La nuova magia nera degli Iron Maiden sacrifica sull’altare anche Split (2016)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Split / Spaladium Arena / Croazia
Data del concerto: 27.07.2016
Pubblico: 14.000
Prezzo del biglietto: 370,00HRK (`headbangers pit`) / 290,00HRK (parterre in piedi) / 320,00HRK (tribune alte) / 340,00HRK (tribune basse) / 430,00HRK (posti VIP)

Che c’è di più bello? Dalmazia, estate, mare, gelato e, per chiudere la giornata, un concerto degli Iron Maiden. Sembra una favola, ma per fortuna certe favole diventano realtà.

Il conto alla rovescia di mesi e giorni prima di ogni tour che annunciano è una tortura, almeno oggi si può dire a ragion veduta, trattandosi della più grande heavy metal band del pianeta ancora in attività. Gli Iron Maiden, ovviamente. Una band che col »The Book of Souls World Tour« avrebbe girato il mondo già prima, se la malattia del cantante Bruce Dickinson, e con lui di tutta la band, non avesse mandato all’aria i piani. Bruce se l’è cavata, e con lui gli Iron Maiden, che lo scorso settembre sono finalmente riusciti a pubblicare il (tanto promesso) nuovo album in studio, intitolato »The Book of Souls« – recensione di RockLine QUI. Il nuovo tour megalomane, in cui gli Iron Maiden solcano il mondo col loro Boeing 747-400 ridipinto su misura, ha portato la band nell’angolo balcanico d’Europa solo proprio sul finale. Così a Split gli Iron Maiden hanno suonato il loro sessantanovesimo concerto, su un totale di settantadue previsti da questo tour.  Il giorno prima la band si era fermata a Trieste, a due passi dalla Slovenia, dove anche la squadra di RockLine l’ha intercettata e immortalata nel report che segue.

Anche se il sedicesimo album in studio, in termini di espressione artistica, non aggiunge proprio nulla di particolare alla discografia della band, questo non ferma la folla di fan dal ficcarsi ai concerti degli Iron Maiden. I mitici anni Ottanta hanno infatti cementato il nome della band per sempre tra il pugno dei più grandi performer della galassia. Anche la Spaladium Arena di Split ha registrato un’affluenza eccezionale. I parcheggi erano già pieni zeppi alle cinque del pomeriggio. Orde di spettatori arrivavano da ogni dove e si riversavano da tutte le direzioni verso la Spaladium Arena. Gente da Croazia, Bosnia ed Erzegovina, probabilmente non mancavano nemmeno i montenegrini, e anche dalla Serbia, anche se è molto probabile che i serbi per vedere gli Iron Maiden abbiano sfruttato la data prevista tre giorni dopo nella romena Bucarest. Anche un bel po’ di gente con targa slovena si è messa in marcia verso Split, soprattutto chi (noi compresi) per un motivo o per l’altro aveva saltato il concerto di Trieste. Si preannunciava un’avventura fuori dal comune. Lo sfrigolio delle scintille di energia ribollente, nella luce dell’attesa, non si spegneva. Buonumore e atmosfera top a ogni passo.

Alle sette e mezza di sera sul palco sono saliti i The Raven Age. Una band in cui alla chitarra suona il figlio di Steve Harris (Iron Maiden). Cioè George Harris. I The Raven Age sono un quintetto e, a livello espressivo, una band irrilevante. Su scala globale, s’intende. Cioè rispetto a tutte le invenzioni musicali che il metal ha servito e offerto fino a oggi. Suonano metal moderno, molto melodico, lavorano sulla cinetica del »groove«. Sono prevedibili. La voce è ovviamente melodica, ma oltre a piagnucolii ed emo-lagne non va. Però è stata un’esibizione ben studiata e rifinita. I ragazzi si sono allenati un sacco per questo tour e hanno sfruttato il palco con abilità. Di conseguenza hanno rovesciato sul palco della Spaladium Arena molta più sicurezza e padronanza di quanta se ne potesse giustificare, o di quanta il pubblico potesse pretendere da una band che ha in tasca un solo EP e che per quest’autunno ha annunciato soltanto il debutto in studio »Darkness Will Rise«. Dunque? Dopo Lauren Harris (la figlia di Steve Harris), che ha aperto i concerti degli Iron Maiden tra il 2006 e il 2009, dopo i (già sciolti) Rise To Remain, con Austin Dickinson (figlio di Bruce Dickinson) alla voce, che aprirono per gli Iron Maiden nel 2011, ecco la terza prova lampante del nepotismo sfacciato coltivato dagli Iron Maiden. Si chiuderebbe un occhio se si trattasse di band interessanti. Ma niente di tutto ciò. Anche con l’esibizione dei The Raven Age la conclusione resta la stessa. Show dimenticabile, come la neve dell’anno scorso, senza carisma né guizzo artistico. Visti i prezzi dei biglietti, il pubblico meritava di più. Soprattutto chi per il fan pit di Trieste ha sborsato quasi 100€ tondi.

