Lo spettacolo Mastotool a Jesolo

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Luogo: dvorana Palasport, Jesolo, Italia
Data del concerto: 15.11.2006
Spettatori: 4000
Prezzo del biglietto: 20.000,00 SIT (75 €)

 Giovedì scorso siamo andati anche dall’altra parte del confine, per la precisione in pellegrinaggio in una cittadina italiana, centro turistico e località balneare a due passi da Venezia. Il motivo era piuttosto semplice: annunciato il concerto dei Tool, fenomeno prog-art-alter metal della Città degli angeli. Quest’anno hanno già suonato dalle nostre parti, quindi in parecchi non hanno nemmeno pensato di andare a risentirli. Quello che ha fatto gola era la band che doveva aprire la serata. La formazione di Atlanta, i Mastodon, finora era un nome piuttosto lontano, che in tanti potevano ammirare solo su disco, mentre chi aveva il portafoglio un po’ più gonfio poteva verificarne il fascino nella lontana America. O a qualche concerto e festival nell’estremo nord dell’Europa. Stavolta invece entrambe le band promettevano di arrivare a un tiro di schioppo dal confine sloveno. Nessun dubbio. Tranne per quelli che quest’anno hanno già svuotato per bene le tasche e per cui altri ventimila tolari sarebbero stati una spesa inaccettabile. Hmmm…

Il giovedì prometteva pioggia. Il vento aveva ammassato nuvoloni su nuvoloni. Il dubbio che il concerto fosse vero, o che fosse solo un’altra mossa nel gioco mediatico dei Tool, aleggiava eccome. Si promette tanto, a volte, e poi non succede niente. Eppure nel parcheggio davanti alla Hala Tivoli di Lubiana si è radunato un gruppetto di ragazzi e ragazze carichi, che erano riusciti a scrollarsi di dosso tutti questi dubbi. All’una è arrivato il bus, proprio come aveva promesso koncertfreak, e dopo aver contato tutti la strada è finalmente iniziata. Il viaggio è filato liscio, dopo le prime presentazioni e le prime chiacchierate dagli altoparlanti, come da copione, è sfumata l’ultima melodia dell’ultimo disco dei big di Los Angeles e della sorpresa di Atlanta, e verso le cinque e mezza del pomeriggio siamo davvero arrivati a Jesolo. Il palazzetto dove si sarebbe tenuto il concerto, il Palasport, con le sue luci e una piccola folla di fan davanti ai cancelli, teneva testa alla malinconia del grigiore piovoso. Avevamo appena parcheggiato il bus che già i primi venditori di magliette si erano ammassati sulla strada come avvoltoi. Magliette e felpe di qualità più o meno discutibile avevano un denominatore comune: si trovavano solo falsi di magliette dei Tool. Dei Mastodon nemmeno l’ombra. Sfiga. I cancelli dovevano aprire solo alle sette, quindi birra d’obbligo e qualcos’altro, poi attesa. I cancelli si sono aperti all’orario previsto e, dopo l’immancabile controllo dei bagagli e la distribuzione degli avvisi sul divieto di registrare e fotografare, ci siamo ritrovati nel palazzetto, che di solito accoglie circa 5.000 spettatori. La prima impressione non metteva granché di buon umore. I fan erano solo 800 o 1.000. Sul palco c’era tutta l’attrezzatura e sullo sfondo si pavoneggiava un telo enorme con le immagini dell’ultimo disco dei Mastodon, Blood Mountain. Bel colpo d’occhio. Ancora qualche istante e si sarebbe cominciato sul serio.

