La morte di Alice Cooper a Bratislava (2009)

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Autore: Urban Bolta
Foto: Urban Bolta

Luogo: Športova hala Pasienky / Bratislava / Slovacchia
Data del concerto: 18.11.2009
Spettatori: 5000
Prezzo del biglietto: 25€ / 29€

Andare a vedere dal vivo il leggendario Vincent Damon Furnier è una di quelle cose da bollino “obbligatorio per ogni hard rocker”. Parlo ovviamente di Alice Cooper, il nome d’arte che Vincent si è cucito addosso tanto tempo fa, negli anni Sessanta del secolo scorso. All’inizio sotto il nome Alice Cooper group, nei primi anni Settanta con la sua messa in scena da brividi in stile film horror dell’epoca ha rifinito lo stile pionieristico di Arthur Brown e, grazie ad album come “Love it to Death”, “School’s Out” e ai dischi successivi, è diventato la forza trainante dello shock rock e, con gli anni di carriera, un’icona del rock americano. L’anno scorso lo si poteva beccare a Monaco di Baviera, dove in tandem con i Whitesnake Cooper presentava l’album appena uscito “Along Came a Spider”. Finito il tour di presentazione, per non annoiarsi Alice Cooper è subito ripartito con un nuovo giro, battezzato Theatre of Death. Dopo la tappa estivo-autunnale in Australia e America, il “teatro della morte” è arrivato anche in Europa, a Bratislava per la prima volta in assoluto: un posto relativamente lontano, ma comunque la “scena del crimine” più vicina. In qualche giorno di giri per la città ho notato solo due manifesti che pubblicizzavano lo show di Cooper, quindi di euforia non c’era nemmeno l’ombra. Non conoscendo le abitudini concertistiche slovacche, e con una promozione del concerto a dir poco inesistente, per me era un grosso punto interrogativo quanta gente avrebbe richiamato l’evento. Alla fine il numero è stato bello alto: la palasport Pasienky, ben fatta, alla periferia di Bratislava, era riempita in modo più che soddisfacente.

Prima ancora che Bratislava vivesse per la prima volta uno spettacolo di Cooper, i suoi 30 minuti di gloria sono toccati agli Evarest, metallari cechi che avevano già svolto lo stesso compito nell’est della Slovacchia, a Košice, dove Alice Cooper si era esibito il giorno prima del concerto di Bratislava. Gli Evarest sono a un miglio di distanza dal loro stile: suonano secondo il copione delle band con voce femminile, che dopo il successo dei Nightwish si sono moltiplicate come funghi dopo la pioggia. Base heavy metal con due chitarre, sommersa da voce femminile e ritornelli melodici: sono queste le carte su cui puntano gli Evarest, ma sulla folla non hanno lasciato un’impressione granché positiva.

