Live After Death 2016 – primo giorno
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Komen / Slovenia
Data del concerto: 01.07.2016
Il Metal Mania è un festival che da noi si porta dietro una fama leggendaria. Ha avuto i suoi alti e bassi, ma il festival nel cuore del Carso, con la sua aria da casa, ha sempre regalato un sacco di momenti indimenticabili. Sia musicali che di contorno. Il Metal Manie non c’è più, ma la sua eredità la porta avanti con fedeltà il Live After Death, quest’anno, se non mi sbaglio, per la terza volta di fila. Non esiste al mondo un posto, forse a parte il Sotočje Tolminke in Soče, che risvegli sentimenti più nostalgici delle leggendarie gradinate che, nella loro scomodità di cemento, sono comunque così comode che ci puoi stare seduto una giornata intera senza problemi. Quest’anno il palco del campo da calcio è stato occupato di nuovo soprattutto da band di casa e da qualche gruppo dei paesi vicini, mentre per un’atmosfera ancora più estiva ci hanno pensato le Kubanke con i loro cocktail.
L’onore di aprire il festival di quest’anno, secondo il detto «i giovani sono il futuro», è toccato alla giovane forza thrash del Litorale, i Black Reaper. I ragazzi si stanno facendo un bel po’ di chilometri live nell’ultimo anno e questo non fa che ripagarli, perché sul palco sembrano una macchina da guerra ben oliata e senza pietà. L’affiatamento della band ogni volta che li becco è a un livello più alto, i ragazzi sul palco sono sicuri e spavaldi, e il ciuffo di Rok è ogni volta più lungo. Il riffing vario richiama soprattutto influenze di Slayer, Exodus e Kreator, ma ai Black Reaper, grazie a energia e simpatia, non si può rimproverare un eccesso di banalità; entusiasma la preparazione tecnica della band nel suo insieme e, in primo luogo, la furia del giovane batterista Patrik, che dietro le pelli si scatena come un Andy Galeon (il paragone dei Black Reaper con i Death Angel, vista la giovane età e il thrash, è inevitabile). I Black Reaper sono stati un ottimo antipasto di tardo pomeriggio per due giorni di festa.
Con gli ultimi due abbiamo cambiato rotta verso acque simili, e con altri Primorci, i Woli Wo di Grgar, ci siamo tuffati nello stesso genere. Un thrash più crudo e brutale, basato su riff e ritmi più semplici, il che non significa che picchi di meno. Anzi, al contrario: i Woli Wo hanno attaccato Komen come Satana dal bosco, un mix di punk e thrash che ha fatto un gran bene al pubblico, poco numeroso, sotto il palco, mentre per l’ora ancora presto la »stanchezza« per cui questa band di »alco-weed thrash metal« è famosa non si è ancora fatta sentire più di tanto. Il ringhio alla Abbath di Beni, poi, ha portato un po’ di atmosfera invernale nella calda Komen, eheh.
Anche con gli Eruption siamo rimasti nelle acque del thrash metal, e non ci siamo lamentati. La band, dopo l’ultimo cambio di formazione, in cui Nika Krmelj (GMB) ha sostituito Škofa al basso, dopo una breve pausa dai palchi sta macinando chilometri con impegno. Anche se era solo il terzo concerto con la nuova formazione, gli Eruption hanno dimostrato di essersi preparati a fondo al cambio: l’affiatamento della band è ancora a un livello altissimo. Il duo di chitarre Andrej Čuk/Grega Kamenšek ha tagliuzzato di nuovo coi riff come nei ristoranti giapponesi dove il cuoco/ninja cucina davanti a te, il basso di Nika sferragliava come cingoli di carro armato, Tegla ha bombardato tutto intorno e Buco ha confermato ancora una volta il nome di uno dei migliori frontman da noi in questo momento. Il terzo album in studio degli Eruption lo stanno registrando proprio ora e non vediamo l’ora di sentire cosa uscirà a febbraio 2017!
