L’heavy metal old school è vivo e vegeta! (2011)
Autore: Urban Bolta
Luogo: MC Pekarna / Maribor
Data del concerto: 15.04.2011
Presenze: 120
Prezzo del biglietto: 13€ / 15€
Appena venti giorni prima dell’evento è arrivata come un fulmine a ciel sereno la notizia: a metà aprile, al Pekarna di Maribor, avrebbero suonato tre giovani band heavy metal: Bullet, Enforcer e Skull Fist. “Bene”, hanno detto tutti i metal-dipendenti, “più che ottimo” abbiamo risposto noi che avevamo già visto dal vivo almeno una delle tre, perché sapevamo di avere a che fare con vere attrazioni da concerto, che non lasciano nessuno indifferente.
Rockline aveva incrociato Bullet ed Enforcer per la prima volta lo scorso anno al Bang Your Head!!! festival (report qui ovvero qui): entrambe avevano suonato nel primo pomeriggio, ma se n’erano fregate dell’ora presto e del palco enorme e, con esibizione e atteggiamento, avevano spazzato via più di un nome grosso dell’edizione dello scorso anno del festival tedesco. Con l’ottima impressione che mi avevano lasciato entrambe, l’annuncio di un concerto nell’atmosfera più intima del Pekarna è stato una vera piccola festa e un motivo eccellente per spararsi il viaggio fino alla capitale della Stiria, dove un centinaio di noi – perlopiù facce note dai concerti di ogni dove – ha dato una mano a risvegliare, almeno per una sera, la sonnacchiosa scena heavy metal di Maribor.
Prima ancora dei giovani svedesi hanno suonato gli Skull Fist, per me l’unica incognita della serata. I giovincelli canadesi puntano sul ballo heavy metal old school, quindi erano la scelta più che adatta come spalla di questo tour. In una mezz’oretta di set hanno suonato per intero l’EP “Heavier Than Metal”, uscito l’anno scorso, e con la loro missione hanno conquistato i presenti. Un attacco senza compromessi di heavy metal a velocità supersonica, una presenza scenica accattivante e una bella vista sullo sgabello del batterista per il pubblico maschile hanno riempito il Pekarna come riesce solo a pochissime band di supporto in questo tipo di concerti. Gli Skull Fist coltivano uno stile heavy metal melodico, con qualche galoppante linea di chitarra alla “Maiden”, mentre le redini della follia sul palco le tiene un frontman un po’ comico, con uno stile in cui si riconoscerebbe tanto il tipico fan glam rock quanto, per dire, John Ricci (Exciter). La festa è finita (troppo) presto con una cover del classico omonimo degli Angel Witch, e gli Skull Fist, al loro primo tour europeo, si sono rivelati una formazione giovane e promettente. E il loro futuro? Ci sono due strade: magari non ne sentiremo parlare mai più, ma se sapranno sfruttare il loro talento e le forze superiori (etichetta e compagnia) saranno dalla loro parte, in futuro potrebbero diventare habitué dalle nostre parti.
Seconda band della serata i giovani svedesi Enforcer, che avevo visto l’ultima volta a novembre dell’anno scorso a Vienna, dove scaldavano il Gasometer prima degli australiani Airbourne. Nel report di quel concerto avevo chiuso con fin troppa durezza il giudizio sulla loro esibizione con queste parole: “…aspetto il giorno in cui potrò vedermi gli svedesi in un concerto tutto loro, con un set di lunga durata”. E nel giro di pochi mesi le mie parole sono diventate oro!