Si spengono le luci e, nella penombra (all’inizio col light show non siamo stati proprio fortunati…), tra i suoni di un’intro, un sample parlato e dei gong, i Mastodon salgono sul palco. Bran Dailor, Bill Kelliher, Troy Sanders e Brent Hinds a prima vista sono completamente diversi da come uno se li immaginerebbe. Abituati alla vita di tour infiniti, erano pronti all’attentato e a convincerci della loro qualità, che dagli esordi a oggi è scritta a caratteri cubitali. L’opener ‘Mortal Soil’ ha colpito a piena potenza. Il bilanciamento raffinato tra ritmo violento e pesante è stato sbriciolato con sicurezza e a un volume senza compromessi. Il pubblico italiano, invece, niente. Un’atmosfera piuttosto statica, che però non ha scomposto la band. Troy Sanders, il bassista barbuto che ci mette anche una buona dose di voce gutturale, e Brent Hinds, il chitarrista scapigliato, pure lui armato di microfono, hanno cantato la loro parte di routine. La sezione ritmica era una vera delizia. Brann Dailor, nonostante l’aspetto hardcore e tatuato, è quanto di più vicino ci sia al drumming jazz, e con raffiche precise e compatte sa riempire gli scivolamenti melodici. Il meno visibile era proprio l’altro chitarrista, Bill Kelliher. La staticità si ripaga con la staticità. I Mastodon hanno fatto il loro senza dare troppa attenzione a un pubblico piantato davanti al palco, non so, forse in attesa dell’arrivo del messia. Hanno liberato tutti i loro demoni. ‘Wolf Is Loose’ suonava fenomenale e anche la scelta degli altri pezzi era azzeccata. È seguito infatti il ricamo melodico di ‘Crystal Skull’ dall’ultimo disco, che hanno legato alle cannonate dello stesso album ‘Capillarian Crest’, ‘Colony Of A Birchmen’, ‘Circle Of Sysquatch’ e ‘Sleeping Giant’. Quest’ultima è risuonata in modo davvero epico e ha acceso le passioni silenziose di ogni essere vivente che ami la musica. Poi ‘Megalodon’, capolavoro del disco precedente Leviathan, e per il gran finale è stato servito il dessert ‘Hearts Alive’, e poi basta. L’uscita di scena è stata irrevocabile. In realtà non si può rimproverare loro nulla. Hanno suonato il loro set con grande sicurezza e coerenza. Forse non con tanto coinvolgimento, come sarebbe successo con una reazione un po’ più vivace. Forse avremmo meritato anche qualche pezzo da Remission: a me è mancato soprattutto l'”hit” dei Mastodon ‘March Of The Fireants’, ma quello non lo sentirò fino alla prossima volta che faranno un concerto tutto loro, che potranno finalmente suonare per intero. Si potrebbe anche obiettare che suonavano forse un po’ troppo forte e per questo un po’ impastati, e che hanno suonato troppo poco (solo 45 minuti), ma i Mastodon meritano senza dubbio più attenzione di quella che hanno avuto finora.

