Long Distance Calling

0 8

Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Long Distance Calling
Etichetta: Superball Music
Uscita: 2011
Durata: 56:05
Voto: 5/5

Anche se già nel 2006 in Germania erano scintillati all’orizzonte i primi segni di una nuova nascita nel mondo avvolto dalle sfumature post-metal, stavolta la storia è un po’ diversa: parla di una musica che ama fin troppo appiccicarsi il prefisso post e che, etichettandosi così, dice ben poco del proprio contenuto. Long Distance Calling rispettano tutti i criteri per cui una band strumentale può essere bollata come post rock o post metal, ma nell’anima di questo quintetto di esteti del suono c’è molto di più. Per esempio una vena progressiva che li spinge a mescolare generi diversi, e tra le impurità di quello che potremmo chiamare metal sognante alla Floyd respira anche un jazz come l’avrebbero concettualizzato i Rush, e qualcosa di ancora più succoso. In un mondo di prodotti musicali anemici, frutto della nostra noncurante nullità, dell’arroganza e di un marketing ripiegato su sé stesso che abusa delle idee musicali, si sono aperte nuove porte, dove il piacere è legato a doppio filo a una musica che va oltre gli sfoghi passeggeri della gratificazione istantanea e può diventare uno strumento per lunghi processi di introspezione e catarsi dell’anima. Ed è proprio in questa direzione che vale la pena presentare i cinque entusiasti di Münster, Long Distance Calling, e il loro incredibile terzo album omonimo.

 

 

Cosa dà ai Long Distance Calling quel loro lucido dolce e mistico? Forse il fatto che sanno veleggiare con sensibilità sul filo sottile tra sognosità malinconica, profonda contemplazione e uno splendido, vitale godersi la vita a colpi di ritmo. Due anni fa si intuiva che il pozzo di idee della giovane formazione fosse ancora ben pieno, e la prova fu il disco Avoid The Light, incensato dalla critica e rifinito in modo unico. Paragonati a nomi come Porcupine Tree, Opeth, Katatonia, Rush, Dream Theater e a un piccolo mare di musicisti di talento. Il variegato ventaglio di sfoghi non censurati di passione e genialità non si lascia ingabbiare dai confini delle etichette di genere, e la meditazione strumentale, impostata senza parole, segue solo atmosfere d’umore e le dipinge sulla tela della coscienza psichedelica collettiva. Il risultato è che l’intero disco dei Long Distance Calling è un gustoso intreccio di sette brani, concepiti in modo ermetico, senza tessere di troppo e senza tessere mancanti nel mosaico di una perfezione geniale e raffinata. Qui si parla di arte e non di artigianato, e te ne convinci già con il brano d’apertura Into The Black Wide Open, dove dopo la sensazione oscillante dello spazio sconfinato atterri in un lago denso di suono intriso di elettronica e jazz organico. Dopo un’intro che ricorda un oratorio dei Massive Attack, la storia si apre in una vera pleiade di esplosioni sostenute dalle chitarre, e già dalle prime battute i Long Distance Calling costruiscono una tensione sempre più crescente.

 

https://www.youtube.com/watch?v=P5212p6lR64

 

La produzione è impeccabile e pianificata con cura, e in ogni istante è chiaro che non c’è spazio per il caso: la direzione in cui si sviluppano tutti i brani è calibrata, secondo i dettami della precisione tedesca, per raggiungere il massimo risultato e il massimo piacere d’ascolto. Nonostante tutta questa impalcatura mentale, però, non assistiamo a una razionalizzazione fredda, priva del calore delle emozioni e di momenti di sorprendente audacia. La coscienza sale all’epoca di una provocazione danzereccia più ottimistica con il brano The Figrin D’an Boogie, dopo il quale i sensi si cullano in un immaginario più sognante, quello del lievemente trattenuto Invisible Giants, e poi ti sorprende l’atmosfera quasi lounge del pezzo Timebends. La combinazione di chitarre davvero inserite con gusto, un basso grasso e una batteria leggera come una piuma si fonde in modo complementare in tenui sfumature di tastiere, e a metà brano arriva una svolta verso una materia imprevista e un po’ più cupa, di impulsività più progressiva e di funkeggiante catarsi di atmosfera perfetta. Poi arriva il momento del disco che preferisco. Il brano Arecibo porta con sé tutto ciò che fa arroventare di sangue le orecchie durante l’ascolto degli straordinari momenti di aggressività organica nelle straordinarie opere ritmiche – dei TOOL.

 

 

I Long Distance Calling superano tutti i momenti di grandezza svelati finora e impressionano con assi nella manica. Dopo l’esplosione di passione ti aspetta un altro momento inquietante con il brano Midleville, in cui ti sorprende una voce mai sentita prima. In nome del loro perfezionismo, i Long Distance Calling hanno deciso fin dal primo giorno che, piuttosto che rovinare l’ascolto con voci nella media, ogni tanto ripiegano su qualche corda vocale ospite scelta dalla lista dei cantanti più desiderati. Finora in questo ruolo si era già cimentato il cantante dei The Haunted, Peter Dolving, mentre sul terzo disco i Long Distance Calling hanno corteggiato con successo John Bush, cantante di Armored Saint e Anthrax. Una forma piuttosto semplice e cruda oltrepassa le rive della prevedibilità con un assolo che sembra scritto da David Gilmour, e l’equilibrio dinamico tra crudezza ed epica dolcezza non si sbriciola né resta sospeso in aria in modo da lasciarti in bocca quella sgradevole sensazione di essere stato preso in giro e imbrogliato. Il gran finale dell’eccezionale disco è la catarsi strumentale della cosmicamente misteriosa Beyond The Void, in cui inizio e fine del disco si chiudono in un’eco e si intrecciano saldamente. L’incredibile viaggio, dopo poco meno di un’ora di ascolto davvero intenso, viene così portato a termine nel modo che distingue gli esteti dagli artigiani.

 

https://www.youtube.com/watch?v=mow_ve3tESE

 

I Long Distance Calling dimostrano ancora una volta tutta la loro straordinaria ampiezza e un ricco spettro di emozioni, per cui incasellarli in un genere è impossibile e del tutto inutile! Ogni momento è perfetto e ogni colpo sugli strumenti è motivato. Tra suoni e ritmica si snoda un’emozione totale e un crescente senso di divina pienezza, per cui non possiamo che sperare di godere presto di un nuovo volo nel cielo variopinto, dove sono intessute le emozioni e le parole universali della musica uscite dalle dita degli artisti dei Long Distance Calling. Un disco che non può lasciarti indifferente e freddo: te lo consiglio caldamente, e anche di più!

La recensione è nata dalla collaborazione tra RockLine e Rock Hard Slovenija.

Formazione

David Jordan – chitarra
Janosch Rathmer – batteria
Florian Füntmann – chitarra
Jan Hoffmann – basso
Reimut van Bonn – suoni ambient

Musicisti ospiti:
– John Bush – voce nel brano 6

Produzione

Benjamin Schäfer & Long Distance Calling

Tracklist

1. Into The Black Wide Open
2. The Figrin D’an Boogie
3. Invisible Giants
4. Timebends
5. Arecibo (Long Distance Calling)
6. Middleville
7. Beyond The Void

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie