Metaldays 2016 – terzo giorno!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Jerneja Jerak, Sebastijan Videc
Video: Sebastijan Videc
Luogo: Sotočje, Tolmin, Slovenia
Data del concerto: 27.07.2016
Per me la giornata di mercoledì è iniziata presto: già alle due mi sono visto l’esibizione dei death metaller croati Infernal Tenebra, che purtroppo non sono stati granché ispirati. Le ottime condizioni audio non sono bastate a nascondere gli errori che ogni tanto saltavano fuori, soprattutto nei passaggi tecnici più incasinati, e davano l’impressione di faticare a farsi strada nel loro stesso materiale. Magari avevano solo una giornata storta, ma il pubblico non si è certo entusiasmato. (t: David)
Sull’altro palco gli italiani Blaze of Sorrow hanno portato il loro black metal ambient con una vena ottimista, cantando nella loro lingua madre di natura e ricerca di sé. Per qualche anno la band è stata un progetto solista, poi nel 2011 al leader Petru si è unito il batterista Nicolò e da allora vanno avanti in due, mentre dal vivo suonano con dei session musician. Hanno sfoderato un’esibizione eccellente, ma vista l’ora presto sotto il palco non c’era molta gente. (t: David)
Poco dopo le tre, invece, sul palco principale è partito un programma che non è andato proprio a genio ai sostenitori del movimento per bambini e famiglie, visto che sono arrivati Aborted e Dying Fetus. I primi quest’anno sono già passati da noi a Lubiana, quando con Kataklysm e Septic Flesh si sono fermati al Kino Šiška, mentre a Tolmin avevano suonato l’ultima volta due anni fa, regalando sul palco piccolo uno dei migliori show del festival. Ci hanno proposto qualche pezzo dal loro ultimo album in studio, il nono, intitolato Retrogore e uscito ad aprile. Come ormai siamo abituati con i belgi, hanno fatto il loro senza sbavature, hanno scatenato un massacro sotto il palco e, nonostante la pioggia e l’ora presto, hanno riempito per bene l’area del festival. (t: David)
Per quanto riguarda le band slovene, la giornata di mercoledì è partita con i death metaller di Metlika Sarcom sul palco più piccolo. Un’esibizione piuttosto solida, ma purtroppo senza grandi picchi. Secondo noi, con un orario più tardo e un po’ più di energia sul palco, la band avrebbe richiamato più gente sotto il palco, invece solo un manipolo di persone seguiva il concerto seduto sulle panche davanti. Il tutto dava la buffa sensazione di essere in classe. A sorprendere con un po’ di energia, ogni tanto, è stato solo il cantante, mentre gli altri membri se ne stavano abbastanza fermi. Di notevole ci sono solo un ottimo batterista e, a tratti, il cantante, a cui però va rimproverato un vocalist piuttosto lineare. (t: Klemen)
Sul palco principale gli Aborted hanno lasciato il posto ai Pro pain, band americana che a giudicare dal pubblico era molto attesa e che si definisce di genere hardcore metal. Una formazione a quattro con già parecchia strada alle spalle, almeno a giudicare dagli album usciti. L’alfa e l’omega della band è chiaramente il cantante e bassista Gary Meskil, che è anche l’unico membro fondatore rimasto, visto che gli altri della formazione attuale sono arrivati molto più tardi. In una frase? Un concerto ottimo, che secondo noi si sarebbe meritato decisamente un orario più tardo di un’oretta. La band suona incredibilmente affiatata e ognuno al suo posto fa la sua parte come si deve, quindi è difficile metterne in risalto uno in particolare. Riff concreti, sezione ritmica compatta, assoli ottimi e una voce solida che non molla mai. Senza dubbio una band che vorremmo rivedere in futuro. In questo periodo stanno presentando i pezzi dell’ultimo album, uscito quest’anno, intitolato “Foul taste of freedom” e pubblicato per l’etichetta Steamhammer. (t: Klemen)
L’altra band che non va proprio matta per i frutti umani sono gli americani del Maryland Dying Fetus. Proprio come gli Aborted, gli americani sono ospiti fissi sul suolo sloveno. Ci hanno suonato i loro pezzi più noti e »Induce Terror« dal loro prossimo album, che uscirà a febbraio dell’anno prossimo. Quello che li distingue dai colleghi di genere è che sono solo in tre e suonano come se fossero almeno il doppio. Con il loro mix estremamente complesso di death metal e breakdown slam/grind, nonostante gli anni ormai »maturi« (John Gallagher quest’anno ne ha compiuti 44), asfaltano senza problemi la stragrande maggioranza delle band più giovani. (t: David)
I tedeschi Gloryful, una formazione heavy metal relativamente fresca, poco dopo le 18.00 ha cominciato a caricare il pubblico dell’energia necessaria per i momenti clou della serata. Una band per cui già dai primi pezzi è chiarissima la risposta alla domanda su chi considerino i loro idoli. Siamo convinti che sarebbe Iron maiden, perché li seguono davvero troppo spesso, sia nella musica che nella presenza scenica. Il concerto non è stato brutto, ma nemmeno stavolta abbiamo sentito grandi picchi, proprio per via di queste copiature fin troppo evidenti. (t: Klemen)
