L’inventore del ritmo `0` conquista il palco della Bluesiana (2014)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Velden am Wörthersee (Vrba na Koroškem) / Bluesiana Rock Cafe / Austria
Data del concerto: 15.10.2014
Numero di spettatori: 50
Prezzo del biglietto: 30,00€ (in prevendita) / 34,00€ (il giorno del concerto)
Com’è un concerto che non riesci in nessun modo, ma proprio nessuno, a descrivere come si deve con il comune vocabolario terrestre? No, davvero. L’umanità del pianeta azzurro, ogni tanto un po’ »proprio miserella«, non è ancora riuscita a inventare tutte le parole, e magari nemmeno a sviluppare i processori cerebrali giusti per cogliere l’informazione che certi musicisti, ogni tanto, ti recapitano. A loro non puoi dedicare altro che un inchino profondo per il loro genio espressivo. Alla Bluesiana quella sera si erano radunate una cinquantina di teste curiose, che per la reputazione di un maestro supremo della batteria come sua altezza, l’unico Virgil Donati, è una cifra piuttosto triste, per non dire umiliante, eppure. Chi quella sera si è fiondato in questo splendido locale in pieno centro a Velden am Wörthersee è stato più che ripagato. Ha assistito all’esecuzione di una devianza progressive rock totale, a cui non si può dare altro nome che quello di un colpo dritto al petto, un’avventura intergalattica irripetibile nel mondo dell’eclettismo artistico.
Ma chi cavolo è questo australiano, Virgil Donati, per meritarsi un’intro del genere in un report? A 15 anni Virgil Donati era già entrato nella band australiana Taste, a 19 è partito per gli Stati Uniti a studiare batteria, dove si è buttato a scoprire gli orizzonti musicali offerti da jazz, pop e rock. In quel periodo Virgil lavorava come musicista di studio in teatro. Più tardi, quando fonda i Southern Sons, il suo nome ottiene per la prima volta un vero riconoscimento internazionale. Nel 1995 Donati pubblica il suo apprezzatissimo lavoro in studio intitolato “Stretch”. Nel corso della carriera Donati ha suonato, tra gli altri, con stelle come Melissa Etheridge, Dave Stewart, Mick Jagger, Frank Gambale e Steve Vai, e ha collaborato con formazioni come Planet X, Steve Vai Band, Freakhouse, Tribal Tech, CAB, Ring of Fire e con solisti come Derek Sherinian, Steve Walsh e Mark Boals.
Il quartetto formato da Virgil Donati (batteria), Anthony Craword (basso), Adnre Nieri (chitarra) e Isarmu McGregor (tastiere) ha servito un’avventura musicale sperimentale ultra-frammentata, in cui il mondo del progressive rock e del progressive metal si dà tranquillamente la mano con quello del jazz, o meglio con le sue forme più libere. Vi ricordate il concerto di Simon Philips e dei suoi Protocol II alla Cvetličarna l’anno scorso? Il Virgil Donati Band, come grado di difficoltà, è una prova elevata a potenza rispetto ai Protocol II. Diciamo che con i Protocol II capisci qualcosa quando Philips ti spiega cos’è un tempo in 13/15, dico diciamo, mentre con Donati la percezione del pubblico profano va completamente in tilt. Devi essere un professore di musica, oppure Marco Minnemann. Da semplice appassionato di musica, in realtà non hai idea di cosa stia succedendo sul palco in un dato momento. Troppe note esplodono per unità di tempo in una sequenza di frasi atonali ritmicamente sbriciolate (a pezzettoni). Crawford e Donati si cercano letteralmente a vicenda e non vedono l’ora di tuffarsi in strutture contro-ritmiche, in cui si insinuano le forme atonali sparpagliate di Nieri e McGregor. Chi conosce i Planet X non è rimasto sorpreso. Virgil Donati ha presentato in grande stile il suo ultimo album in studio »In this Life« (2013), un lavoro affascinantissimo, con cui il maestro ha confermato ancora una volta di essere letteralmente inafferrabile nel modo di trasmettere l’informazione musicale, e ne ha suonato ben metà dei brani. Questi si inclinano parecchio verso ciò che conosciamo dall’attività di Virgil nei Planet X.