Campanella della scuola come intro, ora si fa sul serio! Lo spettacolo, la storia è iniziata. Alice Cooper è quel personaggio della storia del rock che ha portato la sua musica sul palco, creandoci e dirigendoci show mozzafiato che non di rado hanno scioccato il pubblico. La storia di Bratislava ha iniziato a prendere forma con l’hit School’s Out, che ha il compito di scaldare subito la folla: con questa mossa la band stabilisce il contatto con il pubblico fin dall’inizio, invece di costruirlo piano piano durante l’esibizione, come succede spesso. L’allestimento del palco era imponente: in alto, sospesa nell’aria, la batteria di Jimmy DeGrass, a cui portavano delle scalinate da entrambi i lati, mentre come scenografia pendevano in aria lettere gigantesche a distanze diverse, che aggiungevano al palco una terza dimensione, quella della profondità. Che dinamica sul palco! Il chitarrista principale Keri Kelli (ex-Pretty Boy Floyd), piazzato soprattutto sulla destra, e sul lato sinistro il secondo chitarrista Damon Johnson (Brother Cane) e il bassista Chuck Garric (ex-Dio, ex-L.A. Guns..) cambiavano continuamente posizione e tempo; nelle parti strumentali si univano e creavano una potenza chitarristica devastante alla “Iron Maiden”, mentre quando serviva facevano spazio al datore di lavoro e suonavano in una finta oscurità, con tutti gli occhi puntati su Alice Cooper. Forse è proprio tutta quella cinetica dei chitarristi la ragione per cui se la sono cavata un po’ peggio con i loro compiti di cori armonici: stavano lontani dai microfoni come anatroccoli inesperti e si sentivano decisamente troppo poco, per esempio nel pezzo Devil’s Blood. L’eccezionale chilometraggio live ha scolpito Alice Cooper a dovere: il vecchio zio sa benissimo come accontentare il pubblico. Sul palco si trasforma in attore, assistito da una piccola squadra di accompagnamento, e insieme scrivono una storia in cui lo spettatore, pardon, l’ascoltatore, resta intrappolato: a svegliarlo e farlo tornare in sé sono solo i riflettori accesi a fine concerto. La storia è fatta di pezzi d’impatto con pesanti linee di chitarra, che sul palco si trasformano in momenti drammatici, e di marce rock-blues da ballad che alleggeriscono il ritmo e regalano un po’ di “respiro”, una pausa nel racconto. Ci sono anche alcune lunghe parti strumentali, in cui si prendono la loro fetta i musicisti che, quando Cooper non è sul palco, escono dalla sua ombra e si ritagliano qualche momento di autopromozione. Un vero balsamo per le orecchie è il chitarrista Kelli, per cui l’heavy rock è cucito addosso e il cui carisma mette in ombra gli altri musicisti ingaggiati da Cooper. Con i suoi sessant’anni suonati Alice Cooper non è più un ragazzino, e si sente dalla voce, ma la teatralità dello show gli offre una maschera che gli permette di cambiare le linee vocali a piacere e di adattarle a quello che succede sul palco: una tattica furba che sfrutta con abilità, e in certi momenti il risultato è persino ottimo!

La scaletta è affondata a fondo negli anni Settanta, con l’ossatura fatta di brani da Love It to Death (1971) ad Alice Cooper Goes to Hell (1976), una vera leccornia per tutti i fan del rocker americano. Il cuore era condito con (volente o nolente obbligatoria) l’hit fuori serie Poison e qualche pezzo più recente: Wicked Young Man, Dirty Diamonds e Vengeance is Mine, l’unico tratto dall’album uscito l’anno scorso, Along Came a Spider. In pratica il set suonato era un “best of” degli anni Settanta.

Che “show man” sa essere Cooper! Non sorprende affatto che un tempo desse fastidio ai suoi concittadini conservatori, visto che sul palco mette in scena uno spettacolo mozzafiato che ti fa rizzare tutti i peli del corpo! La gamma di attrezzi di scena è varia: da palloni più divertenti ad aggeggi un po’ meno divertenti, che starebbero meglio nel museo degli strumenti di tortura di Tallinn. Il culmine della teatralità arriva verso la fine, quando, tra il baccano festoso del pubblico, la signora Morte accompagna il protagonista della storia fino al patibolo, dove lo prende tra le sue braccia per sempre…

Ovviamente è tutto solo parte del gioco, l’oppio dei popoli di Cooper, studiato per bene. Un sano intrattenimento da vecchio volpone, che ai bratislavesi ha regalato un’ora e mezza di festa rock. Solo il suono ha toppato un pochino: anche la Pasienky, infatti, è afflitta dalla nota sindrome da Tivoli, quella della non-acustica. Ma quel che conta, ovviamente, è che giovedì ci siamo messi a letto tutti felici!

Foto: Urban Bolta

Scaletta

1. School’s Out (intro) 2. Department Of Youth 3. I’m Eighteen 4. Wicked Young Man 5. Ballad Of Dwight Fry 6. Go To Hell 7. Guilty 8. Welcome To My Nightmare 9. Cold Ethyl 10. Poison 11. The Awakening 12. From The Inside 13. Nurse Rozetta 14. Is It My Body 15. Be My Lover 16. Only Women Bleed 17. I Never Cry 18. The Black Widow (strumentale) 19. Vengeance Is Mine 20. Devil’s Food 21. Dirty Diamonds 22. Billion Dollar Babies 23. Killer 24. I Love The Dead 25. No More Mr. Nice Guy 26. Under My Wheels ——— 27. School’s Out

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