Dopo i Gloryful è toccato ai Rossomahaar, e prima del concerto eravamo curiosi di sentire come suonasse dal vivo il loro mix di folk-thrash-black metal. Purtroppo non possiamo scrivere niente di più positivo. Forse sarebbe stato meglio sentire solo la loro versione di thrash e black senza il flauto folk, che semplicemente non c’entrava niente con la band. Sul palco i quattro russi ci mettono l’energia che serve e non sono certo comparse. Digeribile. Ma non qualcosa che ci resterà in mente. Diamogli tempo, però visti 11 anni di carriera ci aspetteremmo di più. (t: Klemen)
Sul palco principale, a regalare una pausa dal death metal brutale, ci hanno pensato i Graveyard. Gli svedesi sono da qualche anno sotto l’ala della Nuclear Blast, che con band come Kadavar, Blues Pills e i nuovi Opeth sta in qualche modo riportando in vita il sound tipico degli anni ’60 e ’70. Tutte queste band negli ultimi due anni hanno tirato fuori a Tolmin concerti eccellenti, e i Graveyard non hanno fatto eccezione. Con il loro mix di rock psichedelico, blues e qualche inserto più mosso hanno cullato con i loro ritmi piacevoli una folla di fan e curiosi davvero numerosa. Consiglio assolutamente di andare a vederli dal vivo, quando torneranno dalle nostre parti. (t: David)
Poi è toccato, senza dubbio, alla band slovena più attesa della giornata, se non addirittura del festival. I thrash metaller di Škofja Loka Sarcasm sono ormai un nome ben noto del metal sloveno. Nonostante i cambi di formazione sono rimasti sempre a un ottimo livello. L’ultima novità è arrivata quest’anno con il cantante Grega Čadež (Rise), che nella band deve ancora farsi le ossa, ma il suo ruolo l’ha comunque giocato bene. All’energia costante sul palco di tutti i membri ha aggiunto proprio lui una bella dose di animazione verso il pubblico, ormai bello pieno davanti al palco, spingendolo addirittura nel moshpit. La band non c’è niente da rimproverarla, suona in modo splendidamente affiatato, e il picco è il batterista Aleš Korošec. Il loro lungo percorso sulla scena l’hanno annunciato con un concerto in arrivo per l’anniversario. Per l’occasione sul palco si sono uniti a loro anche gli ex membri Aleš e Sandi al basso e Tomi alla chitarra. I Sarcasm, come previsto, hanno lasciato un’ottima impressione e non dubitiamo che l’anniversario sarà all’altezza. Almeno la preparazione gli riesce più che bene, a parole e nei fatti. A giudicare dalla reazione del pubblico, a spiccare sono stati i pezzi Crematory e Something to believe. È stato così un ottimo antipasto per le prime stelle della serata sul palco grande, i Napalm Death. (t: Klemen)
Sul palco principale era di nuovo ora di musica rumorosa e blast beat. Per essere più precisi: musica rumorosissima e una marea di blast beat. I leggendari pionieri del grind Napalm Death hanno portato caos e anarchia. In mezzo al pubblico si vedeva di tutto: dal classico stage diving e moshing fino ai trenini della conga e a un’intera folla che ballava la macarena. Anche se Barney si avvicina ai cinquanta, ha ancora l’energia di un adolescente incazzato ed è davvero un frontman fantastico. Tra un pezzo e l’altro, ovviamente, non sono mancati i suoi commenti di critica sociale, ogni volta accolti da un fragoroso applauso. (t: David)
Il concerto dei giganti del thrash tedesco Kreator, già visti mille volte, stavolta me lo sono saltato, perché sull’altro palco suonavano i death metaller americani Misery Index, che volevo vedere soprattutto perché dietro le pelli siede Adam Jarvis. Dopo le ottime prove di Ken Bedene (Aborted) e Trey Williams (Dying Fetus), ero curioso di vedere come se la sarebbe cavata il terzo batterista del trio death metal. Risposta: da animale. Il concerto dei Misery Index si riassume semplicemente con le parole »un cazzotto in faccia« e con un’ottima scelta di pezzi hanno scatenato una devastazione totale e chiuso in modo sensato la parte brutale del programma. Assolutamente consigliato. (t: David)
Sul palco principale è seguito poi il concerto dei tedeschi Die Apokalyptischen Reiter, che purtroppo si sono rivelati la prima grande delusione del festival. Forse la colpa è del fatto che il filo rosso della giornata era il death metal, o del fatto che ovunque mi girassi avevo intorno dei tedeschi con birre da 5 €, ma la vera energia nell’aria semplicemente non si sentiva. Il materiale, peraltro suonato molto bene, diventava sempre più prevedibile e ripetitivo e purtroppo la band non ha lasciato un grande ricordo. Dopo una giornata così, sul palco principale avremmo potuto desiderare un finale un filo più vario. (t: David)
Il concerto dei tedeschi non sono riuscito a vederlo fino in fondo, perché i Kreator prima di loro l’avevano tirata parecchio per le lunghe e già dopo qualche pezzo era l’una, quando sull’altro palco hanno cominciato a suonare i Secrets of the Moon. È molto difficile inquadrarli per genere, ma se provassimo a sintetizzare tutti i loro elementi sonori, possiamo solo concludere che si tratta di black metal (sperimentale) che non è dello stesso tipo di, per dire, Marduk o Dark Funeral, ma più lento e cupo di natura. Le reazioni del pubblico sono state contrastanti, perché, come già detto, probabilmente si aspettavano un finale sulla stessa linea di tutta la giornata. Così un altro giorno di festival è arrivato alla fine e ce ne restano solo altri due, brevi. (t: David)
testo: David Bordon & Klemen Udovč
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