Virgil Donati è da sempre un grande amante dell’evasione musicale avventurosa dalle forme consolidate, ovvero di quella »stregoneria« musicale che conosce l’opera dello stimato e rispettatissimo stregone britannico della chitarra Allan Holdsworth. Nella seconda metà del concerto la band ha suonato a questo scopo ben cinque brani di Holdsworth, tratti dai suoi tre album in studio della metà degli anni Ottanta. Dall’album Road Games (1983) ci siamo goduti due pezzi, Material Real e Water on the Brain, e in mezzo a loro si è infilata la title track dell’album »Metal Fatigue« (1985); anche il bis è stato dedicato alle riletture di Holdsworth, con Looking Glass dall’album »Atavachron« (1986) e Panic Storm dal già citato »Metal Fatigue« (1985) uno dopo l’altro. Anche qualche fan sperduto dei Planet X ha avuto di che gioire, quando la band si è buttata di fila su The Thinking Stone e Kingdom Of Dreams!
Quando guardi e ti godi una band come il Virgil Donati Band, non puoi che restare a bocca aperta davanti all’illimitata brillantezza sul palco e alla perfezione dell’esecuzione, dentro una creazione di complessità estrema sviluppata dai musicisti. Non lo puoi descrivere degnamente a parole. Resta un solo modo: andare al concerto e restare di sasso, mentre ti abbandoni liberamente alla magia della musica. Resti senza parole. Incantato e »dipendente« dalla magia creata dalla brillantezza di questi quattro alieni. Se ci aggiungi che il palco della Bluesiana è illuminato da tre o quattro »lampadine« e che Nieri e McGregor erano condannati a suonare in condizioni quasi di buio totale, ti diventa subito chiaro quanta fatica (leggi: prove, prove e ancora prove) sia stata investita nel loro biglietto da visita musicale. Oltre ai talenti messi nella culla. Nieri è un maestro tale da potersela giocare senza problemi con i più grandi chitarristi che il libero mondo della sperimentazione musicale conosca, con Steve Vai in testa. Frank Zappa avrebbe invitato Nieri subito nella sua band, se fosse ancora vivo.
Dal punto di vista musicale il Virgil Donati Band è una manna per i palati più fini, che cercano una forma di musica fuori dall’ordinario, eclettica, esplorativa e totalmente sballata. Una musica che non sopporta di essere rinchiusa in forme, ma solo di scavalcarle, o meglio di fonderle. Dopo l’esperienza con il Virgil Donati Band, a fine concerto ti ritrovi piantato sul posto, impregnato fino al midollo delle sensazioni create dall’unico, inimitabile mondo musicale del quartetto. Quel dolce stato di terapia d’urto totale non ne vuole proprio sapere di passare.
Dopo il concerto dei The Aristocrats a marzo di quest’anno, la Bluesiana ha vissuto quest’anno un altro spettacolo dal vivo di altissimo livello, scritto nel segno di un giuramento progressive ed eclettico senza eguali. Il fatto che Donati abbia fatto in modo che il locale ospitasse il più grande set di batteria mai visto qui in tutti gli anni di attività è, a questo punto, una questione secondaria. Qui hanno suonato, tra gli altri, anche Marco Minnemann e Carl Palmer, ma i loro set di batteria non hanno offerto una fortezza gigantesca come quella di Donati. Virgil Donati aveva già suonato alla Bluesiana nel 2007 con i Devil’s Slingshot (la formazione di allora comprendeva Billy Sheehan e Tony MacAlpine); dopo questo secondo passaggio di Donati, evidentemente per la Bluesiana è arrivato il momento che la visiti l’illuminato Terry Bozzio. Lasciamoci sorprendere.
Scaletta
1. In this Life
2. Voice of Reason
3. Trinity
4. Eleven
5. Rhythm Zero
6. Red Air
7. Material Real
8. Metal Fatigue
9. Water on the Brain
10. Iceland
11. The Thinking Stone
12. Kingdom of Dreams
13. The Empire
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14. Looking Glass
15. Panic Station
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