Poco prima delle nove di sera è iniziato il vero show. Prima la celebre Doctor Doctor, brano dei leggendari UFO e al tempo stesso »modello« (»stampo originale«) di tanti pezzi dei primi anni di carriera degli Iron Maiden, su cui la band ha costruito la propria reputazione nel mondo della musica. Questo pezzo gira regolarmente prima che gli Iron Maiden salgano sul palco. La gente nell’Arena si scatena. Il punto d’ebollizione sta per essere raggiunto. E superato. La sala si oscura e al pubblico tocca guardarsi anche un divertente film d’animazione sul Boeing »Ed Force One« degli Iron Maiden, rimasto in panne in mezzo alla foresta pluviale, da dove a salvarli alla fine non può che essere il loro alleato insostituibile, Eddie, ovviamente.

Gli Iron Maiden hanno costruito la scaletta in modo molto prevedibile. Era appesantita da ben sei pezzi del nuovo disco. In apertura ne hanno sparati due di fila, alla fine del primo terzo del concerto altri due e all’inizio dell’ultimo terzo gli ultimi due. Il lusso di minutaggio che offrono i nuovi brani ha fatto sì che in poco meno di due ore il concerto mettesse in fila solo quindici pezzi, contro i diciassette che di solito ci toccano ai concerti degli Iron Maiden. L’apertura con la coppia di »The Book of Souls«, If Eternity Should Fail e Speed Of Light, ha fatto alzare in piedi il pubblico all’istante e il delirio che ha abbracciato tutta l’Arena,  non è più calato in alcun modo. Bruce, straordinario comandante da concerto, ha »calmato« un po’ la febbre iniziale poco prima di Children of the Damned, un classico, dove si è messo a chiacchierare e di passaggio ha elogiato la nazionale croata di calcio, cosa che ovviamente è bastata a far sì che il pubblico fosse tutto suo per due ore. Questa pausa, come il brano stesso, ha offerto al cantante il primo risparmio di energie, visto che è composto in un registro che per Bruce non richiede sforzi vocali eccessivi. Dickinson ha cantato gran parte del concerto a un livello eccezionale. Soprattutto per la sua età e considerando che il cancro se l’è lasciato alle spalle. Ha portato a casa il compito alla grande. Qualche volta ha sì preso fiato a fatica, soprattutto durante The Trooper e nella seconda strofa di Hallowed Be Thy Name e, per esempio, nei primi due terzi della conclusiva Wasted Years, dove è volato nelle retrovie a cercare »ossigeno« durante il passaggio »mid eight«. Quando Bruce è tornato sul palco, ha chiuso l’ultimo ritornello e la strofa di Wasted Years a un livello energetico decisamente più alto e con un rendimento visibilmente maggiore della potenza vocale sviluppata.  Di momenti così al concerto ce ne sono stati ancora un paio. In questo tour, però, Dickinson (e ovviamente gli Iron Maiden con lui) ha portato sul palco un carattere molto più »sfottente« rispetto alle passate esperienze live degli Iron Maiden. Non solo si è messo in testa un po’ di maschere buffe e copricapi durante il concerto, ma ha tenuto per tutto il tempo un’atmosfera eccellente sul palco: per esempio durante l’intro del classico Hallowed Be Thy Name, piazzato sulla pedana accanto alla batteria di Nick McBrain, ha picchiato sul piatto »crash« con la corda da impiccato che gli pendeva al collo, poi durante Number of the Beast è piombato sul palco con un estintore e ha fatto il giro di tutti i membri, »spruzzandoli«, senza dimenticare a fine pezzo nemmeno il pubblico. E ancora: all’inizio di Blood Brothers è volato sul palco un reggiseno »push up«, che Bruce ha raccolto e ha usato per bendare gli occhi a Jannick Gers. Come si sa, il clown principale della band è Jannick Gers, che soprattutto nell’ultima era di attività è il suo motore propulsivo e creativo, e suonava la linea di chitarra principale nell’intro di questo pezzo. Siccome Dickinson con quella mossa lo ha un po’ mandato fuori strada, la sua chitarra è ammutolita per un attimo. Gli altri due chitarristi (Smith e Murray), in attesa della mossa del compare, hanno perso l’orientamento e di conseguenza si sono concessi un adorabile scivolone di mezzo tono.

