La magia dei Genesis rivive in Austria (2007)

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Location: Linz / Gugl Stadion / Austria
Data: domenica, 17.06.2007


Se solo un anno fa qualcuno mi avesse giurato che un giorno avrei visto dal vivo i Genesis, uno dei padri del rock progressivo (membri fissi dei “grandi sei” insieme a King Crimson, Yes, Jethro Tull, Pink Floyd ed ELP), nonché una delle più grandi attrazioni del pop rock anni ’80 e una band che nella mia vita ha un ruolo non da poco, gli avrei sorriso con cinismo e risposto che doveva essere un brutto scherzo. All’epoca avrei dato un bel peso al semplice fatto che il gruppo era fermo da ben otto anni e che l’ultimo album in studio risaliva ormai al “lontano” 1997. Poi, però, le voci su un possibile ritorno del nome leggendario si sono fatte sempre più insistenti e quest’anno la tanto attesa reunion è finalmente arrivata, anche se non proprio come la sognavano tutti i fan, perché a rientrare nei ranghi non sono stati due membri fondamentali della formazione “d’oro” (1971-1975): il cantante originale Peter Gabriel, che ha preferito concentrarsi sul suo tour solista di quest’anno, e il chitarrista Steve Hackett, che si porta ancora dietro certi vecchi rancori legati al suo addio alla band. Così i Genesis sono tornati insieme nella forma del trio Phil Collins, Mike Rutherford e Tony Banks, tre vecchi compagni di merende della loro incarnazione di maggior successo commerciale, quella che in passato ha firmato alcuni dei successi più amati di sempre nella storia del pop rock. 

Già solo il ritorno di Collins, grande beniamino di tutti i cuori romantici e stella intraprendente dello showbiz (che sia anche uno dei migliori batteristi della sua generazione, di solito lo si dimentica), dopo la fallimentare avventura commerciale con lo scozzese Ray Wilson (Stiltskin, solista) voleva dire che stavolta i ragazzi facevano sul serio e che si stava preparando un lungo tour mondiale con partenza dall’Europa. Prima c’è stata una grande conferenza stampa in cui hanno annunciato il tour “Turn It On Again” e risposto ad alcune domande scottanti, soprattutto sulla scelta dei pezzi da suonare. Molti fan del loro periodo progressivo (e, a guardare le cose da un punto di vista strettamente artistico, anche molto migliore) sono rimasti parecchio delusi dalla notizia che nella formazione non ci sarebbero stati Gabriel e Hackett, mentre chi ha una dose maggiore di razionalità ha accettato il fatto che potrebbe essere una delle ultime occasioni per vedere le leggende dal vivo. Non sono pochi, poi, quelli che sotto sotto sperano che sia solo l’ouverture della tanto desiderata riunione con Gabriel e Hackett. Su questo il tempo dirà la sua. A sostituire i due assenti del prog, come già tante volte in passato, sono stati due maestri americani del loro mestiere: Daryl Stuermer (ex-Jean-Luc Ponty, Phil Collins) a chitarra/basso e la leggenda del jazz rock fusion Chester Thompson (ex-Weather Report, Frank Zappa) alla batteria. Quest’ultimo anche stavolta ha sostituito con successo Collins durante le sue numerose incursioni davanti al microfono, mentre insieme formavano il duo di batteristi che è stato una delle attrazioni principali della serata. 

Dopo un viaggio relativamente lungo e faticoso fino a Linz, reso più leggero soprattutto dalle battute spiritose del nostro prode Jernej e dai racconti interessanti del fan croato Robert Medvedec, che aveva visto i Genesis per la prima volta già nel 1986, siamo arrivati sul “luogo del delitto”, dove sotto un sole cocente la gente brulicava come in un formicaio. Era davvero buffo vedere come, appena i custodi hanno aperto i cancelli dell’enorme stadio che di solito ospita le partite di calcio, tutti si siano buttati avanti come un gregge impazzito. Tutto pur di arrivare alle prime file. La vista del palco gigantesco, circondato da enormi schermi jumbotron, montagne di luci e telecamere, era semplicemente impressionante: ho avuto la possibilità di vedere l’allestimento scenico più grandioso di cui abbia memoria. Al confronto, il ricordo dell’ultimo incontro con l’allestimento (da palazzetto) degli Yes (giusto per fare un paragone) sembrava quello di un concerto in un localino. I Genesis, commercialmente molto più di successo (con Collins, ovviamente), ancora oggi non risparmiano in niente sul fronte del denaro e da anni sono un’azienda florida, come ha dimostrato anche l’ampia scelta di “souvenir”, tra cui persino bicchieri con il logo della band. Basta poi un solo sguardo allo stadio pieno fino all’orlo, dal parterre fino ai settori seduti su entrambi i lati, per capire quanto i Genesis, in una formazione o nell’altra, riescano ancora senza problemi a riempire uno stadio fino all’ultimo angolino, mentre molti loro coetanei oggi suonano (quando esistono ancora) poco meno che nelle bettole. 

