per tutta la sera hanno seguito benissimo questa ricetta, distribuendo e bilanciando alla grande il loro programma. Hanno adattato la scelta dei brani dal loro vasto repertorio in modo che alla fine fossimo soddisfatti anche tutti noi che speravamo in più pezzi possibile del periodo progressivo, anche se alcuni di questi sono stati notevolmente accorciati. La maggior parte li hanno uniti in vari “medley”, che è da anni la loro prassi consolidata per far stare dentro più materiale possibile della loro vasta carriera. Ma stavolta con una differenza importante: i medley comprendevano anche alcuni brani pop. Il palco offriva quella classica scena da concerto dei loro giorni di maggior successo commerciale. Collins e Thompson ciascuno col proprio set di tamburi, che si piegavano sotto la grandine dei loro colpi. Rutherford e Stuermer si sono scambiati più volte chitarra e basso, con il maestro Stuermer che di solito copriva le parti originali di Hackett, cioè usava la chitarra nella maggior parte dei brani più complessi del periodo prog, e suonava anche la maggior parte degli assoli. Rutherford è sì un chitarrista solido, ma si vedeva che da sempre è molto più a suo agio al basso. Soprattutto sul suo celebre Rickenbacker a 12 corde con doppio manico. Alle tastiere sedeva naturalmente l’uomo che, secondo me, ha più meriti per aver tenuto in vita così a lungo la fiamma dei Genesis nelle acque agitate e imprevedibili della musica. Tony Banks, con la sua eterna espressione seria da gentleman inglese impeccabile, come ci si poteva aspettare da un maestro simile, con le sue mosse da dita veloci ha regalato alcuni dei momenti più magnifici ma anche più commoventi della serata.

Con “Behind The Lines”, chiusa subito prima della parte cantata, sono passati attraverso “Duke’s End” al successo “Turn It On Again”, il brano che ha dato il nome al tour e il cui riff principale è l’ideale per scaldare il pubblico all’inizio. Qui Collins ha lasciato più volte il suo sgabello da batterista per andare davanti al microfono, dove dall’inizio alla fine, anche con qualche gesto buffo, ha dimostrato perché è uno dei frontman più carismatici, con il palco nel sangue fin dalla nascita. La sua presenza da “star” è stata senza dubbio l’elemento di collegamento della serata, anche se la maggior parte di noi sa che dietro il microfono i Genesis hanno avuto un tempo un cantante ancora molto più carismatico, a cui durante questo concerto ho pensato solo di rado. Il medley di brani dall’album “Duke” (1980) era legato dall’indimenticabile strumentale “Duke’s End”, che finiva dove era iniziato “Behind The Lines”. Dopo aver soddisfatto fin dall’inizio le esigenze della fascia più ampia di pubblico, sono passati a “No Son Of Mine”, il grande hit dall’album di enorme successo “We Can’t Dance” (1991). Sui proiettori giganteschi, dove anche chi era nelle ultime file poteva vedere le immagini ingrandite di tutti i musicisti sul palco, è iniziata la prima delle numerose proiezioni sugli schermi con cui sono riusciti ad amplificare ancora di più la magia musicale. Rutherford e Stuermer qui si sono scambiati per la prima volta i ruoli di chitarrista e bassista, e a questo punto anche Collins nelle vesti di cantante è emerso per la prima volta in modo più marcato, perché è uno di quei pezzi pop che gli stanno davvero a pennello e in cui si è mostrato estremamente autorevole. Tra un brano e l’altro si è sforzato di continuo di rivolgersi al pubblico in tedesco, ma nonostante l’aiuto di un foglietto gli ha dato non pochi problemi, il che sorprende un po’ per uno che ha alle spalle tanto pedigree concertistico internazionale.