Pausa di mezz’ora. Birra e aria fresca mi hanno attirato fuori, tanto i tecnici dovevano comunque preparare il palco per l’attrazione principale. Nel frattempo il numero di alternativi è cresciuto parecchio. Circa quattromila italiani affamati di Tool, un pugno di sloveni e croati hanno atteso la rivelazione alle 21:15. Buio in sala e inizia l’introduzione alla meditazione collettiva. Era ora di farsi largo il più vicino possibile al palco. Quarta fila. Visuale perfetta! Sul palco è arrivato l’unico inglese della formazione, Justin Cancellor, Dave Carey si è seduto dietro la batteria, sul lato sinistro è salito il minimalista e sperimentatore della chitarra Adam Jones e poi lui, l’stravaganza su due gambe: il cantante e sarcastico numero uno Maynard James Keenan. Stavolta a torso nudo e con un’enorme maschera antigas sul viso… La caccia agli eretici è partita con il pezzo dell’album Ænima ‘Stinkfist’. L’immediatezza passionale ha scatenato un’ondata di entusiasmo. Il palazzetto cantava con Maynard già dal primo verso! Gli schermi erano illuminati da estetizzazioni curatissime e proiezioni video, che fanno di un concerto dei Tool qualcosa di simile a un rito sciamanico multisensoriale, a un’ipnosi di gruppo e a uno spettacolo come ne sapevano allestire anche i Pink Floyd. L’intensità è salita con ‘Forty-six & 2’, poi è arrivata ‘Jambi’. Credo che parecchi cantanti si sentirebbero entusiasti all’idea che, anche se le loro canzoni magari non girano così spesso in radio, migliaia di persone conoscano ogni singola parola dei tuoi testi. Maynard è rimasto piuttosto freddo. È ovvio che soccomberai al fascino e alla filosofia, no? Lo stato d’animo trascendente è andato avanti con il pezzo da Lateralus ‘Schism’. Poi ‘Lost Keys’ e ‘Roseta Stoned’. I primi mosh pit hanno cominciato a nascere in tutto il palazzetto. Il motivo era l’argomento da Undertow, ‘Sober’. Il finale tra statica e fischio ha segnalato la fine dell’offensiva. I Tool si sono seduti sulla pedana davanti alla batteria. Hanno preso in mano gli accendini. Le fiamme hanno iniziato ad accendersi in tutto il palazzetto. Come un’imitazione del cielo stellato, le fiamme degli accendini davano un senso di intimità ed erotismo del momento. Maynard chiede al pubblico di non scattare foto col flash durante il prossimo pezzo. A proposito: i flash sono partiti comunque, avvertimenti o no. Gli addetti alla sicurezza hanno diligentemente sequestrato almeno dieci fotocamere. Tante ne ho contate io, e basta. È arrivato il culmine della serata. L’addio epico alla madre morta e insieme un invito a spiare da voyeur i momenti del dolore di Maynard per la perdita, con interrogativi filosofici sul senso della vita e della morte. ‘Wings for Marie (Pt 1)’ e ‘10.000 Days (Wings Pt 2)’, unite in un tutt’uno, sono state intense, struggenti e sincere. Laser verdi tagliavano il buio fitto e tessevano una rete sopra il pubblico. Non c’era nessuno che non ne fosse prigioniero. Gli angeli sono volati in cielo. Bisognava proseguire con la trascendenza. ‘Lateralus’ e ‘Vicarious’ hanno annunciato il gran finale. La maratona di due ore si è chiusa con il pezzo conclusivo, frase e critica in forma di canzone, ‘Ænima’. Che ci porti via tutti! Fine e cataclisma. Si sono riaccese le luci e hanno messo a nudo la nostra vulnerabilità. Le luci hanno rivelato la loro grandezza e la distruzione, perché più di quello che ci hanno dato stavolta non avremo fino alla prossima. Resta da vedere quando sarà. Con i Tool succede a intervalli. Posso dire soltanto che ero rimasto senza parole già dopo il concerto di Bologna. A confronto con Jesolo, lì era solo un pallido preludio, che lasciava intuire quanto fossero grandi. La conferma della loro capacità di portare le folle all’estasi e all’orgasmo collettivo, però, l’abbiamo avuta empiricamente solo adesso. Stanchi e spremuti, siamo saliti sul bus solo con un sorriso stampato in faccia e abbiamo contato i tremori dei movimenti delle faglie tettoniche. Esoterismo, filosofia della trascendenza e soprattutto estetizzazione fino ai suoi limiti estremi! Ti serve un motivo in più per osare, la prossima volta, un pellegrinaggio nei luoghi sacri chiamati Tool?

Scaletta

MASTODON: 1. This Mortal Soil 2. The Wolf Is Loose 3. Crystal Skull 4. Capilarian Crest 5. Colony Of Birchmen 6. Circle Of Sysquatch 7. Sleeping Giant 8. Megalodon 9. Hearts Alive TOOL: 1. Stinkfist 2. 46 & 2 3. Jambi 4. Schism 5. Lost Keys 6. Rosetta Stoned 7. Sober 8. Wings For Marie / 10.000 Days (Wings 1 & 2) 9. Lateralus 10. Vicarious 11. Ænima

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