I Genesis, da veri gentiluomini inglesi di famiglia, di solito rispettano alla lettera gli orari stabiliti per l’inizio del concerto (e per fortuna non sopportano gruppi spalla di sorta). Sono saliti sul palco alle otto e venti, appena si è fatto abbastanza buio, più o meno come annunciato. Lo stadio ha tremato dall’entusiasmo quando, accompagnato dai suoi compagni d’armi, è salito sul palco il ben noto ometto allegro, con la barba di qualche giorno sul mento e un grosso callo in mezzo al cranio nudo, che ha salutato il pubblico molto in fretta. Poi si è gettato sulla sua batteria, personalizzata di suo pugno. Anche gli altri del seguito hanno imbracciato con passo deciso i loro strumenti e attaccato con l’energica “Behind The Lines”, un’ottima canzone d’apertura che di solito piace sia agli amanti del prog sia a quelli del pop. Ecco, per tutta la sera i Genesis hanno seguito benissimo questa ricetta, distribuendo e bilanciando in modo eccellente il loro programma. La scaletta del loro vasto tour l’hanno adattata in modo che alla fine fossimo accontentati anche tutti noi che speravamo in più pezzi possibili del periodo progressivo, anche se alcuni sono stati accorciati in modo evidente. La maggior parte l’hanno riunita in vari “medley”, prassi consolidata da anni per far stare dentro più materiale possibile della loro lunghissima carriera. Questa volta, però, con una differenza importante: i medley comprendevano anche alcuni pezzi pop. Il palco offriva la classica scena da concerto dei loro giorni di maggior successo commerciale: Collins e Thompson ognuno dietro la sua batteria, che si piegava sotto la grandine dei loro colpi. Rutherford e Stuermer si alternavano spesso a chitarra e basso, con il maestro Stuermer che di solito copriva le parti originali di Hackett, cioè usava la chitarra nella maggior parte dei pezzi più complessi del periodo progressivo e suonava anche la maggior parte degli assoli. Rutherford è un chitarrista solido, ma si vedeva che da sempre si sente molto più a casa al basso. Soprattutto sul suo celebre Rickenbecker a 12 corde con doppio manico. Alle tastiere sedeva ovviamente l’uomo che, secondo me, ha più merito di tutti se la fiamma dei Genesis è rimasta accesa così a lungo in acque musicali agitate e imprevedibili. Tony Banks, con la sua eterna espressione seria da perfetto gentleman inglese, ha regalato con le sue dita veloci, come c’era da aspettarsi da un maestro del genere, alcuni dei momenti più grandiosi e anche più commoventi della serata. 