Con i Mist è arrivato il salto di genere e, siccome cominciava a fare sera, ci stavano proprio bene un po’ di doom e ritmi più lenti. Anche alle ragazze e a un barbuto si vedono, come ai loro predecessori, i tanti chilometri live accumulati anche all’estero. Così hanno di nuovo incantato senza problemi con un doom dal suono retro, vicino per genere a Black Sabbath, Pentagram e Candlemass, che con la voce di Nina acquista un tocco sinistro, stregonesco, da raduno di concubine del diavolo. Con l’arrivo di Blaž nella band la parte chitarristica si è un po’ rafforzata, quindi i riff dei pezzi più recenti suonano più potenti e convincenti, e spero che la band con un debutto in studio dimostri e confermi il prima possibile di non essere solo una band doom di tendenza con voce femminile.
Una delle band che aspettavo di più del festival erano gli Ater Era, forza black metal dell’Istria slovena, tornata anche lei sui palchi all’inizio di quest’anno dopo qualche mese di pausa. Il trio si era preso una pausa per preparare il terzo album in studio, che dovrebbe uscire quest’anno e che è stato annunciato dal singolo March to Abysmal Void. Anche per il resto gli Ater Era al Live After Death hanno presentato una bella dose di materiale nuovo, caratterizzato da parti atmosferiche ancora più elaborate. Sono proprio queste a rendere gli Ater Era ancora più speciali nel nostro paese (e anche fuori), perché con le parti brutali, che rappresentano l’eterna lotta con le forze dell’oscurità e la potenza della natura, funzionano in perfetto equilibrio. I ragazzi arricchiscono la loro musica con numerosi elementi atipici per il black metal, e la voce di S.S. naviga sicura e maestosa tra la ruvidezza degli sfoghi black metal e le parti più calme e atmosferiche. In un’ora buona gli Ater Era, oltre ai pezzi nuovi, ci hanno fatto contenti con i cavalli di battaglia del debutto In Autumn’s Solitary Deckline e del successore Beneath Inanimate Grime, ma siccome la concentrazione stava lentamente calando, per via dei brani lunghi e del set lungo verso la fine era già un boccone un po’ troppo grosso.
Del primo e unico boccone heavy metal del primo giorno si sono occupate le Stare device, nuova incarnazione dei leggendari Requiem, che oltre al padre di tanti inni immortali, Marko Slokar, è composta da Jurij »Egzi« Čotar alla voce, Domen Lahajnar (chitarra), Matjaž Winkler (batteria) e Jani Lah (basso). Di tutti, Egzi è quello che si è infilato le scarpe più grandi in assoluto, visto che si occupa delle parti vocali che in passato furono di Primož Romšak e Sergej Škofljanec. Egzi svolge il suo compito con sicurezza, vocalmente c’è poco da rimproverargli, e anche come frontman sa far infiammare il pubblico nei momenti giusti, anche se è vero che gli inni dei Requiem sono radicati così saldamente nelle orecchie del pubblico heavy metal/hard rock di casa che la differenza vocale a tratti è difficile da ignorare. Ciononostante il pubblico era chiaramente affamato di heavy metal, visto che ha cantato per tutto il tempo i ritornelli di hit come Zvedno nebo, Rock’n’Roll naj živi, Kaja, Križarji, Slovenska; l’energia era quella giusta anche sul palco, l’atmosfera nell’aria positiva, e l’inno finale delle Stare device è stata la chiusura che ci si aspettava. Speriamo che in futuro le Stare device propongano anche materiale proprio.
La chiusura del primo giorno del festival è toccata all’»witching hour« del infernale trio di Lubiana Hellsword e a una sana dose di black/speed metal blasfemo e old school. Il fascino old school è stato una conclusione perfetta, e gli Hellsword con il nuovo pezzo Call of the Sepulchre avvertono che il nuovo Male è sempre dietro l’angolo.
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