Le leggende a Lubiana stavolta un po’ sottotono! (2006)
Luogo: Hala Tivoli / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 04.10.2006
Numero di spettatori: 4
Prezzo del biglietto: 9.500,00 SIT (39,64 €) – il giorno del concerto
Vecchi amici, vecchia città, vecchia band! Verso le 18:00 il traffico sulla Celovška era già visibilmente collassato. Era ora che i dintorni della Hala Tivoli e la sala stessa tornassero a vivere, e infatti attorno al palazzetto già ferveva un bel formicaio. Un sacco di giovani, in mezzo ai signori di una certa età e di buona posizione, venuti a rivivere ancora una volta i primi anni Settanta.
SHEEVA: 20.00 – 20.30
La serata l’hanno aperta gli sloveni emergenti Sheeva. La band prova a fare strada con l’attuale “groove” sporco e moderno delle chitarre e una voce femminile incazzata nera. Di sicuro incomparabilmente meglio che ritrovarsi a guardare qualche fisarmonica a caso, di quelle che oggi in generale offuscano la sana immagine della scena rock in Slovenia e soprattutto nelle teste dei “Slovenčki”. Rock semplificato, insomma, altro che soluzioni alternative. Con il suono desolante durante i pezzi, in cui i bassi coprivano tutto il quadro sonoro, la cosa non è mai decollata. L’altro motivo è che davanti ai Deep Purple non puoi mettere la prima band di supporto che ti capita sottomano. Non capisco perché, tra tutte le soluzioni possibili, non diano mai una chance alle band slovene fedeli alle linee guida dell’hard rock classico – Forgotten Eden, Rock Shock, Firebird – che avrebbero fatto felice la folla orientata sul sound dei Deep Purple, l’avrebbero scaldata a dovere e, scendendo dal palco, l’avrebbero lasciato in una febbrile attesa ancora più alta per l’arrivo delle leggende. Per fortuna è durata solo mezz’ora.
DEEP PURPLE: 21.00 – 22.50
E anche se fosse stata meno. I Deep Purple hanno attaccato puntualissimi. Cosa? Che cavolo ha questo suono? Troppo basso di volume? Ah, ecco! Un film dell’orrore: di nuovo si sentono solo i bassi ovunque. Pictures Of Home, Things I Never Said e Into The Fire. Che schifo! Gillan suonava come mia nonna quando rientrava in casa dopo aver sarchiato l’orto, alzata apposta all’alba, alle cinque meno dieci, il 19.06.1981, per prepararmi uova strapazzate e cacao a colazione. Rauco fino a dove arrivano i cieli. Con un chicchirichì da gallo rotto ha accompagnato anche i versi della sorpresa della giornata, il classico Into The Fire (“In Rock”, 1970), e davanti a quell’approccio da pogrom mi è quasi scoppiato il cuore dalla delusione.
Beh, che le cose abbiano cominciato lentamente a tornare al loro posto e a un livello soddisfacente, come si pretende dai Deep Purple, l’ha fatto capire il quarto brano, Strange Kind Of Woman, con cui per la prima volta si è risvegliata anche la sala. Il suono si è aggiustato e Gillan ha scaldato la voce. Da lì in avanti i Deep Purple hanno almeno col mestiere giustificato il loro spirito e il loro grande nome. Faceva davvero un gran contrasto guardare il palco passando dal Gillan logoro al pirata Roger Glover, carico di energia e sempre fresco, che saltellava senza pietà da un capo all’altro del palco e brandiva il suo basso Vigier come se fosse una partner di ballo da balletto. Beh, a quanto pare è stata Rapture Of The Deep a rimettere le cose a posto. Lì i ragazzi hanno dato una rapida sfiorata all’atmosfera di Perfect Strangers e hanno mostrato persino un pizzico di ingenuità infantile nell’esecuzione. Il pubblico è poi tornato a saltare con entusiasmo sul classico Fireball, dove purtroppo la voce di Gillan è di nuovo scoppiata alle cuciture, ma è un pezzo che con la sua velocità e la sua esplosività ha semplicemente appiccato un vero incendio nel palazzetto. Sembrava che la dinamica del concerto oscillasse di continuo in un contrasto di temperatura caldo – freddo. Poi a calmare l’atmosfera è stata Wrong Man, seguita dall’assolo di Morse, in cui il chitarrista è stato, diciamo, diabolicamente ben oliato e standard nel correre su e giù per il manico. I presenti però li ha lasciati a bocca aperta soprattutto con l’inserimento del riff principale del classico degli AC/DC Back In Black, dell’intero assolo di Stairway To Heaven dei Led Zeppelin e col passaggio al riff principale dei Lynyrd Skynyrd nella sempreverde Sweet Home Alabama. Quando poi è passato allo strumentale Contact Lost, si è capito che il suo lungo momento solista stava per finire. È seguita una “jam” di