Da “Behind The Lines”, chiusa subito prima della parte vocale, sono passati attraverso “Duke’s End” al successone “Turn It On Again”, il brano che ha dato il nome al tour e il cui riff principale è perfetto per scaldare il pubblico all’inizio. Qui Collins ha lasciato più volte lo sgabello della batteria per andare davanti al microfono, dove dall’inizio alla fine, con anche qualche gesto buffo, ha dimostrato perché è uno dei frontman più carismatici in circolazione, con il palco nel sangue fin dalla nascita. La sua presenza da “star” è stata senza dubbio il filo conduttore della serata, anche se la maggior parte di noi sa che dietro al microfono i Genesis un tempo avevano un cantante ancora molto più carismatico, a cui durante questo concerto ho pensato solo di rado. Il medley di pezzi dall’album “Duke” (1980) era tenuto insieme dall’indimenticabile strumentale “Duke’s End”, che si chiudeva dove era iniziata “Behind The Lines”. Dopo aver soddisfatto già in apertura i gusti del pubblico più ampio, sono passati a “No Son Of Mine”, il grande hit dell’album di enorme successo “We Can’t Dance” (1991). Sugli enormi schermi, dove anche chi era nelle ultime file poteva vedere ingrandite le immagini di tutti i musicisti sul palco, è partita la prima delle numerose proiezioni con cui sono riusciti ad amplificare ancora la magia musicale. Qui Rutherford e Stuermer si sono scambiati per la prima volta i ruoli di chitarrista e bassista, mentre Collins nei panni del cantante ha avuto per la prima volta più spazio, perché è uno di quei pezzi pop che gli calzano davvero a pennello e in cui ha cantato con grandissima autorevolezza. Tra un brano e l’altro cercava di continuo di rivolgersi al pubblico in tedesco, ma nonostante l’aiuto di un foglio gli causava non pochi problemi, il che sorprende un po’ per uno che ha alle spalle tanto pedigree concertistico internazionale. 

All’improvviso sullo schermo sono comparsi i tre volti dei pupazzi grotteschi e fortemente caricaturali di Phil, Mike e Tony, tratti da uno dei video più famigerati di tutti i tempi. Era arrivato il momento dell’indimenticabile “Land Of Confusion”, probabilmente il loro hit più famoso in assoluto e il brano grazie al quale, per la sua massiccia esposizione su MTV, la maggior parte delle generazioni più giovani ha sentito parlare dei Genesis per la prima volta. A quel punto tutti i membri si erano già ben sciolti e hanno sfornato un’ottima versione di questo classico del pop rock. Noi amanti del prog poi abbiamo avuto per la prima volta pane per i nostri denti con un ottimo medley di alcuni dei pezzi più “caldi” della loro carriera, aperto dalla claustrofobica “In The Cage”, il primo dei capolavori dell’era Gabriel in programma quella sera. Oltre a un’esecuzione coerente e molto convincente, abbiamo assistito anche a una bella animazione al computer di un corridore dietro le sbarre. Il viaggio misterioso e imprevedibile è proseguito con una parte di “The Cinema Show”, compreso l’ottimo assolo di Banks, che si è sviluppato in quel celebre assolo spaziale che io adoro all’infinito, e che formava “Duke Travels”. A questo punto i Genesis risorti mi hanno convinto una volta per tutte che stavo assistendo alla continuazione di una leggenda mai dimenticata. Appena il mio entusiasmo si era un po’ calmato, sono passati all’atmosferica e romantica “Afterglow”, che offre sempre un finale eccellente. Con “Hold On My Heart”, la prima delle cinque ballad della serata, hanno di nuovo tirato un po’ le redini. Collins si è seduto su uno sgabello e nel suo modo inconfondibile ha cantato una delle loro ballad più belle, che non si distingue poi molto dai suoi pezzi solisti. 

Poi è arrivato uno dei vertici della serata, perché il signor Collins ci ha invitati in una casa misteriosa in riva al mare, dove di notte si aggirano spaventose apparizioni che non lasciano dormire i suoi abitanti. Quando ho capito che toccava a “Home By The Sea/Second Home By The Sea”, l’epopea prog/pop costruita su atmosferiche scale pentatoniche, mi sono rallegrato non meno che se fosse seguito un pezzo dell’era Gabriel, perché per me è uno dei brani più amati del loro periodo pop. Il pezzo, che contiene tante raffinate finezze pop quanto ottime sezioni strumentali, ha preso vita tra spiritose animazioni di fantasmi e vampiri, che rafforzavano l’atmosfera esoterica. Il suo l’ha fatto di sicuro anche la luna all’ultimo quarto, che si è incastrata ancora meglio con l’ottima esecuzione della loro ballad più famosa, “Follow You Follow Me”, che segnò l’inizio della loro partenza verso il mondo di un pop intriso di romanticismo amoroso. Oltre a un approccio estremamente sentito (Thompson qui ha sostituito il suo vasto arsenale di batterie con un semplice tamburo africano, che creava un effetto particolare), l’esecuzione conteneva probabilmente la migliore animazione della serata, in cui abbiamo potuto vedere alcuni dei principali “eroi” delle copertine dei loro album (ha fatto particolare impressione il personaggio dondolante dell’album “Duke”). Il momento più commovente della serata è stato senza dubbio la conclusione del brano, con la scena in cui sullo schermo si sono ritrovati padre e figlio della copertina di “We Can’t Dance”. Il tutto ricordava perfino un po’ quel cartone animato italiano di culto, La Linea, che da noi è stato tradotto come Črta. 