All’improvviso sullo schermo sono comparsi i tre volti di burattini grotteschi, fortemente caricaturali, di Phil, Mike e Tony, da uno dei video più chiacchierati di tutti i tempi. Era arrivato il momento dell’indimenticabile “Land Of Confusion”, probabilmente il loro hit più famoso in assoluto e il brano grazie al quale, per la sua enorme esposizione su MTV, la maggior parte delle generazioni più giovani ha sentito parlare dei Genesis per la prima volta. A questo punto tutti i membri si erano ormai ben sciolti e hanno proposto un’ottima versione di questo classico del pop rock. Noi proghettari poi abbiamo avuto per la prima volta il nostro pane con un ottimo medley di alcuni dei pezzi più “caldi” della loro carriera, la cui ouverture era la claustrofobica “In The Cage”, la prima dei capolavori dell’era Gabriel in programma quella sera. Oltre a un’esecuzione coerente e molto convincente abbiamo assistito anche a una bella animazione al computer di un corridore dietro le sbarre. Il viaggio misterioso e imprevedibile è proseguito con la parte di “The Cinema Show”, compreso l’ottimo assolo di Banks, che si è sviluppato in quel celebre assolo spaziale, per me infinitamente piacevole, che formava “Duke Travels”. Qui i Genesis, risorti, mi hanno convinto definitivamente di assistere alla continuazione di una leggenda mai dimenticata. Appena il mio entusiasmo si era calmato, sono passati subito all’atmosferica e romantica “Afterglow”, che offre sempre un finale eccellente. Con “Hold On My Heart”, la prima delle cinque ballate della serata, hanno di nuovo tirato un po’ le redini. Collins si è seduto sullo sgabello e a modo suo, quello inconfondibile, ha cantato una delle loro ballate più belle, che non si discosta granché dai suoi pezzi solisti.

A seguire è arrivato uno dei vertici della serata, perché il signor Collins ci ha invitati in una misteriosa casa sul bordo del mare, dove di notte si aggirano apparizioni spaventose che non lasciano dormire i suoi abitanti. Quando ho capito che toccava all’ep prog/pop “Home By The Sea/Second Home By The Sea”, costruito su atmosferiche scale pentatoniche, mi sono rallegrato non meno che se fosse seguito un pezzo del periodo Gabriel, perché per me è una delle loro composizioni preferite del periodo pop. Il brano, che contiene tante raffinate finezze pop e ottime sezioni strumentali, ha preso vita tra spiritose animazioni di fantasmi e vampiri, che hanno accentuato ancora l’atmosfera esoterica. La sua parte l’ha fatta di certo anche la luna calante, che si è intonata ancora meglio all’ottima esecuzione della loro ballata più nota, “Follow You Follow Me”, che ha segnato l’inizio della loro avventura nel mondo del pop intriso di romanticismo amoroso. Oltre a un approccio eccezionalmente sentito (Thompson qui ha cambiato la sua vasta batteria con un semplice tamburo africano, che creava un effetto particolare), l’esecuzione conteneva probabilmente la migliore animazione della serata, in cui abbiamo potuto osservare alcuni dei principali “eroi” delle copertine dei loro album (ha fatto un’impressione particolare il personaggio dondolante principale dell’album “Duke”). Il momento più commovente della serata è stato però senza dubbio la fine del brano, con la scena in cui sullo schermo si sono incontrati di nuovo padre e figlio dalla copertina di “We Can’t Dance”. Il tutto ricordava persino un po’ quel cartone animato italiano di culto che da noi hanno tradotto come Črta.