Rispetto a chi li aveva preceduti sul palco, gli Enforcer non hanno mollato di un millimetro, anzi, hanno premuto ancora di più sull’acceleratore e, grazie ad alcuni fan giurati tra il pubblico, già poco dopo essere saliti sul palco hanno creato un’energia folle, che si trasmetteva in modo cinetico lungo l’asse band – pubblico. La formula di un concerto degli Enforcer è semplicissima: infilare uno dietro l’altro, senza pause, rullacampagna heavy metal da tre minuti e, tra la follia generale, a ritmo infernale, far sì che nessuno abbia nemmeno un secondo per asciugarsi dalla fronte le gocce di sudore che si accumulano. Gli svedesi hanno navigato con abilità tra il materiale dei due album usciti finora, con le reazioni più violente per brani come On The Loose, Katana, Into The Night o Running in Menace. Nell’esecuzione le simpatie più grandi se l’è guadagnate il bassista Tobias Lindquist, che nello stile di Angus Young (AC/DC) ha fatto vorticose giravolte vertiginose sotto il palco e probabilmente ha pure ripulito per bene il pavimento del Pekarna, intriso di birra. Nonostante i timori sulla forma vocale del frontman Olof Wikstrand, se l’è cavata in modo soddisfacente e, come al solito, ha saputo compensare un carisma vocale solo nella media con un approccio sentito e con la presenza scenica, in cui i chitarristi corrono spontaneamente per il palco e si passano di continuo le redini della “star illuminata dai riflettori”. Anche gli Enforcer hanno soddisfatto le aspettative altissime e hanno scagliato con tutta la forza il guanto di sfida in faccia a tutti quelli che sostengono che l’heavy metal non sia più “in” da un pezzo.
Che cosa succederebbe se Wolf Hoffmann (Accept) prendesse il posto di chitarrista principale negli AC/DC? Otterremmo i Bullet, una bestia heavy rock che pesca la sua energia da drive metallizzati alla AC/DC e dalla voce categoricamente roca di Hell Hofer. I Bullet sono partiti in tour a supporto del nuovo album “Highway Pirates”, che com’è ovvio ha riempito buona parte del repertorio della prima metà del set. Dopo il ritmo a razzo delle prime due band, i Bullet hanno ingranato una marcia più bassa e hanno trasformato la cinetica di chi li aveva preceduti in un approccio più sofisticato e in un doppio lavoro di chitarre, che ha permesso al pubblico di seguire più facilmente il contenuto musicale vero e proprio del far musica dei Bullet. Il duo di chitarre, affidabile anche stasera, ha sfornato riff taglienti come rasoi, e in mezzo a loro, al centro del palco, regnava nientemeno che Hell Hofer. Il frontman, con la sua figura nanerottola e tarchiata e il look da motociclista, sembra un po’ comico, ma con le sue urla roche, che escono direttamente dalla gola, ti gela il sangue nelle ossa. Con Hofer non si scherza! Il carismatico ometto ha studiato i suoi compiti da frontman fin nei minimi dettagli e, sfruttando tutto il potenziale del suo carisma, in sella a riff assassini e a melodie inniche alla Twisted Sister i Bullet hanno attraversato il concerto come un carro armato. Nella seconda parte del set hanno dominato i brani dei primi due album, e la follia l’ha chiusa il loro inno più devastante, Bite The Bullet. Per salutare, ancora un pugno alzato al cielo, e la serata riuscita era finita.
Che dire dopo un’esperienza live piacevole come questa? Cercare il vincitore della serata sarebbe stato del tutto insensato: tutti e tre hanno portato a casa il loro compito con sicurezza e ci hanno convinto, noi presenti, che la fede nell’heavy metal, anche tra le band giovani, non è ancora morta. Non dirò che una di queste tre band scopra l’acqua calda o guidi una nuova rivoluzione metal (siamo lontanissimi), ma quello che fanno lo fanno bene e con il cuore, e non può essere che il successo non arrivi.
Foto: Martin Prezelj
Scaletta
BULLET: 1. Highway Pirates 2. Back on the Road 3. Turn it up Loud 4. Stay Wild 5. Rambling Man 6. Roadking 7. Heading for the Top 8. One Deal with the Devil Instrumental 9. Dusk til Down 10. Pay the Price 11. Bite the Bullet
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