Poi è arrivato il momento in cui la maggior parte dei presenti è stata colta per un po’ da una sana nostalgia dell’era Gabriel, a cui il trio, con i due ospiti, ha reso omaggio con due classici da “Selling England By The Pound” (1973), secondo la maggior parte dei fan il loro album migliore. Prima hanno suonato la parte centrale della leggendaria “Firth Of Fifth”, in cui si sono distinti Stuermer e Banks con i loro monumentali assoli, poi sono passati al più noto hit dell’era Gabriel, “I Know What I Like (In Your Wardrobe)”, secondo me l’unico pezzo di Gabriel che Collins canta meglio del simpatico zione dal sorriso da corvo… ehm, del simpatico zio con le sopracciglia da gufo. A dare ancora più nostalgia ci pensavano le proiezioni di alcuni frammenti del loro passato, soprattutto dei giorni con Gabriel e Hackett, che si sono così uniti almeno simbolicamente agli altri membri sul palco. Dopo aver rievocato i bei ricordi dei loro tempi migliori, Phil ci ha invitati a fare un giro nel quartiere a luci rosse, dove ci aspettava la nostra vecchia conoscenza “Mama”, che anche dopo tutti questi anni suonava più che convincente e ha rappresentato addirittura uno dei vertici atmosferici del concerto. È stata suonata come si deve, per intero e con tutte le espansioni strumentali che offre il suo perfetto mix di prog e pop, con un’animazione aggiuntiva senza l’onorevole signora. Il culmine grottescamente oscuro del concerto sono state senza dubbio le celebri risatine beffarde di Phil, “eh-heh-he”, dritte in camera, mentre si illuminava il viso con una luce gialla, tanto da sembrare un diavoletto burlone, e di sicuro spaventando qualche nipotino di quei fan che stavano nelle prime file. Collins è poi tornato al suo tedesco rattoppato e ha annunciato un pezzo che dal quartiere a luci rosse ci avrebbe portati in paradiso, ovvero nel mondo dove regnano fate e gnomi. Al sempiterno burlone Collins, a dire il vero, per questo scopo non serve nemmeno trasformarsi in folletto, anche se è da un pezzo che si è rasato la barba e ha rinunciato all’idea che i capelli tornino mai a essere il suo orgoglio (in mezzo alla sua testa liscia svettava un grosso callo che si è fatto chissà dove). Ma lasciamo queste battute sulle spalle dell’artista per un’altra volta, perché toccava a “Ripples”, per me addirittura la loro ballad più bella, che di tutti i pezzi del concerto mi ha trasportato più di tutti in quello stato particolare che avevo provato soprattutto anni fa agli Yes a Budapest, prova eloquente che anche questi “vecchi tromboni” sono ancora in forma smagliante quando si tratta di creare dimensioni astrali emozionali. I bellissimi arrangiamenti di Banks al piano e il canto di Collins, vissuto fino in fondo, mi hanno davvero portato per un attimo in un mondo paradisiaco di miti e leggende. L’esecuzione della bella ma rimpiangibile ballad “Throwing It All Away” è una delle prove che il loro album di maggior successo commerciale, “Invisible Touch” (1986), costituisce ancora una bella fetta delle esibizioni dal vivo. 

