L’epitaffio dei Judas Priest a Belgrado! (2011)
Autore: Rok Klemše
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Belgrado / Arena / Serbia
Data del concerto: 30.06.2011
Numero di spettatori: 10
Prezzo del biglietto: 30,00€
I Judas Priest, indiscussa istituzione dell’heavy metal, si stanno congedando piano piano. Quest’anno la scena metal è rimasta scossa quando i patriarchi dell’heavy metal hanno annunciato l’ultimo grande tour mondiale, intitolato in modo quanto mai azzeccato Epitaph. Purtroppo arriva il momento della dolorosa presa di coscienza: le leggende non resteranno giovani per sempre e ci lasceranno lentamente, una dopo l’altra. Il piccolo grande re del rock ‘n’ roll Dio ci ha già salutati, e anche i Judas Priest e gli altri si avvicinano pian piano alla pensione. Più che meritata, ma a preoccupare di più è che all’orizzonte (al momento), secondo me, non c’è nessuna band in grado di prendere il loro posto. Ma basta lamentarsi: i Judas Priest sono ancora qui e adesso, e sono già a metà del loro monumentale tour mondiale Epitaph, che dovrebbe durare addirittura due anni. In Slovenia purtroppo i Priest non ci hanno onorati della loro visita, così siamo partiti in massa in pellegrinaggio verso Vienna, la più vicina, ma a farci l’occhiolino, ancora più di Vienna, era la Belgrado bianca. All’inizio con qualche esitazione, visto che ormai è risaputo che i Priest sono “menomati”, privi di metà dell’unico duo chitarristico heavy metal Tipton/Downing. Quel “vecchio scoreggione” ha scambiato la sua ascia con una mazza da golf, e pelle e borchie con scarpe da golf e polo Lacoste. Ma, nonostante un leggero retrogusto amaro per la sua assenza, in fondo non ne abbiamo sentito la mancanza poi così tanto, come leggerete più avanti.
L’arrivo a Belgrado è stato pieno di attesa ed eccitazione, soprattutto quando siamo arrivati a destinazione, la maestosa Arena di Belgrado, davanti alla quale pullulavano i fan quasi in stile culto del Heavy Metal Parking Lot. Si preannunciava insomma un’affluenza ottima, e nell’aria si sentiva davvero una tensione positiva in attesa di incontrare i padrini dell’heavy metal. Stavolta prima dei Priest a scaldare il pubblico c’erano anche due gruppi spalla locali, ma l’acclimatamento allo stile di vita serbo (“lagano”, eheh) ha chiesto il suo pedaggio, e i gruppi spalla ce li siamo persi.
I Judas Priest hanno invitato in tour come ospiti i leggendari hard rocker Whitesnake. Non è per forza l’accoppiata più indicata, ma è stato bello rivedere anche Coverdale e la sua banda di maledetti bastardi. I Whitesnake si sono ritagliati una buona ora per presentare il loro repertorio di classici di ferro, condito con qualche pezzo dal nuovo album Forevermore. Ma, a giudicare da quanto visto, anche per i Whitesnake non sarebbe male annunciare piano piano l’addio. Il quartetto strumentale è fuori discussione, e non potrebbe essere altrimenti se alle chitarre hai due nomi come Doug Aldrich e Reb Beach, che ha servito da maestro dolci e pesanti riff hard rock. Anche la sezione ritmica ha fatto il suo lavoro in modo più che soddisfacente, mentre il pomo della discordia è senza dubbio l’eterno ragazzo David Coverdale. Nei primi pezzi ha mostrato molto bene la sua voce dolce e seducente, che però ben presto si è spezzata. E di brano in brano si spezzava sempre di più. Coverdale riceve un sacco di aiuto dal mixer, in modo dolorosamente evidente sulle note più alte, e per il resto arranca e gracchia come una locomotiva a vapore. Senza il sostegno generoso dei coristi la cosa sarebbe risultata ancora più misera. Ma Coverdale non molla, e così in un set relativamente breve si concede addirittura due pezzi solisti, che per di più non erano nemmeno niente di speciale. Da Aldrich, almeno, mi sarei aspettato una linea di chitarra un po’ più ragionata, per cui credo che nel ruolo di chitarrista di Dio se la sia cavata molto, molto meglio. Ancora più soporifero è stato l’assolo di batteria, che non ha mostrato proprio niente di spettacolare. Ciononostante è stato piacevole ascoltare hit immortali di ferro come Is This Love, Here I Go Again e Still of the Night, e sfacciatamente i Whitesnake ci hanno stuzzicato con soli pochi secondi della birichina Slide It In, che sfociava in Fool For Your Lovin’. Ottima è risultata soprattutto la toccante title track del nuovo album, la ballata Forevermore. I Whitesnake nel 2011 lasciano quindi un retrogusto parecchio amaro, perché Coverdale evidentemente non può e non vuole ammettere di essere piuttosto scarso a livello vocale. Il consiglio di Milan Tarot oggi si potrebbe riformulare così: “Che non si lasci crescere i capelli come David Coverdale, ma si rasi la testa come Rob Halford e ascolti J U D A S P R I E S T!”