Poi è arrivato il momento in cui la maggior parte dei presenti è stata colta per un po’ da una sana nostalgia per il periodo Gabriel, a cui il trio con i due ospiti ha reso omaggio con le esecuzioni di due classici da “Selling England By The Pound” (1973), secondo la maggior parte dei fan il loro album migliore. Prima hanno suonato la parte centrale della leggendaria “Firth Of Fifth”, dove si sono fatti onore con i loro monumentali assoli Stuermer e Banks, poi sono passati al più grande hit del periodo Gabriel, “I Know What I Like (In Your Wardrobe)”, secondo me l’unico pezzo di Gabriel che Collins canta meglio del simpatico zietto con il tutù di scena. A ravvivare ancora di più la nostalgia ci hanno pensato le proiezioni di alcuni frammenti del loro passato, soprattutto dei giorni con Gabriel e Hackett, che così almeno simbolicamente si sono uniti agli altri membri sul palco. Dopo aver rievocato i bei ricordi dei loro tempi migliori, Phil ci ha invitati a visitare il quartiere a luci rosse, dove ci aspettava la nostra vecchia conoscenza “Mama”, che anche dopo tutti questi anni suonava terribilmente convincente e ha rappresentato persino uno dei vertici atmosferici del concerto. È stata suonata come si deve, per intero e con tutte le espansioni strumentali che offre la sua perfetta miscela di prog e pop, con un’animazione aggiuntiva senza la venerabile signora. Il culmine grottescamente oscuro dell’esibizione sono stati senza dubbio quei celebri ghigni beffardi di Phil, “eh-heh-he”, dritti in camera, quando in più si è illuminato il viso con una luce gialla, così da sembrare un diavoletto burlone, e di sicuro ha spaventato qualche nipotino di quei fan che stavano nelle prime file. Collins è poi tornato al suo tedesco rattoppato e ha annunciato un brano che dal quartiere a luci rosse ci avrebbe portati in paradiso, ovvero nel mondo di fate e gnomi. Al sempiterno burlone Collins, a questo scopo, non serve nemmeno travestirsi da folletto, anche se è da un pezzo che si è rasato la barba e ha abbandonato l’idea che i capelli gli tornino mai a far da vanto (in mezzo alla sua pelata liscia spiccava un grosso bernoccolo, che si è procurato chissà dove). Ma lasciamo queste battute a spese dell’artista per un’altra volta, perché era il turno di “Ripples”, per me addirittura la loro ballata più bella, che forse più di tutti i brani del concerto mi ha trasportato in quello stato particolare che avevo provato soprattutto anni fa agli Yes a Budapest, prova eloquente che anche questi “vecchi tromboni” sono ancora in ottima forma nel creare dimensioni astrali emozionanti. I bellissimi arrangiamenti di Banks al pianoforte e il canto di Collins, vissutissimo, mi hanno davvero portato per un attimo nel mondo paradisiaco di miti e leggende. L’esecuzione della bella ma sacrificabile ballata “Throwing It All Away” è una delle prove che il loro album di maggior successo commerciale, “Invisible Touch” (1986), costituisce ancora una bella fetta dei concerti.

Collins ha di nuovo fatto ridere, annunciando il brano successivo come illustrazione della sindrome del domino, con diverse parti di tribune e parterre che rispondevano al suo grido, dimostrando quanto ogni angolo dello stadio respirasse con la band. Molti a quel punto avevano già indovinato che era il turno di “Domino”, uno dei pezzi più complessi del periodo pop, dove Collins ha fatto anche una serie di quelle sue buffonate sceniche di marca con cui si è fatto un nome anche come solista. Tra le altre cose ha fatto il giocoliere con il tamburello e ha sfoderato una serie di gesti e sguardi al pubblico tutti suoi, che non c’era nemmeno bisogno di incitare a cantare e a scandire. Questo è stato, insieme alla “danza” finale, anche il culmine delle sue attività fisiche nel ruolo di cantante (dietro alla batteria invece se la cavava bene), perché il tipo da un pezzo non è più tra i più giovani del mestiere. A un certo punto ci siamo visti anche sui proiettori, perché le telecamere in quel momento si sono puntate sul pubblico, che allora è esploso davvero come un’unica grande famiglia felice.

