Lateralus

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Tool
Etichetta: ZOO entertainment / Volcano Records / BMG Music
Uscita: year
Durata: 78:51
Voto: 5/5

Poche band mi hanno infilato nell’anima e nel corpo tanta inquietudine, tanta voglia di dosi ancora più massicce di ritmica e di melodie inebrianti, e in cima al mio Olimpo musicale riesco e posso vedere un solo nome, quello che riempie ogni vuoto nella mia venerazione della musica perfetta: gli alfieri del progressive metal americano TOOL. Dopo cinque anni di attesa, durante i quali i poeti della cosmicità hanno battagliato con la loro etichetta di allora e si sono ritrovati praticamente sull’orlo dello scioglimento definitivo, il groviglio di grane legali si scioglie, e vede la luce quello che per me è uno dei dischi più grandi a cavallo del millennio: l’album Lateralus.

https://www.youtube.com/watch?v=LRSLmlFqExU

Prima dell’uscita c’è stato un sacco di depistaggio e di enigmatica roba tipicamente Tool. Si parlava di un disco intitolato Systema Encéphale, poi è esplosa la battaglia con il vorace web globale e con i mulini a vento di Napster che, diciamocelo, hanno smorzato la passione di ogni artista per la rifinitura grafica e per l’impegno su copertine e simili reliquie nella collezione di ogni appassionato di musica. I Tool hanno dimostrato di avere una ricchezza di idee e di argomenti tale da rendere del tutto insensato ripiegare su miseri surrogati, freddi file digitali e forme di furto universale senza alcun rispetto per gli artisti. La mentalità storta di un’intera generazione di pirati moderni ha rovinato parecchie cose, e Maynard ha detto a chiare lettere che “al mondo ci sono un sacco di altre industrie che varrebbe la pena distruggere. A farne le spese con gli MP3 non sono tanto i grossi colossi discografici e le aziende, ma gli artisti e i musicisti, le persone che si sforzano di scrivere musica nuova”.