Collins ha di nuovo fatto ridere quando ha presentato il pezzo successivo come illustrazione della sindrome del domino, con vari settori di tribune e parterre che rispondevano al suo richiamo, a dimostrazione di quanto ogni angolo dello stadio respirasse con la band. Molti a quel punto avevano già intuito che toccava a “Domino”, uno dei pezzi più complessi del periodo pop, dove Collins ha sfoderato anche una serie di quelle sue buffonate sceniche inconfondibili con cui si è fatto un nome pure come solista. Tra le altre cose ha fatto il giocoliere con un tamburello e ha sparato una serie di gesti e sguardi al pubblico, tipicamente suoi, pubblico che non aveva bisogno di essere incoraggiato a cantare e a scandire il ritmo. È stato, insieme alla “danza” finale, il culmine della sua attività fisica nei panni del cantante (dietro la batteria invece se l’è cavata bene), perché il tipo da un pezzo non è più tra i più giovani del mestiere. A un certo punto alcuni di noi si sono visti anche sugli schermi, perché in quel momento le telecamere si erano girate sul pubblico, che si è davvero animato come un’unica grande famiglia felice. 

E poi è arrivato il momento del grande culmine del concerto, quello che aspettavo con enorme interesse già molto prima dell’inizio. Era infatti il turno del duetto di batterie, ovvero dello scontro tra Collins e Thompson. I due hanno cominciato in piedi, picchiando a una velocità incredibile ciascuno sulla propria postazione di percussioni, poi piano piano si sono messi ognuno alla sua batteria ed è iniziata una vera battaglia epica tra il “bene” e il “male” (chi rappresentasse quale lato, ovviamente, ognuno poteva sceglierselo a modo suo). Qui sarebbe stato difficilissimo scegliere un vincitore, eppure mi è sembrato che il vecchio Chester, i cui servigi Zappa un tempo sfruttò così bene nell’ottimo album “Studio Tan” (1978), dettasse il tempo con una spanna di velocità in più. Bisogna però tenere conto che Phil doveva recitare per tutto il tempo la doppia parte di cantante e batterista. Quando anni fa vidi il duello dei batteristi agli Spock’s Beard non mi sarei mai sognato che un giorno avrei assistito a due inventori di questo tipo di duelli, che ancora oggi superano la maggior parte dei loro colleghi più giovani su questo strumento. Ma tutto questo era solo l’ouverture, ovvero solo l’antipasto di una fetta di torta molto più gustosa, che hanno tagliato quando ai due batteristi sul palco si sono uniti gli altri membri e sono passati alla grandiosa “Los Endos”, forse addirittura il loro miglior strumentale prog e la cosa più vicina al jazz rock fusion che abbiano mai fatto. Ne è seguita una vera delizia per orecchie e occhi, soprattutto per tutti gli amanti delle “jam” dal vivo, e in quel momento ho capito di assistere probabilmente al miglior concerto a cui avessi mai assistito (almeno per quanto riguarda l’atmosfera). È stato uno dei miei momenti concertistici più belli, che ricorderò ancora a lungo.Per non lasciare a bocca asciutta in alcun modo nemmeno gli amanti delle melodie da radio, si sono poi lanciati agili e un po’ a sorpresa nella hit ballad “Tonight, Tonight, Tonight”, da cui sono passati all’ultra hit “Invisible Touch”, un pezzo di cui io personalmente non sono un grande fan, mentre alla maggior parte del pubblico è partito completamente il cervello (essendo per lo più gente matura, si è comportata comunque in modo molto esemplare per quanto riguarda l’etica di fruizione dello spettacolo). Phil ha vissuto senza dubbio il suo momento da star della serata e con l’aiuto dei suoi camerati ci ha riportati con un approccio energico agli anni ’80 e all’età d’oro del pop rock. A chiusura della parte regolare sono anche partiti e scoppiati dei razzi per un breve spettacolo pirotecnico. 