E allora è arrivato il momento del grande vertice del concerto, il momento che aspettavo con grande interesse da molto prima dell’inizio. È seguito infatti il duetto di batteria, ovvero lo scontro tra Collins e Thompson. I due, prima in piedi e a una velocità sbalorditiva, hanno martellato ciascuno il proprio set di percussioni verticale. Poi, piano piano, si sono messi ognuno alla propria batteria ed è iniziata una vera battaglia epica tra il “bene” e il “male” (chi rappresentasse quale lato, ovviamente, ognuno poteva sceglierlo a modo suo). Sarebbe stato molto difficile scegliere un vincitore, ma mi è comunque sembrato che il vecchio Chester, i cui servigi Zappa sfruttò un tempo così bene nell’ottimo album “Studio Tan” (1978), dettasse il tempo con un filo di velocità in più. Bisogna però tenere conto che Phil ha dovuto fare tutto il tempo il doppio ruolo di cantante e batterista. Quando anni fa ho visto il duello tra batteristi agli Spock’s Beard, non mi sognavo nemmeno che un giorno avrei assistito a due inventori di questo tipo di duelli, che ancora oggi superano la maggior parte dei loro colleghi più giovani su questo strumento. Ma tutto questo era solo un’ouverture, anzi un semplice antipasto per una fetta di torta molto più golosa, tagliata quando ai due batteristi sul palco si sono uniti gli altri membri passando alla magnifica “Los Endos”, forse addirittura il loro miglior strumentale prog e il punto in cui si sono avvicinati di più al jazz rock fusion. Ne è seguita una vera libidine per orecchie e occhi, soprattutto per tutti gli amanti delle “jam” dal vivo, e in quel momento mi sono reso conto di assistere probabilmente al miglior concerto a cui abbia mai assistito (almeno per quanto riguarda l’atmosfera). È stato uno dei miei momenti più belli ai concerti, che ricorderò ancora a lungo.Perché anche gli amanti delle melodie da radio non restassero in alcun modo privati delle melodie romantiche, subito dopo, con agilità e un po’ a sorpresa, si sono lanciati nella hit ballad “Tonight, Tonight, Tonight”, da cui sono passati all’ultra hit “Invisible Touch”, un pezzo di cui io personalmente non sono chissà che fan, mentre alla maggior parte del pubblico ha fatto perdere completamente la testa (visto che erano per lo più persone in là con gli anni, si sono comunque comportate in modo molto esemplare per quanto riguarda l’etica nel seguire lo spettacolo). Phil ha senza dubbio vissuto il suo momento da star della serata e con l’aiuto dei suoi compari, con un approccio energico, ci ha riportati negli anni Ottanta e nell’età d’oro del pop rock. Alla fine dell’esecuzione, a chiudere la parte regolare, sono ancora partiti e hanno scoppiettato dei razzi per un breve gioco pirotecnico.

È seguito un bis del tutto prevedibile con “I Can’t Dance”, che nonostante io ne abbia fin sopra i capelli di questo pezzo, per la sua esposizione ancora oggi di massa su qualsiasi media, ha rappresentato uno dei vertici nell’unire musica e show sul palco. Come ci si aspettava, Phil, Mike e Daryl, uno dopo l’altro in colonna, hanno messo in scena quella celebre danza del video e dei tour precedenti. Sui proiettori, in tutte le possibili gamme di colori, li accompagnavano i loro sosia. Del resto, nessuna sorpresa che abbiano tenuto i loro due più grandi hit per la fine. Eppure il concerto non l’hanno chiuso come band pop, ma come il gruppo in cui la maggior parte di noi se li ricorderà di più. È arrivato il momento dell’addio e Phil ha annunciato “Carpet Crawlers”, l’ultimo pezzo della serata, che per loro come band, a prescindere dalla formazione, significa moltissimo e rappresenta l’anima del gruppo (nel 1999 l’hanno persino registrata di nuovo in duetto vocale Gabriel-Collins). Quando la gente ha saputo che era l’ultimo brano della serata ha protestato a gran voce, ma non c’è stato niente da fare, perché Phil ha ammesso che alla loro età di solito alle undici di sera sono già a letto. L’esecuzione, ottima e commovente, di questo classico dal loro progetto più ambizioso, “The Lamb Lies On Broadway” (1974), è stata al tempo stesso un gesto simbolico: la porta è spalancata per i due suoi co-creatori che quella sera non erano sul palco. Se Gabriel dovesse tornare, possiamo legittimamente aspettarci che la canterà in duetto con Collins. Così è finita una serata di cui parlerò ai posteri ancora a lungo. Finalmente ho visto i Genesis, e oltre a loro è rimasta solo una piccolissima manciata di band per cui andrei anche in capo al mondo per vederle.