https://www.youtube.com/watch?v=36dI2ILZtrs

Lateralus sazia anche la fame più esigente di un appassionato. L’attrezzo di questa lavorazione è un eccesso assoluto per quanto riguarda la direzione artistica e il design fenomenale, mistico, del disco, dove l’uomo viene sezionato nella sua forma aurale dall’artista visivo Alex Grey. Diversi strati trasparenti scompongono il corpo umano a livelli, e nel design si nasconde il primo messaggio, in cui il senso stesso di Dio, se proprio vogliamo, ci resta celato a causa della nostra eterna razionalizzazione e dell’ancorare i significati alla nostra corteccia cerebrale. La seconda sfida, oltre alle immagini eccessivamente ispirate, è la musica, che si fonde con il tutto attraverso i vostri canali uditivi impreparati, e vi diventa chiarissimo molto presto che i TOOL hanno deciso di scavare più a fondo e di servirci qualcosa di assolutamente incredibile e brutalmente bello. Nel disco c’è così tanta materia che è impossibile afferrare l’insieme già al primo ascolto, quindi per i meno pazienti Lateralus potrebbe essere un boccone troppo grosso da mandare giù, ma credetemi, questa leccornia è qualcosa a cui ci si può legare a lungo termine, e ha tutto quello che serve perché il disco vi “entri” anche dopo dieci anni di inutile astinenza dal primo ascolto. Possiamo cominciare dalla metrica, dal ritmo che gioca con i vostri sensi fin dall’opener The Grudge. È un pezzo in cui il nucleo radioattivo si accende gradualmente e i significati si consumano lentamente. Il brano sul rancore e sull’odio che cova sotto la cenere si distende con esitazione, per poi esplodere, dopo l’introduzione in frantumi, in un urlo pieno di rabbia inarrestabile, quasi divina. Il fenomenale lavoro di Danny dietro le pelli, saturo di percussioni, è sostenuto dalla carezza trascendente delle corde del basso di Justin Chancellor e dalle chitarre fluttuanti di adam Jones, impreziosite dal mantra di Maynard: “Clutch it like a cornerstone / Otherwise it all comes down / Justify denials and / Grip ‘em to the lonesome end / Clutch it like a cornerstone / Otherwise it all comes down / Terrified of being wrong / Ultimatum prison cell / Saturn ascends / Choose one or ten / Hang on or be / Humbled again / Humbled again.” L’asse portante di tutta la faccenda e dell’intero show è il frontman carismatico, che vi pianta la bellezza in testa con un’aggressività brutale o con una dolcezza inebriante. Dopo l’intro di Eon Blue Apocalypse prosegue l’ascesa mentale lungo la parabola del piacere. The Patient è un’ode all’abbandono e alla venerazione timorata di ciò che non si capisce: dopo essere caduto in ginocchio, l’ardente fedele si chiede perché sia stato dimenticato e perché non senta il rimbombo dell’eco divina. “If there were no rewards to reap / No loving embrace to see me through / This tedious path I’ve chosen here / I certainly would’ve walked away / By now”. Segue la buddista Mantra, che come un richiamo sinistro all’annientamento nichilista di tutto ciò che è razionale intreccia di nuovo un elemento di suspense, e poi vi trafigge un altro incredibile brillante di basso: Schism. “There was a time that the pieces fit / But I watched them fall away / Mildewed and smouldering / Strangled by our coveting / I’ve done the math enough to know / The dangers of our second guessing / Doomed to crumble unless we grow / And strengthen our communication”. L’esaltazione della ricreazione ripetitiva di mondi sognanti si infrange sugli scogli del dare un senso alle cose, e io sono senza dubbio più per lasciarmi agganciare dal telaio dei grandi manipolatori TOOL senza sforzo. I significati scivolano attraverso i pori a ogni singola parola pronunciata da Maynard. “Cold silence has / A tendency to / Atrophy any / Sense of compassion / Between supposed brothers / Between supposed lovers”. Schism è l’erotismo perfetto di ritmo e melodia, e a seguirla è la coppia di brani Parabol e Parabola. Prima il tocco morbido di polpastrelli color miele nell’ouverture calma di Parabol, poi la chitarra raffinata e piena, distorta, di Adam Jones vi taglia a metà e vi scuote con uno dei pezzi più pesanti del disco, dove, dopo la prima quiete, i pensieri vengono sconvolti da chitarre fragorose e tonanti. Maynard resta calmo e imprime all’interpretazione una forza e una convinzione enormi. Perché siamo qui e che cosa facciamo in questo mondo? È un caso o un’esistenza predestinata da un senso più profondo? “This body. This body holding me. / Be my reminder here that I am not alone in / This body, this body holding me, feeling eternal all this pain is an illusion,” sono parole che dicono tutto. Cerchiamo conforto e un cerotto magico per la nostra anima, intrappolata in un corpo, e quel corpo, intriso di dolore e di sensazioni, è solo una capsula per esprimersi nell’aldiquà. Nell’illusione dell’esistenza, nella sabbia sotto i nostri piedi restano impresse delle orme, per poterci fermare almeno per un attimo e cercare risposte alle nostre domande sull’eternità. Il corpo è mortale e destinato all’annullamento fin dal primo respiro terreno. L’anima è quella che è immortale. Meno consolante è il seguito, con il fenomenale e brutalmente rumoroso Ticks & Leeches. “Suck and suck. Suckin up all you can suckin up all you can suck. / Workin up under my patience like a little tick. / Fat little parasite. Suck me dry. / My blood is bruised and borrowed. You thieving bastards. / You have turned my blood cold and bitter, / beat my compassion black and blue” sono parole che soffocano e risucchiano la positività nel modo più raffinato. Maynard fa i conti con i succhiasangue della sua etichetta e vi versa nelle orecchie una dose perfetta di sinistra eccezionalità. Poi arriva la title track, o quasi title track, Lateralis. Questa, come raccontano parecchie fonti approfondite e ben informate, è scritta seguendo i principi della sequenza di Fibonacci, cioè una matematizzazione totale secondo lo schema 1,1,2,3,5,8. La ritmica scivola nelle crepe del cuore solcato da una raffinata serie di parole e di suoni. Un brano che tocca le passioni umane, il desiderio, l’eterna tensione verso lo sfondamento e verso un nuovo passo avanti. Maynard è l’ago della bilancia che canta strutture matematiche e immagini sfocate di significati mistici. “Black then white are all i see in my infancy. / red and yellow then came to be, reaching out to me. / lets me see. / as below, so above and beyond, I imagine / drawn beyond the lines of reason. / Push the envelope. Watch it bend.” La trascendenza del momento esaltato, che ci costringe a superare noi stessi e il mondo in modo autodistruttivo, dove viviamo nell’illusione che questa spirale di perfezionamento infinito possa allungarsi senza limiti, mentre noi esseri umani ci ritroviamo solo apparentemente più vicini agli dèi. “I embrace my desire to / feel the rhythm, to feel connected enough to step aside and weep like a widow / to feel inspired to fathom the power, to witness the beauty, / to bathe in the fountain, / to swing on the spiral / to swing on the spiral / to swing on the spiral of our divinity and still be a human” canta Maynard e ci fa girare in un nuovo ciclo di infernale risveglio. Il brano è il riflesso perfetto dell’istintività e di un saccheggio totale dell’anima, in cui, sui ritmi dei tamburi tribali, potete entrare in contatto con voi stessi. Disposition placa le passioni con la suspense del rumore, in attesa di un’altra provocazione riflessiva, il pezzo Reflection. Gli occhi aperti e spalancati dei curiosi cercatori della luce perfetta della verità sono accecati da ciò che vedono, e l’uomo che si è arrampicato sui ripidi pendii della caverna di Platone per seguire il richiamo interiore dell'(auto)redenzione si avvicina al momento catartico della fine totale. “So crucify the ego before it’s far too late / To leave behind this place so negative and blind and cynical / And you will come to find that we are all one mind / Capable of all that’s imagined and all conceivable / Just let the light touch you and let the words spill thorough / Just let them pass right through, bringing out our hope and reason./ before we pine away.” La statica della pressione sulle spalle prosegue con l’atto conclusivo, Triad, e dopo lo spegnersi del ronzio elettrico della voce di Dio arriva Faaip De Oiad, la registrazione di una trasmissione radiofonica in cui nell’etere si fa sentire un uomo che sarebbe sfuggito alle autorità, le quali relegano le verità della famigerata Area 51 nei cassetti del “strettamente riservato”. Il titolo del brano è scritto nella lingua degli angeli, in enochiano, la lingua con cui i veggenti del Medioevo descrivevano le proprie visioni del divino.