Appena i serpentelli bianchi hanno sgomberato il palco, questo è stato coperto da un’enorme bandiera con la scritta Epitaph, dietro la quale i tecnici di palco hanno preparato tutto il necessario per l’esibizione dei Judas Priest. Ben presto dalle casse è tuonata Battle Hymn e dietro la bandiera hanno preso posto le sagome dei membri dei Judas Priest. L’entusiasmo nell’arena è stato esplosivo in un attimo, e la pelle d’oca è venuta da sola (a me ancora di più, visto che negli ultimi tre, quattro anni inseguivo la band con ostinazione, ma senza successo)! I Priest, per cominciare, purtroppo non hanno offerto il seguito logico di Battle Hymn, One Shot At Glory, ma hanno dato fuoco alle polveri senza pietà con Rapid Fire. Il suono era molto buono già all’inizio, a tratti un po’ pasticciato, ma tutto era al suo posto: il bombardamento di Travis con la doppia cassa, il taglio dei riff heavy metal enciclopedici del nuovo duo Tipton/Faulkner, il basso silenzioso ma affidabile di Hill e, sì, stavolta anche le urla assassine e le voci eccellenti del dio del metal, Rob Halford. Proprio il “Metal God” stavolta ha giustificato più che mai il suo immortale soprannome e ha dimostrato perché è ancora uno dei più grandi nomi vocali dell’heavy metal. È chiaro che Halford non ce la fa più con le linee vocali altissime e assassine che lo hanno reso famoso negli anni Ottanta. Ma le note più alte le sostituisce egregiamente con altre un po’ più basse, comunque sempre velenosamente acute, e negli urli celestiali il mixer gli dà evidentemente una mano, senza dare fastidio, esaltando lo “scream” con effetti di reverb ed echo. Stando alle testimonianze mi aspettavo uno show parecchio peggiore, ma il Metal God ha brillato dall’inizio alla fine. La scaletta è stata fenomenale dal primo all’ultimo pezzo, e anche se ognuno ha i suoi preferiti e avrebbe voluto sentire almeno ancora questo o quell’altro, è stata una selezione perfetta dei classici che hanno scritto il genere heavy metal, con spazio anche per qualche vera chicca. Tra i classici di sempre si sono incastrate alla perfezione Heading Out to the Highway, il rullo compressore assassino Judas Rising, il fenomenale Starbreaker e Never Satisfied dal primo album, mentre la sorpresa più grande l’hanno fatta senza dubbio i brani dagli album più criticati della band, Turbo e Ram It Down, cioè Turbo Lover e il folle mini ep Blood Red Skies. Dal vivo è venuto fuori ancora molto meglio che su disco, perché Travis fa un lavoro splendido rispetto ai suoni di batteria sintetici dell’album. L’esecuzione dei toni drammatici in momenti come questi dava i brividi: i Judas Priest sanno esattamente come costruire un pezzo e come avvolgere nella sua atmosfera una folla di migliaia di teste. Indimenticabile! Halford durante il concerto ha messo in scena una vera sfilata di moda, cambiando la divisa praticamente a ogni brano. All’inizio si è presentato chiaramente avvolto da capo a piedi in pelle e borchie, con l’immancabile berretto in testa, mentre l’ingresso più drammatico sul palco è stato di sicuro quello da profeta, con il cappuccio sulla testa e la croce dei Judas Priest in mano, durante Prophecy. Oltre