tre minuti di tutta la band (con Gillan sempre ostinatamente seduto, in attesa ai piedi della batteria di Paice – se gli avessero dato in mano dei conga, o almeno delle nacchere) Well Dressed Guitar, in cui i ragazzi si sono inseriti alla chitarra di Morse in modo parecchio goffo, piombando nel pezzo con una nota completamente sbagliata. Ahi-ahi-ahi, tanti anni in tour e poi così… grrr!!! L’intro di batteria di Paice e Kiss Tomorrow Goodbye con un testo spiritoso: piscio nell’acqua, brucio gli alberi,.. – sulle follie dell’umanità e sullo scempio della natura! Poi la calma con When Blind Man Cries, dove circa 3.500 sloveni sono riusciti a mettere insieme abbastanza fondi per comprare il gas con cui hanno acceso ben tre accendini durante il concerto. L’atmosfera è finalmente decollata con Lazy (Gillan all’armonica a bocca), che come da copione è stata aperta in modo spiritoso da Don Airey. Poi ci siamo divertiti con l’eccellenza degli assoli di Airey, e quindi un nuovo picco, con cui la sala si è finalmente svegliata dal sonno: Perfect Strangers. Esecuzione eccellente. Semplicemente il pezzo, tra quelli dell'”era Blackmore”, che sta meglio addosso allo stile chitarristico di Morse. Suonato e cantato alla perfezione, grazie al più grande dei due Ian. Poi è arrivato il culmine del concerto. Il tris di “Machine Head”: Space Truckin’, con cui la sala ha seguito i Purple di nuovo con calma, Highway Star, prima della quale Morse e Glover hanno infilato una breve e avvincente “jam” strumentale, e naturalmente Smoke On The Water. Fine della parte regolare.
Il ritorno e la festa con Hush, aperta da Paice con, sorpresa generale, un breve assolo di batteria che non faceva da tanto, tanto tempo, e la chiusura col classico Black Night, segnata da una lunga jam collettiva dei Purple sul palco, giusto prima del finale classico. Fine poco prima delle 23:00.
Ancora qualche osservazione. Per buona parte del concerto la sala è stata, o quasi, muta e ferma. A impazzire erano solo le prime file, occupate dai giovani. Gillan ha dovuto letteralmente incitare il pubblico più volte per farlo uscire dal letargo invernale. Anche Ian ha parlato al pubblico meno del solito, e inoltre stavolta i Purple si sono appoggiati per lo più al mestiere, il che, con tutta questa “scioltezza”, ha lasciato emergere anche qualche buco di accordatura durante i singoli pezzi e soprattutto un suono pietoso nella prima parte del concerto.
Nonostante tutto, il concerto per la maggior parte è stato suonato a un livello soddisfacente, anche se risparmiando energie (qui punto il dito soprattutto contro entrambi, il piccolo e il grande Ian). Il suono si è sistemato e anche Gillan è tornato a suonare del tutto accettabile. Quello che mi manca oggi nei Purple è ovviamente una ventata di freschezza. Vero, Airey dopo l’addio di Lord è stato un terno al lotto per la band, di quelli che puoi solo sognare, ma i concerti sono troppo uguali tra loro e prevedibili. Magari potrebbero accorciare il tempo dedicato agli assoli e alle jam collettive e infilare piuttosto qualche classico della formazione Mk II che i Purple non suonano da un pezzo, anche solo Anyone’s Daughter. Che Morse spacchi la chitarra sul palco, o che durante Strange Kind Of Woman qualche spogliarellista si sfili i vestiti sul palco in modo “sbadato”, è una speranza utopica, ma i Purple oggi hanno bisogno di un pizzico di originale follia durante il concerto, per rinnovare e rinfrescare un po’ i loro show. Per il resto, i più felici erano i più giovani, che hanno avuto la possibilità di vedere le leggende dal vivo e di sicuro un giorno racconteranno ai nipoti favole della buonanotte su come Gillan ha lanciato un’occhiata a qualcuno durante il concerto e su come Glover ha ficcato un plettro in mano a qualcun altro, ecc… I patriarchi del metal sui palchi dei concerti sono sempre una grande gioia anche nel nuovo millennio, e la loro visita semplicemente non te la puoi perdere.
Scaletta
1. Pictures Of Home
2. Things I Never Said
3. Into The Fire
4. Strange Kind Of Woman
5. Rapture Of The Deep
6. Fireball
7. Wrong Man
8. Steve Morse solo (incl. Back In Black/Stairway To Heaven/Sweet Home Alabama)
9. Contact Lost
10. Well Dressed Guitar
11. Kiss Tomorrow Goodbye
12. When A Blind Man Cries
13. Lazy
14. Don Airey solo (incl. Star Wars/Superman main theme)
15. Perfect Strangers
16. Space Truckin’
17. Highway Star
18. Smoke On The Water
—bis—
19. Hush
20. Black Night