È seguito un bis del tutto prevedibile con “I Can’t Dance”, che, nonostante io di questo pezzo, per la sua massiccia esposizione ancora oggi su ogni media possibile e immaginabile, ne abbia ormai fin sopra i capelli, è stato uno dei culmini per quanto riguarda l’unione di musica e show sul palco. Come ci si aspettava, Phil, Mike e Daryl hanno messo in scena uno dietro l’altro, in fila indiana, quella famosa danza del video e dei tour precedenti. Sui maxischermi li accompagnavano i loro doppioni in tutte le palette di colori possibili. Non è certo una sorpresa che i loro due più grandi hit li abbiano tenuti per la fine. Eppure il concerto non l’hanno chiuso da band pop, ma da gruppo quale la maggior parte di noi li ricorderà soprattutto. È arrivato il momento dell’addio e Phil ha annunciato “Carpet Crawlers”, l’ultimo pezzo della serata, che per loro come band, a prescindere dalla formazione, significa moltissimo e rappresenta l’anima del gruppo (nel 1999 l’hanno persino registrata di nuovo, in duetto vocale Gabriel-Collins). Quando la gente ha saputo che era l’ultimo pezzo della serata è insorta, ma non c’è stato niente da fare, perché Phil ha ammesso che alla loro età di solito alle undici di sera sono già a letto. Un’esecuzione molto bella e commovente di questo classico del loro progetto più ambizioso, “The Lamb Lies On Broadway” (1974), era al tempo stesso un gesto simbolico: la porta resta spalancata per i due suoi co-creatori che quella sera non erano sul palco. Se Gabriel dovesse tornare, possiamo legittimamente aspettarci che la cantino in duetto con Collins. Così è finita una serata di cui parlerò ai posteri ancora a lungo. Finalmente ho visto i Genesis e, oltre a loro, è rimasta solo una piccolissima manciata di band per cui andrei anche in capo al mondo pur di vederle. 

Dopo un concerto così bello, che mi ha lasciato letteralmente senza fiato per giorni, dalla testa ai piedi, di solito è difficilissimo riassumere le impressioni, per cui mi ci è voluto parecchio più tempo del solito per scrivere questo report. Il concerto dei Genesis “dimezzati”, a cui l’assenza dei due pesi massimi del prog sulla scaletta non ha tolto quasi niente (anzi, mettere a confronto due band completamente diverse è quasi impossibile), alla fine si è rivelato uno dei concerti più magici a cui io abbia mai assistito. Se mi chiedessero se ho visto i Genesis progressivi o quelli pop, risponderei che ho visto i Genesis universali, che con un’ottima resa sonora hanno catturato con successo alcuni dei momenti migliori della loro carriera. L’unica cosa che potrei “rimproverare” loro è l’accorciamento di alcuni classici e l’assenza di “The Musical Box”, che Collins dovrebbe reimparare a suonare, perché è un pezzo imprescindibile. Ma in quel caso il concerto sarebbe durato almeno quattro ore, il che alla loro età è tutto fuorché un’impresa facile (hanno suonato quasi tre ore senza una vera pausa lunga nel mezzo). Anche se non nascondono i loro anni, hanno attraversato il concerto come se ne avessero 30 di meno e senza la minima traccia di routine. Sui loro volti si leggeva per tutto il tempo che suonano di nuovo insieme solo per il proprio piacere, visto che i soldi, anche senza la celebre intraprendenza di Collins, non gli finiranno mai. Poi è arrivata la consapevolezza che avrei fatto un grosso errore a perdermelo per via della mia predilezione per l’incarnazione classica. Quell’atmosfera mistica che sono in grado di evocare solo nella formazione classica e con le esibizioni di Gabriel è chiaro da tempo che non tornerà più, nemmeno con il suo eventuale ritorno. In compenso i Genesis si sono dimostrati più che mai una band davvero universale, capace di unire molte generazioni di appassionati di ogni genere musicale (era bello vedere che ero ben lontano dall’essere il più giovane tra i presenti). Eppure non riesco a togliermi dalla testa quel maledetto pensiero: cosa sarebbe successo se sul palco ci fossero stati anche Gabriel e Hackett. Secondo me il mio spirito, dopo la fine del concerto, non sarebbe tornato nel corpo dalle distese celesti per un bel pezzo, e il report in quel caso somiglierebbe più a un’ode alla gioia. Phil, Mike, Tony, Daryl e Chester, ancora una volta grazie per una delle serate più belle della mia vita.

autore: Peter Podbrežnik
foto: Jernej Vene

Setlist:
1. Behind the Lines / Duke’s End / Turn It On Again
2. No Son Of Mine
3. Land of Confusion
4. In The Cage / The Cinema Show / Duke’s Travels / Afterglow
5. Hold on My Heart
6. Home by the Sea / Second Home By The Sea
7. Follow You Follow Me
8. Firth of Fifth / I Know What I Like
9. Mama
10. Ripples
11. Throwing It All Away
12. Domino
13. Drum Duet / Los Endos
14. Tonight, Tonight, Tonight / Invisible Touch
15. I Can’t Dance
16. Carpet Crawlers 


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