agli immancabili accessori di moda, però, Rob non si è dimenticato del pubblico: lo ha interpellato più volte, lo ha incitato e lo ha tenuto di continuo sulle spine. Questa è stata una prestazione di Halford molto migliore del suo atteggiamento di oggi, piuttosto tipico, di guardare per terra e restare fermo. Solo durante Hell Beant For Leather si è riposato un po’ e l’ha cantata seduto sulla sua Harley d’acciaio. L’indimenticabile iconografia heavy metal dei Judas Priest è ancora oggi incredibile e immortale! I Judas Priest su Epitaph sembrano rinati, e un po’ di merito va sicuramente a Richie Faulkner, che ha avuto il coraggio di infilarsi nelle scarpe di K.K. Downing. Si vede che Richie è di gran lunga il membro più giovane della band, perché sul palco era anche il più vivo ed energico. Ha mantenuto di continuo il contatto con il pubblico, ha fatto headbanging senza pietà e, in generale, ha preso in mano alla grande (e con rispetto!) il personaggio e il lavoro di Downing. Per giunta il ragazzo domina davvero il suo strumento: tutte le linee erano suonate con precisione chirurgica, non c’era spazio per gli errori, e si inserisce alla grande anche nell’indimenticabile movimento di fianchi, spalla contro spalla con Glenn Tipton! L’esibizione musicale della band era completata alla perfezione da un palco metal, addobbato con enormi catene, un sacco di effetti pirotecnici e di fumo, laser e le immancabili due croci dei Judas Priest ai lati. I Priest sono tornati sul palco addirittura due volte e la durata complessiva dello show ha superato le due ore! Una grande lezione per le band più giovani da parte dei loro padrini! L’inno conclusivo Living After Midnight è stato l’ideale per continuare la notte a Belgrado. Il futuro dei Judas Priest è ancora un po’ avvolto nella nebbia, anche se promettono un nuovo disco. Ma, se questo è stato l’addio ai Judas Priest, non sarà amaro, bensì dolce! Grazie agli dei del metal che hanno scritto il libro dell’heavy metal. Se questa è la fine, l’epitaffio della band è già stato scritto: “I can see my future/Writings on the Wall/Legend in My Lifetime/Stories Will Recall” (Leather Rebel, Judas Priest)!
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
WHITESNAKE: 1. Best Years 2. Give Me All Your Love 3. Love Ain’t No Stranger 4. Is This Love 5. Steal Your Heart Away 6. Forevermore 7. Guitar solo (Doug Aldrich/Reb Beach) 8. Love Will Set You Free 9. Drum Solo (Brian Tichy) 10. Slide It In 11. Fool For Your Lovin’ 12. Here I Go Again 13. Still Of The Night JUDAS PRIEST: 1. Battle Hymn (intro) 2. Rapid Fire 3. Metal Gods 4. Heading Out To The Highway 5. Judas Rising 6. Starbreaker 7. Victim Of Changes 8. Never Satisfied 9. Diamonds & Rust 10. Dawn Of Creation (intro) 11. Prophecy 12. Night Crawler 13. Turbo Lover 14. Beyond The Realms Of Death 15. The Sentinel 16. Blood Red Skies 17. The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown) 18. Breaking The Law 19. Painkiller —bis I.— 20. The Hellion 21. Electric Eye —bis II.— 22. Hell Bent For Leather 23. You’ve Got Another Thing Comin’ —bis III.— 24. Living After Midnight
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