Anche se la maggior parte dell’attenzione se la prende Dickinson, gli altri tre chitarristi, l’inesauribile calciatore in calzoncini corti e immortale capo della band Steve Harris hanno suonato con un’intraprendenza e un mordente insoliti. Dal primo all’ultimo secondo. Come se volessero a tutti i costi stare dietro a Dickinson. Ha dato il suo contributo anche la sala stipata fino all’orlo, che ha partecipato fanaticamente con la band dal primo all’ultimo secondo del concerto.  Anche quando il concerto si è chiuso con Wasted Years, il pubblico, saltando in tutto il parterre, ha scatenato un boato che pretendeva un altro bis obbligatorio, che però ovviamente non è arrivato.

La band, come aveva annunciato prima dell’inizio del tour, ha portato a Split uno spettacolo di altissimo livello. Oltre a tutto quanto già scritto, nella sala c’era un suono eccellente, tanto che si riuscivano a seguire con grande chiarezza anche le armonie a tre voci di The Trooper. La band ha portato sul palco una dose abbondante di inserti pirotecnici con cui ha condito l’apertura (If Eternity Should Fail) e, tra le altre cose, anche l’esecuzione della title track e, nel bis obbligatorio, The Number of the Beast. L’aspetto di Eddie si è rivelato particolarmente azzeccato. È arrivato sul palco a passo pesante durante l’esecuzione della title track. Con una costituzione dalle gambe così lunghe che Jannick Gers ha potuto allenarsi per tutto il tempo negli scatti sulle brevi distanze tra le gambe di Eddie. Durante l’esecuzione di Iron Maiden da dietro le pedane di McBrain ha »fatto capolino« l’enorme testa di Eddie, costruita sulla copertina del nuovo album. Gli effetti pirotecnici durante The Number of the Beast sono stati potenziati anche da due costruzioni del diavolo, piazzate a destra e a sinistra del palco. Insomma. Uno spettacolo che vale ogni centesimo. Nonostante i prezzi dei biglietti salgano di anno in anno sempre più in alto.

Cosa dire in chiusura? Un concerto che è finito prima ancora di cominciare. Due ore che sembrano non essere mai esistite. Due ore di splendida compagnia con gli indimenticabili fabbri della bibbia del metal, gli unici Iron Maiden, una delle band più influenti di tutti i tempi. Nonostante la maturità, gli Iron Maiden restano sul palco potenti, scatenati, emanano una sfrenatezza da ragazzini e nemmeno un filo di logoramento o stanchezza. Un indimenticabile spettacolo dal vivo con gli Iron Maiden a Split, dunque. E la snervante attesa per il nuovo tour della band è iniziata subito.  

Scaletta

1. If Eternity Should Fail
2. Speed of Light
3. Children of the Damned
4. Tears of a Clown
5. The Red and the Black
6. The Trooper
7. Powerslave
8. Death Or Glory
9. The Book of Souls
10. Hallowed Be Thy Name
11. Fear of the Dark
12. Iron Maiden
— bis —
13. The Number of the Beast
14. Blood Brothers
15. Wasted Years

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