Dopo un concerto così bello, che mi ha mandato fuori di testa dalla testa ai piedi per giorni, di solito è difficilissimo riassumere le impressioni, e per questo ci ho messo parecchio più tempo del solito a scrivere i report. L’esibizione dei Genesis “amputati”, in cui questa amputazione dei due pezzi grossi del prog nella scelta dei brani non si è praticamente sentita (anzi, è quasi impossibile confrontare due band completamente diverse), si è rivelata alla fine una delle esibizioni più magiche a cui li abbia mai visti. Se mi chiedessero se ho visto i Genesis progressivi o quelli pop, risponderei che ho visto i Genesis universali, che con successo e con un impianto audio eccellente hanno catturato alcuni dei migliori momenti della carriera. L’unica cosa che potrei “rimproverare” loro è l’accorciamento di alcuni classici e l’assenza di “The Musical Box”, che Collins avrebbe dovuto reimparare a suonare, perché è un pezzo imprescindibile. Ma in quel caso il concerto sarebbe durato almeno quattro ore, il che alla loro età è tutto fuorché un’impresa facile (hanno suonato quasi tre ore senza una vera pausa più lunga nel mezzo). Nonostante non nascondano i loro anni, hanno attraversato l’esibizione come se ne avessero 30 di meno e senza traccia di routine. Sui loro volti si leggeva di continuo che suonano di nuovo insieme solo per il proprio piacere, visto che i soldi, anche senza la celebre intraprendenza di Collins, non gli mancheranno mai. Poi è arrivata la consapevolezza che avrei fatto un grosso errore a perderli per via della mia predilezione per l’incarnazione classica. Quell’atmosfera mistica che sanno evocare solo nella formazione classica e attraverso le esibizioni di Gabriel è chiaro da tempo che non tornerà più, nemmeno con un suo eventuale ritorno. In compenso i Genesis si sono dimostrati più che mai una band davvero universale, che mette insieme molte generazioni di appassionati di ogni tipo di musica (era bello vedere che ero ben lontano dall’essere il più giovane tra il pubblico). Eppure non riesco a togliermi dalla testa quel dannato pensiero: che cosa sarebbe stato se sul palco ci fossero stati anche Gabriel e Hackett. Secondo me il mio spirito, dopo il concerto, non sarebbe tornato nel corpo dalle praterie celesti per un bel pezzo, e il report in quel caso sarebbe stato più simile a un’ode alla gioia in versi. Phil, Mike, Tony, Daryl e Chester – grazie ancora per una delle serate più belle della mia vita.

Scaletta

1. Behind the Lines / Duke’s End / Turn It On Again
2. No Son Of Mine
3. Land of Confusion
4. In The Cage / The Cinema Show / Duke’s Travels / Afterglow
5. Hold on My Heart

6. Home by the Sea / Second Home By The Sea
7. Follow You Follow Me
8. Firth of Fifth / I Know What I Like
9. Mama

10. Ripples
11. Throwing It All Away

12. Domino
13. Drum Duet / Los Endos
14. Tonight, Tonight, Tonight / Invisible Touch

15. I Can’t Dance
16. Carpet Crawlers

FORMAZIONE:
Phil Collins – voce, batteria
Tony Banks – tastiere, voce
Michael Rutherford – basso, chitarra, voce

Daryl Stuermer – chitarra
Chester Thompson – batteria

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