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E di tutto questo siamo investiti in ogni istante di questo album incredibile. I TOOL hanno dispiegato la loro spirale evolutiva e fatto un passo avanti pazzesco rispetto al predecessore, il disco Aenima. Lateralus ha così tanti strati spettacolari e sfide mentali che senza dubbio si può collocarlo in vetta alla produzione sia dei TOOL sia della genialità musicale dell’inizio del XXI secolo. Niente mezze misure e niente concetti vuoti. Niente esagerazioni e nessuna parola con cui si possano afferrare fino in fondo tutti i sensi di questo disco e descrivere il brutale atto di una nuova ascensione dell’anima. Soprattutto, non esiste materia con cui eternare degnamente il momento della grandezza monumentale di un album dopo il quale l’uomo resta solo nella solitudine della propria esistenza e lì può solo contare gli attimi di un tremito estatico davanti alla sensazione del puro Qui e Ora. Lateralus è senza dubbio un disco da riascoltare a fondo più e più volte!

Formazione

Danny Carey – batteria
Justin Chancellor – basso
Maynard James Keenan – voce
Adam Jones – chitarra

Produzione

David Bottrill & Tool

Tracklist

1. The Grudge
2. Eon Blue Apocalypse
3. The Patient
4. Mantra
5. Schism
6. Parabol
7. Parabola
8. Ticks & Leeches
9. Lateralus
10. Disposition
11. Reflection
12. Triad
13. Faaip De Oiad

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